[Scrivo qui questa breve nota, a mo’ di appunti, visto che non ne ho trovato segnalazione nelle varie edizioni delle poesie di Fortini apparse o riedite dopo la sua morte].
IN BREVE: La poesia incipitaria della raccolta composita solvantur contiene nel giro di pochi versi almeno tre (banali) errori, spiegabili solo con una mancata revisione finale o -più probabilmente- con un’errata interpretazione di quanto lasciato scritto dall’autore.
Composita solvantur
Transi hospes et orna mensam
et ne differas de die in die.
Repulsa est a pace anima mea.
Tetigit eam ventus urens
et fructus suas destrinxit.
Transi hospes et orna
mensam. Solem nube tectum
cernitur nec de coelo
nobis fulget luna.
Eccone la traduzione (di servizio): si tratta di una sorta di (dichiarato) centone dal latino biblico della Vulgata (1). Quanto mai appropriato per inaugurare, a mo’ di epigrafe incipitaria, questi ultimi versi, profetici e pessimisti, di un Fortini già malato, quasi d’oltretomba (2).
I composti si dissolvano
Vieni straniero e prepara la tavola
e non rimandare di giorno in giorno.
E' stata allontanata dalla pace l'anima mia,
l'ha colpita un vento ardente
e ha colto i suoi frutti.
Vieni straniero e prepara
la mensa. Il sole coperto da una nube
vediamo né dal cielo
a noi brilla la luna.
NOTE
(1) v.1 (iterato al v. 6): Ecclesiasticus 29:33 Vulgata. Cfr. anche Geremia Lamentationes 1:11-13 : "O vos omnes qui transitis per viam, attendite et videte si est dolor sicut dolor meus"
v.2: Ecclesiasticus 5:8. 8 “Non tardes converti ad Dominum et ne differas de die in diem"
v.3: Lamentazioni di Geremia, 3,17
v.4: Libro di Giobbe: «Tetigit eam ventus urens» varia infatti il «Tollet eum ventus urens» (Gb 27, 21) della Bibbia, dove si dice del destino dell'empio; cfr. Geremia, 4:17-19, Vulgata: "ista malitia tua quia amara quia tetigit cor tuum"
v. 5: cfr. "summa destringe ex arbore plantas" (Virgilio, Georg. ii. 399) Ma fructus è maschile (es. Genesi a Caino: "eam non dabit tibi fructus suos vagus et profugus eris super terram"; o l'Ave Maria: "benedictus fructus ventris tui")
Per il verbo, che denota uno staccare, cfr. p.e. Columella, De Re Rustica: destringere uvas, bacca, olea ("ne vindemitor manu destringat uvas")
vv.7-9: "statim autem post tribulationem dierum illorum sol obscurabitur et luna non dabit lumen suum et stellae cadent de caelo et virtutes caelorum commovebuntur" cfr. Matteo 24:29 e commento di S.Agostino, Sermo LXXXVIII, de verbis Matth. XX: "quod fulget de coelo, vel quod exhibetur de lucerna". Ma sol dovrebbe essere al nominativo, ad es.: nec “sol nube tectus cernitur", cfr. ad esempio “sol, qui tectus aquosis nubibus ante fuit, victis e nubibus exit" (Ovidio, Metamorfosi 5.570-1); o forse, più probabilmente, va letto non cernitur ma cernimus, sempre seconda persona plurale come il nobis al v.9
(2) Composita solvantur è l'ultima raccolta di Fortini (poesie scritte o riviste tra il 1984 e il 1993). Pubblicata nel febbraio ‘94, con Fortini già gravemente malato (morirà a novembre). “Le cose composte si dissolvano", ovvero il disordine succeda all’ordine: così recita l’epitaffio sul monumento funebre di Francis Bacon, al Trinity College di Cambridge, richiamato dallo stesso Fortini. Ma anche viceversa; così infatti Fortini in un'intervista: "Composita solvantur, dice il titolo: tutto si dissolva e si ricomponga in un nuovo ordine. Un precetto alchemico" (Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, p. 697).
Insomma, forse è possibile emendare (3) il collage biblico di Fortini, riportandolo all’intenzione dell’autore, così (in grasetto le parti modificate):
Transi hospes et orna mensam
et ne differas de die in diem.
