Blood for the ghosts
“The tradition yields us only ruins. The more clearly we test and examine them, the more clearly we see how ruinous they are; and out of ruins no whole can be built. The tradition is dead; our task is to revivify life that has passed away. We know that ghosts cannot speak until they have drunk blood; and the spirits which we evoke demand the blood of our hearts. We give it to them gladly; but if they then abide our question, something from us has entered into them; something alien, that must be cast out in the name of truth”.
Wilamowitz, Greek Historical Writing, Oxford, 1908, p.25 (tr. Gilbert Murray).
“La tradizione ci rende solo rovine. Quanto più chiaramente le valutiamo ed esaminiamo, tanto più chiaramente percepiamo quanto siano in stato di rovina; e dalle rovine non si può costruire un intero. La tradizione è morta; il nostro compito è re-infondere la vita che è è venuta meno. Sappiamo che le ombre non possono parlare, fintantoché non abbiano bevuto del sangue; e gli spiriti che evochiamo domandano il sangue dei nostri cuori. Lo concediamo loro volentieri; ma se allora esaudiscono la nostra richiesta, qualcosa di noi è entrato in loro; qualcosa di alieno, che dev'essere cacciato via, in nome della verità”
[Ovvero, nelle parole di Piero Treves: “afferma e ammonisce, il Wilamowitz, non essere la storiografia se non nekyia, evocazione d'immagini e d'ombre, che racquistano un volto, un nome e la parola, come abbiano gustato, e solo che abbiano gustato, del sangue. Non più il sangue delle vittime ritualmente sacrificate da Odisseo, ma il sangue fraterno dello storiografo, interprete e risvegliatore degli accadimenti passati”].
NB: ma in realtà qui il riferimento di Wilamowitz (solo alluso, in nome della verità scientifica) è, ancora una volta, alle posizioni di Nietzsche, già filologo greco suo collega. Cfr. in Umano, troppo umano:
1.147- L'arte come evocatrice di morti. L'arte esplica in linea secondaria il compito di conservare e benanche di ri-colorire un po’ concezioni spente, sbiadite; essa allaccia, quando assolve questo compito, un legame intorno a epoche diverse e ne fa ritornare gli spiriti.
Per la verità è solo una vita di larva, come sopra delle tombe, quella che in tal modo sorge, oppure come il ritorno in sogno di cari morti; ma almeno per alcuni istanti l'antico sentimento si ridesta e il cuore pulsa con un ritmo ormai dimenticato.
Ora, per questa generale utilità dell'arte, si deve perdonare all'artista che egli non figuri nei primi ranghi del rischiaramento e della progressiva, virile educazione dell'umanità: egli è rimasto per tutta la vita un fanciullo o un giovinetto e si è fermato al punto nel quale è stato còlto dal suo impulso artistico; i sentimenti dei primi gradi della vita sono però, come si ammette, più vicini a quelli delle epoche passate che a quelli del secolo presente. Involontariamente il suo compito diventa quello di far ridiventare bambina l'umanità; questa è la sua gloria e il suo limite.
2.126 L'arte antica e l'anima del presente. Poiché ogni arte diventa sempre più capace di esprimere gli stati d'animo, quelli agitati, quelli delicati, quelli drastici e quelli passionali, i maestri moderni, viziati da questi mezzi espressivi, provano disagio di fronte alle opere d'arte del passato, quasi che agli antichi fossero appunto mancati i mezzi di far parlare chiaramente la loro anima, forse persino certi presupposti tecnici; ed essi ritengono di dover qui venire in aiuto - giacché credono all'uguaglianza, anzi all'unità di tutte le anime. Ma in verità l'anima di quei maestri è stata essa stessa un'altra, più grande forse, comunque più fredda e ancora avversa al fascino della vitalità. La misura, la simmetria, il disprezzo del leggiadro e del voluttuoso, un'inconscia acerbità e mattinale freschezza, un rifuggire dalla passione, come se per essa l'arte dovesse perire - è questo che forma la mentalità e la moralità di tutti i maestri antichi, che non a caso, ma con necessità e con la stessa moralità, scelsero e avvivarono i loro mezzi espressivi. Ma si deve, riconosciuto ciò, negare a coloro che vengono in seguito il diritto di far rivivere le opere antiche secondo la loro anima?
No, perché solo per il fatto che noi diamo loro la nostra anima, esse possono continuare a vivere: solo il nostro sangue fa sì che esse ci parlino. Il presentarle in modo veramente «storico» parlerebbe come uno spettro a degli spettri. Si onorano i grandi artisti del passato meno con quella sterile soggezione che lascia stare ogni parola, ogni nota così come esse furono messe, che con efficaci tentativi di riportarli sempre di nuovo alla vita.
Certo, se si immaginasse che Beethoven tornasse improvvisamente e che davanti a lui si suonasse una delle sue opere con l'acutezza di sentimento e il raffinamento di nervi più moderni, che fanno la gloria dei nostri maestri dell'esecuzione: egli rimarrebbe probabilmente a lungo muto, incerto se alzare la mano per maledire o per benedire, ma alla fine forse direbbe: «Ebbene! Questo non è né io, né non io, bensì una terza cosa - mi sembra anche qualcosa di giusto, benché non sia la cosa giusta. Ma guardate voi a quel che fate, dato che in ogni caso siete voi che dovete ascoltare - e chi vive ha ragione, dice appunto il nostro Schiller. Abbiate dunque ragione e lasciatemi ridiscendere nella tomba».








