Poche cose interessanti da dire, nulla che non sia stato già scritto da qualcuno, ora o ieri, con parole migliori. Eppure l'esigenza c'è, di battere sui tasti e far uscire parole in libertà, brade, senza pretendere di addomesticarle con la tecnica e il raziocinio. I letti migliori sono quelli sfatti, di febbre o d'amore; le tavole migliori quelle che si vedono alla fine del pasto, vissute e sporche, con macchie di vino e di sugo. Allo stesso modo le parole confuse non sono forse degne delle pagine di un libro ma hanno una storia, fosse anche solo quella di una brutta giornata.
Sono un impostore con la sindrome dell’impostore. Penso di non valere abbastanza, ho paura di fallire nei miei inganni, non mi riconosco il merito di quando vanno bene e mi giudico severamente.
A volte, quando mi trovo da solo, nella notte e non c’è nessuno a guardarmi, mi sembra di avere qualcosa di vagamente interessante da dire. Questa sensazione finisce immediatamente non appena un altro essere umano posa gli occhi su di me o mi rivolge la parola.
A volte, faccio un test che funziona così: esprimo una mia opinione preceduta da una frase tipo: “Ho letto che”, “Un mio professore una volte disse che”. Per misurarne gli effetti.
Inganno, insomma, spinto e spingendo contemporaneamente la mia sindrome dell’impostore. Perfetto, insomma.
E’ la parte più difficile adesso che alcuni progetti sono iniziati, progetti che non mi consentono di usare certe insulse tecniche per difendermi da me stesso o dai feedback che potrei averne.
La crepa nel muro si manifestò il giorno dopo alla scomparsa di Malia. Era sempre stata con me per tutta la durata della mia malattia: saltava sul letto uggiolando e incurante delle mie deboli proteste, mi posava il muso sullo stomaco e chiudeva gli occhi.
Se di notte il panico mi assaliva riempiendomi il sonno di incubi lei infilava il muso sotto la mia mano e me la spingeva più in alto possibile, fino a che mi svegliavo.
All’ora di pranzo mi portava il suo osso o la sua palla, nella speranza che fossi abbastanza forte da giocare con lei.
All’inizio provai a chiamare qualche amico o la vicina di casa e chiesi loro di portarla fuori ma Malia non voleva. Scalciava e ringhiava piano, sempre con quegli occhi dolci e la bocca chiusa, a indicare che il suo era solo diniego e non una vera minaccia. Ogni volta si prendeva una fila interminabile di carezze e accettava, al massimo, di uscire nel piccolo cortile sul retro dell’edificio per i bisogni. Poi tornava immediatamente dentro e si accucciava paziente ai piedi del letto.
La mia malattia era progredita rapidamente e da un po’ di tempo la sognavo. Per la precisione dall’ultima volta in cui il medico era venuto da me per leggere i risultati degli esami e mi aveva detto, con uno di quei sorrisi pietosi, che era arrivato il tempo di prepararci. Beh, nessuno si prepara, perché non esiste un modo per prepararsi. Puoi sistemare le tue faccende, puoi salutare tutti o puoi decidere di non dire niente nessuno e percorrere la strada per conto tuo. Ma questo non è prepararsi più di quanto lo sia sistemarsi i capelli prima di comparire davanti al boia.
Io decisi per il silenzio. Non mi avrebbe portato alcun beneficio avere intorno a me persone con i volti tristi e gli occhi lucidi. Che si godessero le loro giornate, almeno loro: sarebbe stato il mio regalo d’addio. L’unico essere con cui non avevo possibilità di mentire era Malia. Lei sapeva che qualcosa stava succedendo, che un male si stava manifestando. Lo sapeva e faceva l’unica cosa che poteva: mi restava vicina. Anche durante quei sogni, quando la malattia assumeva la forma di un uomo privo di pelle e di gambe, che con braccia incomprensibilmente forti si trascinava lungo il pavimento della mia cameretta di quando ero bambino. Lasciava una scia di sangue e fango dietro di sé, aveva gli occhi di colori diversi e i denti bianchi e regolari che non poteva nascondere perché non aveva le labbra. L’uomo si trascinava nella mia direzione e continuava a ripetere che aveva fame fame fame fame fame. E mi torturava parlandomi di mia madre e di mio padre, e delle tante volte in cui non ero riuscito ad aiutarli.
