La Terra non mente - la danza delle conchiglie della Troupe Zangabo
La nostra etnia si chiama Samo, e alcuni ci chiamano anche Samogo. Il nome ufficiale è Samo. I Samo sono partiti dal Mali, facevano parte dei Dogon; e in Mali la maggior parte delle etnie erano commercianti, a parte la nostra etnia Dogon che coltivava la terra; è per questo che le altre popolazioni ci hanno soprannominato in lingua Bamana “Sangui Mogo”: Sangui vuol dire pioggia, e Mogo vuol dire le genti; con il tempo Sangui Mogo è stato abbreviato in Samogo, che quindi vuol dire “le genti della pioggia”, perché gli agricoltori dipendono dalla pioggia. Dunque, arrivati in Burkina, erano loro i coraggiosi agricoltori che non vendevano niente e non compravano niente; spesso facevano dei baratti: per esempio, se qualcuno aveva del miglio e voleva dei fagioli si poteva fare uno scambio. Ai vecchi tempi, colui che non coltivava e che praticava il commercio era considerato come un pigro. Quindi i nostri nonni scambiavano il miglio in cambio di Cauri ( le conchiglie utilizzate come moneta locale ) dai commercianti, al solo scopo di confezionare con i cauri gli abiti tradizionali da portare per le danze, con l’obiettivo di scoraggiare i commercianti e sensibilizzare il popolo a lasciare il commercio per ritornare alla terra. Dicevano: la terra non mente, mentre il commercio porta l’uomo a diventare pigro. Quindi, la danza delle conchiglie è una danza di vecchi saggi che vogliono dominare il denaro e scoraggiare l’uso della moneta nel villaggio. Nella nostra lingua i Cauri si chiamano “Paa” che vuol dire Patria, perché si pensa che a causa della ricerca dei cauri, ovvero dei soldi, l’uomo continuerà a partire per l’estero, quindi Paa vuol dire di ritornare in patria. Ogni danzatore può portare fino a 5000 o anche 6000 cauri. I passi della danza sono fissi e non possono essere modificati. Ogni passo di danza corrisponde a una professione del villaggio e, in occasione dei funerali, celebra il suo onore. Dopo il raccolto il capo del villaggio ordina a tutti gli uomini di partire per la caccia. Questo momento di festa è chiamato Tièka, che è anche il nome che viene dato ai bambini che nascono in questo periodo. Tieka significa: accendere il fuoco e fa riferimento alla tradizione che ora raccontiamo.
Quando i primi abitanti vennero ad installarsi in queste zone, c’era la foresta, ma l’uomo temeva gli animali selvaggi che la popolavano, come il leone e la iena che mangiavano i suoi montoni. Quindi gli uomini per diradare la foresta, hanno catturato un rospo, gli hanno attaccato un filo con un fiocco di cotone a cui hanno dato fuoco, poi hanno lasciato il rospo che saltando dappertutto ha diffuso il fuoco. Al ritorno dalla caccia, si prepara la polenta di miglio tradizionale, chiamata To, con un sugo di fagioli e burro di Karité. La sera si mangia e al termine della cena ci si ritrova tutti sul terreno destinato alle cerimonie, come se fosse la festa di Natale o di Capodanno. Questa giornata è chiamata Kiaboula, che è anche il nome di un grande feticcio. A questo punto il Re del villaggio saluta tutti, ringrazia per il raccolto e fa i migliori auguri per il futuro. Alla fine del suo discorso, prende avvio la danza. Quando la danza finisce tutto il popolo si alza per accompagnare il re fino alla sua dimora. Si tratta di un percorso rituale. Ci si può alzare alle 10 di sera e il re può arrivare alla sua casa, che dista una ventina di metri, alle 5 del mattino. Il motivo per cui ci vuole tutto questo tempo è che il capo deve camminare molto lentamente, ascoltare i canti dei griot presenti e dei tamburi, per dimostrare il suo potere. Non può essere affrettato e deve prendersi tutto il tempo necessario. Le donne lo accompagnano lungo il percorso, portando un seggiolino, su cui di tanto in tanto il re può sedersi.
