All'insaputa di Jenny, avevo deciso che se non l'avessi convinta ad amarmi mi sarei sparato nell'occhio sinistro. «Ti amo», dissi. «Tesoro» «Non chiamarmi tesoro». Ma scopammo nel sedile posteriore della sua auto. «Rifacciamolo», disse. «Tutte le volte che vuoi»«Non metterti niente in testa», disse. Ci addormentammo insieme sul suo materasso ad acqua. «Sei il mio primo uomo», disse. «Spero che gli altri siano altrettanto bravi». «Perché vuoi gli altri?» «Dammi un bacio d'addio», rispose, e mi offrì la sua lingua innocente. «Ti amo», dissi. «Oh, lascia perdere», disse lei. «Un'altra cosa ti dicevo nella lettera: non amarmi troppo. Ti fa male alla salute». «È l'ultima volta», disse. Immaginai la fredda canna della pistola sul mio occhio sinistro.«Non vedo un futuro per noi», disse Jenny. «Ti amo». «Dovrò riflettere sul significato di queste parole», disse lei. «Ti amo». «Io ti voglio bene», disse sottovoce. «Io soffro per te. Soffro perché non posso amarti di più. Non ti sposerò. Non posso fare una cosa del genere alla mia famiglia. Perciò devi prenderla con più leggerezza. Altrimenti qui non ci torno più. Sul serio, devi essere più spensierato. Giurami che lo farai». «No». «Non ne vale la pena. Non ne vale la pena. Non ne vale la pena. Non ne vale la pena. Ripeti a te stesso che non ne vale la pena. Sul serio». Mi misi a piangere. «Prometti di non amarmi troppo?», chiese Jenny. «Certo». Jenny sospirò. «Sei cosi trasparente» «Amore», disse. «Sei così buono. Mi fai morire con quelle gambe che vanno da tutte le parti». «Farei qualunque cosa per te. Ti piace quando ti stringo cosi?», dissi. «Un po'!», bisbigliò con una risatina. «Mamma mi pugnalerebbe», disse la mia ragazza coreana. «Mi friggerebbe viva se lo sapesse. Mi sta venendo la faccia di bronzo, come dice lei ultimamente». «Be'», dissi, «speriamo di riuscire a tirare fuori il suo lato buono». «Macché», disse Jenny. «Non ti accetterà mai. Non è colpa tua, giovanotto. Non potrà mai accettarti. Non posso fare questo alla mia famiglia. E quindi ti lascerò». «Oh!» «Non guardarmi con quegli occhi vitrei!», ordinò Jenny. «Scusa, non mi ero accorto che ti guardavo così» «Non so che fare», disse. «Ti amo», tirò su col naso. «Come hai potuto farmi una cosa del genere?» «Anch'io ti amo». «Oh!», gridò esasperata. «Succhiami il seno! Così almeno stai zitto. E poi non riesco a credere che hai provato a scoparmi mentre ero al telefono. Sei pessimo!» Un mese dopo abitavo da lei. Jenny guardava grandi foto rosse di bulbi oculari sul suo manuale di oftalmologia, rannicchiata sul materasso ad acqua. «Sto dando una rinfrescata a questa roba degli occhi», mi disse. «Poi mi sa che farò pratica su di te perché hai gli occhi azzurri». Ogni sera tornava a casa in camice bianco, sorridendomi. «Passami il punteggio degli esami», diceva, stesa sul letto. «In realtà un po' mi fa piacere che sei qui, così puoi prendermi le cose». Ma non ci tenevamo mai per mano in presenza di coreani. Se andavamo in macchina a Chinatown magari mi lasciava infilare la mano sotto il vestito, ma dovevamo guardare dritto davanti a noi così la gente fuori dai finestrini non avrebbe sospettato niente.