Ogni notte lui era sempre più vicino e io sempre più debole. Ogni volta, quando stava per raggiungermi, Malia mi svegliava e mi leccava la faccia finché mi sentiva ridere per il solletico. Allora saltava, più contenta, abbaiava e andava a prendere il telecomando della televisione.
Arrivò l’ultimo giorno. Io lo seppi perché lo sentii, al di là di qualsiasi razionale spiegazione. Sapevo che era il mio ultimo giorno e lo passai come tutti gli altri, nell’inedia e nella nostalgia di una mobilità che non mi apparteneva più.
Guardai un film che non vedevo da almeno quindici anni, uno di quelli che ricordavo di aver visto la prima volta da piccolo, con mio nonno, saltando e sgambettando sul divano troppo morbido mentre lui rideva.
La sera invece spensi sia la tv che il telefono e mi dedicai solo a Malia. Ero contento di andarmene prima di lei perché il pensiero della situazione opposta mi risultava insostenibile. Le presi il muso, la baciai, la guardai negli occhi castani e ambrati, incastonato nel pelo scuro e corto.
E le diedi la buonanotte. Per un po’ Malia si oppose e non mi fece dormire, poi dovette capire che era inevitabile perché, semplicemente, mi si stese di fianco.
Sognai la cameretta e l’uomo senza gambe. Lo vidi avvicinarsi, chiamandomi con la voce lamentosa di mio padre nei suoi ultimi giorni di vita. Mi afferrò le gambe e mi morse un ginocchio.
Il suo pasto fu interrotto dal rumore di vetri infranti, dall’ondeggiare confuso delle tende e dalla comparsa di Malia. Con un balzo fu dentro la stanza, lei e una porzione del violento temporale che imperversava fuori. L’uomo senza le gambe la ghermì, la morse. Lei guaì e un tremendo tuono riecheggiò facendo tremare le pareti della cameretta e riempiendole di crepe.
Mi svegliai di soprassalto. Non era ancora l’alba, la finestra era aperta e c’era un tremendo temporale. L’acqua bagnava il pavimento e inzuppava il vecchio tappeto.
Mi sentivo più forte, insolitamente energico e vitale. Riuscii ad alzarmi, a chiudere la finestra. Chiamai Malia ma non rispose. Camminai lentamente per tutta la casa: non c’era. Tornando in camera notai la crepa che si era formata sul muro.
Quel giorno io guarii, anche le analisi lo confermarono. Il mio male non era sparito ma aveva deciso di arrestare la sua corsa ed era stranamente quiescente.
Nei giorni successivi, ogni tanto, sognai la cameretta. L’uomo era ancora lì, senza le gambe e con i suoi denti bianchi fatti per la mia carne. Ma c’era anche Malia: ferita, attenta, determinata. Restava tra me e lui. Non distoglieva mai lo sguardo dal pericolo e tutto ciò che io potevo fare per lei era accarezzare la sua schiena snella e forte. Poca cosa, in confronto a ciò che stava facendo per me.
Vorrei chiudere questa storia dicendo che ho imparato la lezione, che non spreco il mio tempo, che vivo il dono che Malia mi ha fatto. Non è così. Ho passato alcuni mesi cercando consulti e risposte mediche, immaginando che se adesso fosse stato possibile eradicare il mio male, lei sarebbe potuta tornare. Ho avuto solo risposte negative.
Quindi oggi non inseguo più la guarigione. Oggi dormo, sempre di più e sempre più profondamente grazie ai farmaci che mi sono fatto prescrivere. Vado a parlare con lei, vado a dirle che va tutto bene e che quel signore è venuto per me ed è giusto che possa parlare fare il suo mestiere.
Vado a dirle che lei conta quanto me, e che è libera.
L’aria che mi entra nei polmoni è fredda e sa di plastica e ghiaccio. Faccio un altro giro tra gli scaffali vuoti del reparto surgelati del grande supermercato. Non li ho mai visti così vuoti, neanche durante quello sciopero dei camionisti alcuni anni fa. Sono bianchi, di quel candore asettico degli degli ospedali. In fondo alla corsia c’è il reparto dei gelati, ma sono finiti anche quelli.