LA TERRE NE MENT PAS - TROUPE ZANGABO
Notre ethnie s’appelle Samo; et certaine personne nous appelle Samogo. Officiellement le nom c’est Samo. Les Samo ont quitté le Mali: ils était des Dogon; et au Mali la plus part des ethnie faisaient du commerce, sauf notre ethnie Dogon, qui cultivait la terre; c’est pour cela que les autres ethnies nous ont surnommé en langue Bamana, « Sangui Mogo »: Sangui veut dire la pluie, et Mogo veut dire les gents; les gens ont abrévié Sangui Mogo en Samogo qui donc veut dire « les gents de la pluie», parce-que les agriculteurs dépendent de la pluie.
Donc, arrivé au Burkina c’était eux encore les brave cultivateur qui ne vendaient rien et n’achetaient rien; souvent ils faisaient des échanges: par exemple si quelqu'un avait du mil et voulait des haricots, on pouvait faire un échange.
Dans l’heure ancien, celui qui ne cultive pas et qui fait le commerce était considéré comme un paresseux. Donc nos grand parents échangeaient le mil contre les cauris chez les commerçants, et c’était juste pour coudre des habits pour porter pendant la dance avec l’objectif de décourager les commerçants et sensibiliser les gents à laisser le commerce et revenir à la terre. Ils disaient : la terre ne ment pas, or que le commerce amène l’homme à devenir paresseux; donc la danse de cauris est une danse des vieux sage, qui veulent dominer l’argent et les cauris dans les villages.
Dans notre langue on appelle les cauris « Paa » qui veut dire que patrie, parce que on pense que à cause de le recherche de cauris ou de l’argent l’homme va toujours partir à l’étranger; donc Paa veut dire de revenir à vos patrie.
Chaque danseur peut porter jusqu’à 5000 ou 6000 cauris. Le pas de la danse sont fixé et on ne peut pas les modifier. Chaque pas de danse corresponds à une ethnies ou à une profession qui est dans le village et célèbre son honneur à l’occasion des funérailles.
Apres la récolte le chef du village donne l’ordre à tous les hommes de partir à la chasse. Ce moment de fête s’appelle Tièka (allumer le feu) (si un enfant est né en ce moment il s’appelle Tièka).
Quand les premier habitants sont venu s’installer il y avait la foret mais l’homme a peur des animaux sauvages qui habitent dans la foret comme le lion et l’hyène qui mangent leurs moutons. Donc les hommes ont attrapé un crapaud, ils ont attaché un fil avec du coton et ils ont allumé le feu, puis ont laissé le crapaud sauter partout pour ouvrir des espace dans la foret.
Au retour de la chasse on prépare le To de l’haricot avec beurre de karité et on le mange le soir et âpres avoir mangé, tout le monde se rencontre sur le terrain de cérémonie, comme si c’était une fête de Noel ou de Fin d’Année. On appelle cette journée Kiaboula, comme si s’était le prénom de grand fétiche.
En ce moment le Chef salue tout le monde, remercie pour la récolte et il souhaite le meilleur vœux pour le futur. A la fin de son discours, on commence la danse. Une fois fini la danse tout le monde se lève pour accompagner le chef dans sa maison. Il s’agit d’un parcours rituel. Les gens peuvent se lever à 22 heures et le chef peut arriver a sa maison, qui se trouve à 20 mètres, vers 5 heures du matin. La raison pour laquelle ça prend tout ce temps est parce-que le chef doit marcher très doucement, écouter les griot qui sont là et les tam-tam, pour démontrer son pouvoir. Il ne peut pas être pressé et il doit prendre tout son temps. Les femmes sont la à coté et amènent le tabouret ou il va s’asseoir.












