Sono stato, certo, un poeta minore dell’antologia, a vent’anni citavo quei versi di Borges e a trenta l’usignolo di Teocrito era ormai diventato una viverna, ricordo le lunghe, confortanti discussioni intorno alla tassonomia controversa delle viverne e dei draghi, quattro zampe, due zampe, due ali, il veleno nella coda. Wagner. Il muso triste. Perché siano maledetti tutti gli eroi di tutte le saghe, la madre di Grendel piange comunque un figlio. Voi non sapete l’arte di vivere il meno possibile, pensate che basti abbracciarsi stretti fino a sparire, ma no: invece è una storia di piccoli animali dal manto cangiante, iniettati nelle stagioni del bosco come colore su colore, soffocare lo scintillio mentre passano occhi carnivori. Forse non conosco altra gioia che l’interstizio sottile fra la morte e la vita, la battigia subito sommersa nuovamente, dove il mio guscio appena si riscaldava, proteggeva il cuore dall’astro mai abbastanza lontano.
Non credete sia facile guardarsi da fuori, dagli angoli dell’universo come spettri euclidei. Questa sconfinata folla di rimpianti come madri argentine, ciascuna muta nella sua accusa. Editori, ragazze, il direttore del seminario, la mia relatrice della triennale. Poi S.. Ricordi, mia madre aveva cucito il tuo nome su un cuscino. Ci sono troppi cuscini in questa casa per una persona soltanto. Se lo vedessi di nuovo ti metteresti a piangere, lo so. Non io: a un certo punto rimane solo il deserto da chiamare pace.