Oggi è stata una giornata faticosa. Mi sono alzato alle cinque e trenta con il trillo del telefono delle orecchie. Era mio padre, di nuovo, anche stamattina. Aveva perso gli occhiali, non li trovava più. Per sei o sette volte gli ho detto che erano sicuramente sul ripiano di vetro accanto al lavandino, in bagno. Non mi ha ascoltato, insisteva che erano andati perduti e che dovevo portarlo immediatamente dall’ottico. Non smetteva di gridare quindi sono dovuto uscire di casa in fretta e furia, vestendomi con ancora gli occhi impastati di sonno. Ero così di fretta da indossare il maglione al contrario e prendermi le occhiate di compatimento di mia moglie. Lei stava appoggiata alla lavastoviglie, con l’accappatoio che usa sempre come una vestaglia e la sigaretta tra le labbra. Le ho chiesto di smettere tante volte, almeno di prima mattina, ma mi ignora. Ha fatto solo un gesto con la mano per indicarmi le cuciture a vista, poi ha schioccato la lingua e se n’è andata verso il divano. Il lunedì non lavora e le piace passarlo così, spegnendo il cervello.
Io ho rigirato il maglione e sono uscito. Lungo le scale mi sono ricordato di aver scordato dove avevo parcheggiato l’auto. Mi succede sempre. Sono stato fortunato però, l’ho trovata alla seconda strada. Sono arrivato a casa di mio padre dodici minuti (tre canzoni) più tardi e ho recuperato i suoi occhiali dal ripiano di vetro accanto al lavandino. Lui ha bofonchiato, quando glieli ho messi in mano, accusandomi di nasconderli perché voglio tenerlo al guinzaglio come un cagnolino invece di fargli godere la pensione.
Non ho tempo per litigare. Scendo e faccio colazione al bar dove un venditore ambulante africano mi si appiccica addosso chiedendomi di comprare i suoi calzini, i suoi accendini e infine semplicemente di dargli dei soldi. Scuote la testa quando tiro fuori cinquanta centesimi dalla tasca, come se dandogli così poco l’avessi insultato. Vorrei riprendermi la moneta ma ormai è in mano sua e non credo di poterlo più fare. Giusto?
Quando esco dal bar le spalle mi tremano leggermente, come una minuscola scossa tellurica sottocutanea. Sento il sapore acido della rabbia in bocca. Come è possibile essere già così incazzati e stanchi dopo appena due ore dal risveglio?
La strada per arrivare in azienda è tappezzata di motorini carichi di ragazzi con gli zaini fluo. Alcuni mi sorpassano da destra, altri suonano se al semaforo mi ritrovo talmente vicino alla macchina davanti da non consentirgli di zigzagare. Non lo faccio apposta, ma capita.
In azienda il capo ha il mio stesso umore ma un grado superiore al mio, quindi io devo sopportare la sua acredine mentre lui la mia neanche deve vederla. Lavoro: incasello numeri, faccio ordini, rendiconto spese, effettuo telefonate, rispondo a delle mail.
In una breve pausa provo a scrivere a mia moglie un banale come stai e la sua risposta: come vuoi che stia, mi lascia in uno stato di freddezza che, come chiara d’uovo, monta a neve fino a diventare frustrazione. Do un calcio alla sedia, tiro un colpo alla scrivania con tanta forza che il dolore riverbera sul braccio e fino alla spalla. Poi sbadiglio. Sono passate solo sei ore e l’unica cosa che vorrei fare è dormire.
Invece dovrò finire le mie inutili ore a svolgere mansioni superflue che al mio capo semplicemente piacciono. Poi dovrò uscire, fare la spesa per mio padre, portarla a casa sua, vestirlo e fargli credere che è andato lui a farla. Dovrò pulire la sua casa, il suo bagno, se va male il suo culo. Il culo di un uomo che per me non ha mai alzato un dito, né contro né a mio favore
Dovrò fare la spesa anche per casa perché, il lunedì, a lei non piace riempirlo di incombenze.
Prima passo dalla banca a sistemare alcuni pagamenti, e lì un uomo di cui non ricordo mai il nome mi chiede se intenda investire un po’. Gli rispondo negativamente ma lui insiste, come se non mi sentisse, con una tecnica da call centre. Non ho idea di cosa stia parlando, come fa a non capirlo?
Blatera di sigle, buoni, bot, azioni e decine di altri strumenti che non sono in grado di seguire.
