Lo diceva Ace Ventura, riferendosi al paté e scandalizzando un elegante avventore della festa a cui era capitato.
Scrivere (in generale produrre arte) è un processo scatologico. Ti svegli, dai contenuti da mangiare al cervello e speri in una buona digestione intellettuale ed emotiva, al termine della quale avrai tu un contenuto nuovo, ispirato a un brodo creato dall'ammollo di tutti quel che hai letto, visto e sorbito.
Per lo più quello che esce è merda e, nel migliore dei casi, un'attenta operazione di lima riuscirà a rendere appena accettabile il risultato. Ma più spesso bisognerà accantonarlo e rassegnarsi a scrivere di nuovo qualcos'altro.
Niente di male, anzi, è il bello del lavoro.
Ho passato la giornata ad affinare le armi perché nei prossimi giorni non vorrei avere più intoppi o problemi di carattere tecnico. A questo punto tutti i pezzi sono sistemati, il mio lato della scacchiera è ordinato e pronto. Non perfetto, sia chiaro: se avessi atteso la perfezione sarei ancora fermo. Ma ho tutto quel che serve per un inizio raffazzonato e goffo come alla fine lo sono tutti gli inizi, o quasi.
Mi sono chiesto a lungo se questa mia fobia paralizzante per le sfide sia nata dalla relativa comodità della mia infanzia. Nel senso che forse è facile, quando ti sembra di avere intorno a te l'indispensabile, chiudersi nel proprio guscio e sopravvalutare i rischi apposta per non correrli. Eppure vedo tanti che, nella mia condizione, si sono lanciati con meno problemi. Quindi evidentemente sono io che ho avuto tempi diversi, che ho sbagliato più spesso e peggio degli altri la strada.
Poco importa, intendo investire nel guardarmi indietro solo il tempo indispensabile, né più né meno, perché il resto delle forze e delle ore mi servono per obiettivi futuri.
Mi sento sulle soglia, con l'aria fredda ed elettrica della pioggia nelle narici, e con quella sensazione di leggera vertigine di quando il cervello riconfigura luce e distanze.
Ok allora. Preparativi ultimati, valige pronte. Si va.