Repulsa est a pace anima mea.
Tetigit eam ventus urens
et fructus suos destrinxit.
Transi hospes et orna
mensam. Solem nube tectum
cernimus nec de coelo
nobis fulget luna.
(3) Così anche cautamente Giuliano Ladolfi, in Atelier Poesia n° 25, dedicato a Fortini ( pag. 28 nota 61: “Destano perplessità due nessi grammaticali: «fructus suas» e «solem cernitur»”), che evidentemente considera la (m) mancante in diem al v.2 come mero errore di stampa.
Eugenio Montale, racconto: "Il regista", da La farfalla di Dinard (Neri Pozza, 1956), scritto nel 1951. Tratto da Prose e Racconti, Mondadori, 1996, pp.162-64:
Aureolato, quasi fuso nella prima nebbiolina del mattino, l'uomo che somigliava ad Amerigo mi guardava, fermo sul marciapiede. Abbozzai, poi trattenni, un cenno di saluto che non gli sfuggì. «Dunque mi riconosci?» disse. «Sono proprio io, Amerigo» ("Maledizione" dissi a me stesso. "Com'è che lo credevo morto? Qualche informazione sbagliata, qualcuna di quelle stupide notizie che si raccolgono senza controllarle... Meno male che lui non ne sa nulla) «Come stai?» continuò Amerigo. «Cercavo anche te, fra gli altri. Son di passaggio per pochi giorni. Non dovrei dirtelo, le mie mansioni sono segrete, ma non dimentico il servizio che mi rendesti il giugno di quell'anno, in Vallarsa, quando mi mandasti in licenza alla vigilia dell'offensiva. Lo so, non volevi salvar la pelle proprio a me, anzi ti ero antipatico, ma appunto per reagire a quell'immotivata antipatia volesti esser giusto al cento per cento. E così devo a te la mia vita, il primo incontro con Y., che fu la mia fortuna e avvenne proprio in quei pochi giorni di licenza, e tutto il resto.
Non ringraziarmi e sentimi bene (e soprattutto non parlarne a nessuno, altrimenti ti lascio andare per la tua china e nessuno parlerà più di te): stiamo girando il film dei prossimi cinquanta secoli che poi gli interessati vedranno, anzi vivranno, a turno e per il piccolo tratto che li riguarda. Tu, come uomo vivo, appartenevi al film precedente, oh no, non un brutto film, non dirlo, ma certo un po' invecchiato, un po' démodé...Troppi primi piani, troppe carrellate, troppi divi. Ora il racconto sarà molto più filato, molto più spedito. E che musica, sentirai! Forte come una cannonata e sottile come il fischio del tordo. E si capisce: lassù si aggiornano, si tengono al corrente. In fondo, abbiamo una scelta che voi non avete. «Già» balbettai accostandomi a un muro dov'erano affissi i manifesti per la giornata "dell'educazione stradale". «Già, capisco benissimo, lassù... eh, già, è naturale, una scelta... molto scelta, molto ricca...» (Il manifesto su cui appoggiavo le spalle portava scritto "La vita è breve, non abbreviatela di più".)
«Ora» proseguì «non si tratta di darti una parte nuova, la tua sta per finire e non è stata nemmeno brillantissima. Non per colpa tua, lo so. Al tuo tempo erano di moda i divi e tu non sei nato per questo. Avresti figurato meglio nel nuovo film, ma ripeto che non c'è nulla da fare. Sei nato troppo presto. Però non t'impressionare. Posso ficcarti di straforo nel nuovo film, assegnarti una parte nel ricordo dei nuovi attori.