Se all'uscita dal lavoro avevo riguadagnato un minimo di autostima, anche solo per aver portato a termine una giornata di lavoro, l’impiegato e il suo sproloquio fa tornare indietro tutta la frustrazione, tutta la rabbia.
Cosa volete tutti da me?
In macchina, di nuovo, con i due sacchetti di carta con la spesa per mio padre dentro penso che non lo voglio rivedere. Possibilmente mai più. Non voglio sprecare altri giorni della mia vita a prendermi cura di un uomo che non può né vuole guarire. Non posso piangere di nascosto ogni volta, nel parcheggio interno del condominio dove vive, pensando a quando mi insegnava i primi passi del pugilato. E non voglio guidare, non voglio tornare a casa a sentire l’odore di nicotina sedimentata, a spostare il posacenere in cui orridi e contorti filtri succhiati se ne stanno tra cenere e macchie di prove di rossetti.
Non voglio avere a che fare con lei che non vorrà avere a che fare con me. Non voglio guardarla mentre sta attaccata al termosifone con gli occhi al cellulare e le orecchie alla televisione. Non voglio la sua aria da sempiterna maestrina, la sua voce che guida i miei movimenti mentre pulisco i fornelli.
Non voglio stare con me soprattutto, in compagnia del me stesso stanco, sfiduciato e moribondo di quando alla sera posso togliermi le scarpe.
La notizia alla radio mi coglie alla sprovvista ma mi riempie anche il cuore di calore. L’epidemia arriva dalla cina, dicono, ed è pericolosa; quindi dovrete restare a casa, evitare contatti con i familiari, prepararvi a rimanere tra le mura domestiche per qualche giorno.
Il sollievo mi alleggerisce le ossa che sembravano di pietra. Ho voglia di una canzone in più, quindi mi concedo il lusso di fare la strada più lunga. Quando scendo e prendo il carrello, il supermercato è vuoto. Prendo poche cose tra quelle disponibili mentre negli auricolari mi arriva la voce di due persone, presentatore e intervistato, che dibattono proprio del virus. E’ poco pericoloso, dice il professore. I dati dicono che... i numero sono questi.. il metodo scientifico, la ricerca, il buon sens... Spengo tutto. Tolgo gli auricolari e li abbandono in uno dei tanti scaffali lunghi e stretti.
Non voglio sentire niente. Non voglio.
Se mi concentro posso vederle, le orde di cinesi che viaggiano sui nostri aerei. Arroganti, altezzosi e contaminati.
Se mi concentro abbastanza posso sentire i rumori e le voci nella mia testa, quelle che di fronte all'ignoto si attivano per cercare le risposte che desidero sentire, e che mi danno continue rassicurazioni su ciò che io sono, su cosa faccio qui, su da che parte stare.
Oggi, grazie al virus, sono libero di non prendermi cura di nessuno, e di non stare vicino a lei e ai suoi occhi pieni di giudizio. Posso non andare in palestra, posso distillare razzismo, posso trincerarmi dietro le mie opinioni. Posso schiacciare ogni cosa con la paura, l’ipocondria, e la causa di forza maggiore che mi libera da ogni incombenza.
Oggi sono libero, finalmente. Basta accettare la paura.
Mi capita di sentire il desiderio di partire, anche solo per poco tempo, e fare una gita. In quel momenti penso che vorrei visitare un posto mai visto, o conoscere qualcosa di nuovo. Mi sento meglio con me stesso, dopo quel pensieri, perché mi percepisco attivo, curioso, più simile al me stesso che volevo diventare da bambino.
Benissimo. Ottimo. Ma dove? A quel punto la mia mente sprofonda nel vuoto e non trova appigli. Non è paralisi da decisione, come quando sto di fronte al catalogo di Netflix, è qualcosa di più radicato e umiliante, è un volto della mia ignoranza.
Non so nulla del mondo che mi circonda (a parte i nomi delle solite città), non conosco musei, borghi, castelli, luoghi d'interesse che sarebbe giusto aver voglia di vedere. Non so come io abbia fatto a non sapere o (se sapevo) a dimenticare. Forse ho vissuto per troppo tempo murato vivo nel mio stesso guscio, peraltro con un muro costruito ad arte da me stesso medesimo.
Il risultato però non cambia: non so niente e devo rimediare, altrimenti rischio di non saper più uscire da questo sentiero su cui mi sono messo, un sentiero che so dove porta.
Vorrei scrivere un racconto dell'orrore ispirato a quel momento in cui, mentre sei preda di una risata incontrollabile, realizzi che non hai più fiato. Gli occhi si riempiono di piccole stelle che volano verso il centro del tuo sguardo, le costole fanno male e i polmoni sembra siano sul punto di bruciare. Per quanto ti sforzi non riesci a prendere fiato come vorresti.
Tipo…
Una punta di paura si insinua in quell'ilarità travolgente che ancora assedia intere zone del tuo cervello. I centri del linguaggio sono andati: non riesci a parlare come vorresti perché la risata spezza le parole e usa il fiato a suo piacimento. La vista si è fatta appena sfuocata anche perché le lacrime ti velano lo sguardo. Mani e piedi funzionano ma non il torace e il ventre che subiscono le vibrazioni e le scosse dell'ormai inspiegabile divertimento.
Ti avevano detto in passato che una risata ci seppellirà ma non credevi accadesse così, così stupidamente, sotto gli occhi increduli e divertiti di amici che nemmeno ti conoscono così bene.
Avresti voglia di fermarti, di bere. Di respirare. Pensi a ciò che di più triste ti viene in mente: il cadavere del tuo cane quando avevi undici anni, quella brutta figura che hai fatto con tuo padre tre mesi fa, il tuo momento di depressione l'anno scorso. Però non basta. Quei pensieri non fanno che acuire la paura insediata nel divertimento: la risata continua ma ora, al seguito, ha quella vena di nero che fa salire il livello di panico e spinge il cuore a battere ancora più forte.
Avrà mai fine? E quando pensi che forse puoi controllarti, che forse il respiro sta tornando sotto controllo… l'immagine che aveva scatenato l'ilarità ti si ripresenta in mente e le sinapsi vanno incontro a un nuovo corto circuito. Non c'è più nulla da ridere ormai, ma lo fai ugualmente. Lo fai mentre la tua coscienza, basita e umiliata, guarda il tuo corpo piegarsi e rompersi.
Il dolore al petto non ti sembra più solo muscolare, dato dal tuo continuo e spasmodico contrarti. Ora sembra venire dalle profondità della tua carne, da qualche luogo ben incassato dietro lo sterno. Senti caldo alle braccia, alle tempie, poi il campo visivo si restringe.
Le gambe cedono. Ti ritrovi in ginocchio di fronte a quegli amici che ora ti si fanno incontro, intorno. I loro sguardi preoccupati, le loro facce pallide, sono la lenza che riporta al di qua dell'abisso la tua coscienza. Se solo non fosse tardi…
Il dolore non passa, si espande, rende il corpo pensate come un macigno. Che sia il cuore? E’ davvero possibile? No: lo senti battere come un tamburo, lavorare per spingere carichi di ossigeno nelle periferie più povere e dimenticate del tuo corpo.
E’ la risata che si è sostituita al respiro per troppo tempo. Perché non ti sei fermato? Cosa c'era di così divertente da non potersi interrompere nemmeno per vivere?
Ricordi solo vagamente il motivo per cui hai iniziato a ridere e ora, a pensarci bene, non era neanche così divertente. Lo sguardo si annebbia, la luce si dissolve, le mani artigliano l'aria come a voler trattenere i fantasmi a cui stai per unirti.
C'era così tanto da fare ancora, così tanto da vedere.
Pazienza. Almeno, per qualche momento, è stato divertente.
Lo diceva Ace Ventura, riferendosi al paté e scandalizzando un elegante avventore della festa a cui era capitato.
Scrivere (in generale produrre arte) è un processo scatologico. Ti svegli, dai contenuti da mangiare al cervello e speri in una buona digestione intellettuale ed emotiva, al termine della quale avrai tu un contenuto nuovo, ispirato a un brodo creato dall'ammollo di tutti quel che hai letto, visto e sorbito.
Per lo più quello che esce è merda e, nel migliore dei casi, un'attenta operazione di lima riuscirà a rendere appena accettabile il risultato. Ma più spesso bisognerà accantonarlo e rassegnarsi a scrivere di nuovo qualcos'altro.
Niente di male, anzi, è il bello del lavoro.