Tu scrivi, o almeno scrivevi, se ben ricordo. Non farti troppe illusioni, un posto tipo Omero ti è interdetto dalle note informative che stiamo raccogliendo e che non sono straordinarie. E non credo neppure che una immortalità (badi, per soli cinquanta secoli) tipo Callimaco, duecento lettori ogni secolo, - ma che lettori! - potrà esserti assegnata. Una sopravvivenza affidata alle tue opere non mi sento di garantirtela. Forse la meriti, non lo escludo affatto. Ma cosa vuoi? Le note informative sono quel che sono, non ci facciamo illusioni sull'imbecillità di chi le ha scritte, ma cestinarle del tutto non si può. Il nuovo film organizza e ricucina i dati del film precedente, non possiamo far tabula rasa di tutto. Ci arriveremo un giorno, ma per ora ci vuol pazienza. Io stesso sarò presto sostituito da nuovi registi, molto peggiori di me. Dunque che ne diresti se ti offrissi una parte di comprimario? Nessuno ti leggerà, nel nuovo film, ma tu sarai ricordato come una figura già esistente, come uno che è vissuto in altri tempi. Vuoi diventare il personaggio di un libretto d'opera, s'intende un personaggio secondario, qualcosa come l'Angelotti della Tosca? Credo sia esistito davvero. O preferisci legare il tuo nome a una bistecca, come il signor Châteaubriant?
Si potrebbe fare -se preferisci- che uno spillo, una cravatta, una pettinatura portino il tuo nome; o una nuova sottospecie di cani, se vuoi. So che amavi certi bastardi, si potrebbe stabilizzarne un tipo e apporvi il tuo cartellino. Ma occorre far presto. Sono molto indaffarato e se non t'incontravo non so se avresti figurato nel mio treatment. Sai darmi un'idea, un'indicazione?»
Vacillai, feci pochi passi nella nebbia, Amerigo mi sostenne, un fanale verde che stava alle mie spalle si fece color rosso fuoco, una colonna di macchine si avventò su di me e poi a un fischio si fermò di colpo. Un poliziotto vestito di un impermeabile nero mi si avvicinò di corsa. «Siete in contravvenzione» gridò. «Levatevi di qui e seguitemi sul salvagente.» «Anche lui... in contravvenzione?» dissi guardando Amerigo ch'era saltato sul salvagente con noi.
«Lui? Di chi parlate?» disse l'agente tirando fuori un taccuino per verbalizzarmi.«Siete ubriaco? »
Evidentemente non vedeva nulla nella nebbia dov'io vedevo il volto che mi aveva sorriso in Vallarsa più di trent'anni fa.
NOTE
- Sulla metafora del "film della vita" Montale ritorna, nella raccolta. Il racconto di chi è "Sul Limite" (ibidem, p.204-10) o sta per varcarlo.
E riecheggia anche altrove l’anelito di realizzare qualcosa di eterno, andando oltre l’incompiutezza dell’esperienza di vita sino ad allora maturata ("qualcosa che fosse eterno a forza d'essere finito", ibidem)
-Altrove nella raccolta ricorre il tema di quel che resta dopo che l'autore muore, la sorte delle sue opere, quasi "reliquie" (cfr. "I quadri in Cantina"). "Che si fa"? E' la domanda che da sempre apre il monologo deliberativo interiore. Come "sbarazzarsi" del ricordo di chi è stato in vita e ora non lo è più ("era morto, la sua favola era finita")? E come salvarne le creazioni, da chi commenta distratto, con indifferenza: "Chi è? Oh, nulla". Al di là del valore estetico delle creazioni dell’artista, dismettendo i panni del critico siamo condotti a porci lo stesso quesito di Montale (ibidem, p.205): «Posso io, forse l'ultimo depositario del segreto e della tristezza di quel nobile ragazzo, lasciarli morire così? O debbo insistere (è la mia disgrazia di sempre) in un estremo tentativo di repêchage di ciò che la Vita, crudele, ha respinto, ha gittato fuori delle sue rotaie?»
Es preciso citar a los clásicos ante un tribunal de náufragos para que allí respondan ciertas preguntas perentorias que se refieren a la vida auténtica
Di fronte a un tribunale di naufraghi è necessario citare i classici perché vengano date risposte alle domande perentorie che riguardano la vita autentica
Ortega y Gasset (1932)
Traduz. italiana “Goethe. Un ritratto dall'interno”, Medusa Edizioni, Milano, 2003, art.orig. Pidiendo un Goethe desde dentro. Carta a un Alemán, in Die neue Rundschau, 1932
(...) Se l'europeo fa un bilancio della propria situazione con perspicacia, si accorgerà che non dispera del presente né del futuro, ma precisamente del passato.
La vita è un'operazione verso il futuro. Si vive dall'avvenire, perché vivere consiste inesorabilmente in un fare, nel compiersi in sé di ogni esistenza. Chiamare «azione» questo «fare» significa imbellettare il lato tremendo della realtà. L'«azione» è solo l'inizio del «fare». È soltanto il momento in cui si decide ciò che si sta per fare. (...) Non basta l'azione - che è un mero decidersi -, ma è necessario fabbricare ciò che si è deciso, eseguirlo, ottenerlo. Quest'esigenza di effettiva realizzazione nel mondo, ben oltre la nostra mera soggettività e intenzione, è ciò che esprime il «fare». Questo ci obbliga a cercare mezzi per sopravvivere, per realizzare il futuro, e allora scopriamo il passato come arsenale di strumenti, di mezzi, di ricette, di norme. L'uomo che conserva la fede nel passato non teme il futuro, perché è sicuro di trovarvi la tattica, la via, il metodo per sostenersi nel problematico domani. Il futuro è l'orizzonte dei problemi; il passato la terraferma dei metodi, delle strade che crediamo di avere ben certe sotto i nostri piedi. Pensi, caro amico, alla terribile condizione dell'uomo per il quale, all'improvviso, il passato, le certezze, diventano instabili, un abisso. Prima, il pericolo pareva trovarsi soltanto di fronte a lui; ora è anche alle sue spalle e sotto i suoi piedi.
Non sta forse succedendo anche a noi qualcosa di simile? Credevamo di essere eredi di un magnifico passato e di poter vivere di rendita. Nel momento in cui il futuro ci incalza più fortemente rispetto alle ultime generazioni, ci voltiamo indietro cercando, come eravamo soliti, le armi tradizionali; ma impugnandole ci rendiamo conto che sono spade di canna, gesti insufficienti, attrezzo scenico che si rompe nell'impatto col bronzo del nostro futuro, dei nostri problemi. E improvvisamente ci sentiamo diseredati, senza tradizione, indigenti, come neonati senza predecessori. I romani chiamavano patrizi i figli di coloro che potevano fare testamento e lasciare un'eredità. Gli altri erano i proletari, discendenti ma non eredi. La nostra eredità consisteva nei metodi, ovvero nei classici. La crisi europea, tuttavia, che è la crisi del mondo, può essere vista come la crisi di ogni classicismo. Abbiamo l'impressione che le vie tradizionali non siano più utili per risolvere i nostri problemi. Sui classici si possono scrivere libri all'infinito. L'atteggiamento più semplice di fronte a un fatto è scriverci sopra un libro. Il più difficile è vivere di esso. Possiamo vivere oggi dei nostri classici? L'Europa di oggi non soffre di una strana proletarizzazione spirituale?
Il fallimento dell'università di fronte alle necessità attuali dell'uomo - il fatto gravissimo che in Europa l'università abbia cessato di essere un pouvoir spirituel - è soltanto una conseguenza di quella crisi, perché l'università è classicismo.
Non sono proprio questi i fatti che più contrastano con lo spirito dei centenari? Nelle feste dei centenari il ricco erede rimira compiaciuto il tesoro che i secoli hanno via via distillato. È triste e deprimente, invece, contare un tesoro di monete deprezzate. Questo serve soltanto a confermarci l'insufficienza del classico. Alla luce cruda, esigente, inesorabile, dell´attuale urgenza vitale, la figura del classico si scompone in mere frasi e smancerie. (...)
La nostra disposizione è esattamente opposta a quella che potrebbe ispirarci atti di culto. Nel momento del pericolo la vita scrolla via tutto ciò che vi è di inessenziale - escrescenza, tessuto adiposo -, e cerca di spogliarsi, di ridursi al puro nervo, al puro muscolo. Qui sta la radice da cui può venire la salvezza dell'Europa, nella contrazione all'essenziale.