Ho passato la giornata ad affinare le armi perché nei prossimi giorni non vorrei avere più intoppi o problemi di carattere tecnico. A questo punto tutti i pezzi sono sistemati, il mio lato della scacchiera è ordinato e pronto. Non perfetto, sia chiaro: se avessi atteso la perfezione sarei ancora fermo. Ma ho tutto quel che serve per un inizio raffazzonato e goffo come alla fine lo sono tutti gli inizi, o quasi.
Mi sono chiesto a lungo se questa mia fobia paralizzante per le sfide sia nata dalla relativa comodità della mia infanzia. Nel senso che forse è facile, quando ti sembra di avere intorno a te l'indispensabile, chiudersi nel proprio guscio e sopravvalutare i rischi apposta per non correrli. Eppure vedo tanti che, nella mia condizione, si sono lanciati con meno problemi. Quindi evidentemente sono io che ho avuto tempi diversi, che ho sbagliato più spesso e peggio degli altri la strada.
Poco importa, intendo investire nel guardarmi indietro solo il tempo indispensabile, né più né meno, perché il resto delle forze e delle ore mi servono per obiettivi futuri.
Mi sento sulle soglia, con l'aria fredda ed elettrica della pioggia nelle narici, e con quella sensazione di leggera vertigine di quando il cervello riconfigura luce e distanze.
Ok allora. Preparativi ultimati, valige pronte. Si va.
Tempo fa mi sono accorto della presenza di un pezzo di nastro adesivo rimasto in alto, sulla parete, da quando mesi fa avevo imbiancato la stanza. Era lì anche prima, una presenza silenziosa e costante che avevo probabilmente guardato centinaia di volte senza che mai la sua visione mi provocasse una reazione.
Poi accade che un giorno ti alzi, prendi la scala, la posizioni, ci sali e togli il pezzo di nastro. Così è successo a me. E in quel momento mi sono guardato intorno, perché ormai ero sulla scala, a osservare la stanza da quella posizione insolita e privilegiata. Ero più alto dei mobili più alti e potevo vedere chiaramente la polvere accumulata. Quale miglior momento, visto che ormai la scala l'avevo spostata?
E accade, ma ora parlo di progetti e non di pezzi di nastro adesivo, che quando inizi poi continui, semplicemente, perché ormai sei lì.
A tante persone, moltissime, che conosco e ammiro, questa cosa viene naturale. Uscire di casa, lanciarsi nell'impresa, vedere come va e aggiustare il tiro via via. Spostare la scala insomma e fare il primo gesto, quello semplice, di levare via il nastro adesivo.
A me no. Segretamente (perché me ne vergogno) sono scoraggiato e impaurito dalle conseguenze. Che succede se spostando la scala e salendo lassù, vedi qualcosa che va pulito, o riparato? E se togliendo il nastro viene via un pezzo di intonaco?
Inoltre sono vittima della stesso cocktail di sindrome dell'impostore e mania di perfezionismo che affligge una discreta percentuale di persone che conosco. Se voglio iniziare un percorso devo progettare un inizio perfetto: mi servono i migliori strumenti, i migliori tutorial, libri, corsi, trucchi del mestiere. Cosa che le persone che sto cercando di imitare non hanno mai avuto, tra l'altro. Il risultato è l'immobilità, condita di investimenti inutili che vanno ad assottigliare le finanze senza trasformarsi in ritorni accettabili.
Guardare alla perfezione iniziale invece che al progresso continuo è follia. Lo so perfettamente ma al momento opportuno non lo sapevo ricordare.
E poi è cambiato qualcosa. Qualcuno è stato male, io sono stato male, il tempo per un breve momento ha assunto una forma densa e visibile, e mi sono accorto che c'era. Come il nastro adesivo.
E’ stranissimo rendersi conto che il tempo esiste e che scorre. E’ strano e fa impressione perché non siamo abituati (almeno non credo) a tenere a mente che esiste un countdown e che la morte fisica è l'ultimo dei nostri problemi (in senso stretto). Prima di preoccuparci di quella ce ne sono altre di morti. Quando a un certo punto del tempo raggiungi un limite oltre il quale ti diventa impossibile fare o diventare qualcosa, lì di fatto una porta si chiude e un potenziale te che fino a poco prima era bello vivo e vivido nei tuoi sogni se ne va, muore. Passa da prospettiva a ricordo o (se va male) rimpianto.