La vita è in sé stessa e sempre un naufragio. Naufragare non è affogare. Il poveretto, sentendo che s'immerge nell'abisso, agita le braccia per mantenersi a galla. Il movimento delle braccia col quale reagisce alla propria perdizione è la cultura - un moto natatorio. Quando la cultura non è che questo, realizza il suo significato e l'umano si eleva sul proprio abisso. Dieci secoli di continuità culturale producono, però, tra i tanti vantaggi, anche il grande inconveniente della sicurezza dell'uomo, la perdita di emozione del naufragio, e la cultura si gonfia di opere parassitarie e linfatiche. Deve, quindi, sopraggiungere una qualche discontinuità che rinnovi nell'uomo la sensazione dello smarrimento, vera sostanza della sua vita. Occorre che gli vengano meno tutti gli strumenti per galleggiare, che non trovi nulla a cui aggrapparsi. Allora le sue braccia si agiteranno di nuovo in modo salvifico.
La coscienza del naufragio, essendo la verità della vita, è già la salvezza. Per questo motivo io credo soltanto ai pensieri dei naufraghi. Di fronte a un tribunale di naufraghi è necessario citare i classici perché vengano date risposte alle domande perentorie che riguardano la vita autentica.
nelle Ecclesiazuse, precisa Canfora, e non viceversa...
La Stampa 6.3.2014
LETTERE / La crisi dell’utopia, il titolo era sbagliato
Leggo con piacere a p. 37 del numero di ieri il testo dell’intervista che Silvia Ronchey ha voluto gentilmente rivolgermi. Per un refuso redazionale è accaduto però che il titolo del volume del quale si parla nell’intervista sia stato stravolto. Il titolo infatti è: La crisi dell’utopia, Aristofane contro Platone. Invece a p. 37 si legge reiteratamente Platone contro Aristofane. Ne risulta un effetto comico che danneggia il volume, che sviluppa la tesi esattamente contraria. Oltre tutto è esistita una corrente di studi mirante a sostenere che fosse Platone a polemizzare contro la commedia di Aristofane. Non vorrei perciò, per colpa di tale refuso redazionale, essere annoverato in una corrente di studi alla quale non appartengo!
Luciano Canfora
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Luciano Canfora: La crisi dell’utopia. Platone contro Aristofane, Laterza, pp. 437, € 18
Risvolto
«I fallimenti liquidano l’utopia, o l’utopia resta un bisogno morale al di là del naufragio? E la demonizzazione, fin troppo facile, dell’utopia non diviene un alibi per blindare in eterno la conservazione e l’ingiustizia?»
Dell’utopia antica e delle sue proiezioni moderne; dello scetticismo antico e moderno; del rischio dell’utopia e del rischio dell’immobilismo fatalistico.
«Nel corso delle feste Scire, un gruppo di donne, capeggiate da una di loro, Prassagora, particolarmente dotata di carisma e capace di pilotare un gruppo bene organizzato e proteso all’azione politico-assembleare, ha deciso di partecipare ai lavori dell’assemblea popolare. Naturalmente in quanto donne non potrebbero, perché la democrazia ateniese, come ogni società premoderna, è maschiocentrica. Perciò si travestono da uomini, con barbe, mantelli e sandali adeguati al ruolo. Si radunano all’alba per occupare già prestissimo posti all’assemblea...».
Questo libro ha al centro una commedia di Aristofane il commediografo, irriducibile - forse più di qualunque altro in quell’arte - a schemi preconcetti e a schieramenti partitici. La sua commedia, Le donne all’assemblea, ha di mira un progetto di riforma radicale della società che trova rispondenza con sorprendente puntualità nel nucleo più audace della Repubblica di Platone. Nella commedia, Aristofane ridicolizza l’idea che si possano mettere in comune le ricchezze e le relazioni sessuali; al contrario Platone ne fa l’oggetto di uno dei suoi dialoghi più importanti e influenti. È un conflitto paradigmatico sull’utopia, sulla possibile costruzione dell’uomo nuovo, sulla realizzabilità di un assetto sociale totalmente innovativo, fondato - secondo l’intuizione platonica - sulla proprietà collettiva, o meglio sulla negazione della proprietà, e sulla cancellazione dell’istituto familiare con tutto il suo carico di egoismi. Più in generale, su una palingenesi complessiva di cui l’‘uomo nuovo’ è o dovrebbe essere il risultato.
Canfora: ora il comunismo deve tornare all’utopia
Nel nuovo libro l’antichista rilegge gli ideali di uguaglianza della Repubblica platonica: l’unico modo per contrastare le risorgenti forme di schiavitù Il socialismo scentificio si è rivelato perdente In contrasto con tutte le previsioni, incluse quelle di Marx, la contrapposizione è di nuovo tra liberi e schiavi
Intervista di Silvia Ronchey - La Stampa 5.3.2014
Canfora come Platone? Le premesse di un transfert si coglievano già nel precedente libro su La guerra civile ateniese, contributo «tombale» sulla democrazia antica (e moderna).
Nell’esperimento rivoluzionario «filospartano» dei cosiddetti Trenta Tiranni che aveva illuso il giovane Platone - quella rivoluzione trasversale alla polarità Atene-Sparta, in cui la lotta si faceva verticale, tra classi o ceti, anziché orizzontale, tra regimi - già si leggeva un’analogia con l’esperimento rivoluzionario novecentesco che ha affascinato Canfora sin da giovane.
Le parole della VII lettera platonica, dove il filosofo ormai anziano e disilluso autodenunciava la sua iniziale adesione al progetto «ascetico-autoritario» di Crizia, poi sfociato nell’orrore e nel sangue oltre che nella condanna a morte del suo maestro Socrate, vibravano già di una risonanza autobiografica.
In questo secondo e ancora più denso libro (La crisi dell’utopia. Platone contro Aristofane, Laterza, pp. 437, € 18) dalle forme politiche si passa alle idee: all’ideologia, all’utopia.
Ma - domandiamo all’autore - alla parola «utopia» non potremmo aggiungere l’aggettivo «comunista»?
Non è questo libro, tra le molte cose, anzitutto una riflessione sul comunismo? Declinata lungo l’orizzonte dei secoli e dei millenni, dal V secolo di Crizia al XX di Pol Pot, passando per Campanella, Swift, Saint-Simon, Fourier e molti altri, ma soprattutto per Marx e Engels? Con occhio sempre più da filosofo della storia che da storico dell’antichità?
«La crisi di cui parlo è certamente quella dell’utopia comunista, ma intesa con un’ampiezza che si è persa. Dobbiamo restituire alla parola comunismo la vastità di contenuto già ben presente ai due giovani intellettuali che scrissero il Manifesto. Nella loro testa, prima che tutto accadesse, il comunismo non riguardava solo i mezzi di produzione, la sfera economico-sociale, ma i rapporti interpersonali, il destino della famiglia. Abbiamo assistito al compiersi dell’annosa parabola del passaggio del comunismo dall’utopia alla scienza. La seconda tappa è tornare dall’idea perdente del socialismo scientifico all’utopia».
Proprio sui rapporti interpersonali e sul destino della famiglia è incentrata la satira di Aristofane nelle Donne in assemblea, che lei dimostra, con prove testuali inoppugnabili, in diretta polemica con il V libro della Repubblica di Platone, in particolare con la «scandalosa e unilaterale rivoluzione sessuale presentata dal Socrate platonico come corollario della comunanza di tutto tra tutti»; ma soprattutto con l’idea di parità in pubblico tra uomo e donna - sul piano dell’intelligenza, delle capacità operative e della pari responsabilità nella gestione della città.
«Nei secoli e nei millenni la vera pietra dello scandalo dell’utopia platonica non è stato l’egualitarismo in quanto tale - presente sia pure in altre forme nelle origini cristiane e in quanto possiamo ricostruire dallo scarno e interpolato testo evangelico sulla predicazione dell’eroe eponimo del cristianesimo - ma proprio la concezione del rapporto uomo-donna. La morbosa petulanza dei Padri della Chiesa è riuscita a inseguirla all’interno di opere mastodontiche come la Repubblica o le Leggi e Platone è stato principalmente condannato proprio per l’"immoralità" delle idee sulla condizione femminile e sull’ethos sessuale».
Nei passi dei Padri della Chiesa del IV e V secolo, che lei cita nel suo libro, dalla condanna della parità della donna discendono tre anatemi: amore libero, aborto, omosessualità.
«Tre bestie nere su cui la posizione della Chiesa cristiana nei secoli non è mutata di un centimetro. Il fatto è che le utopie a base religiosa durano millenni senza mutare, non essendo mai suscettibili a controprova. La frastornante elementarità concettuale del linguaggio di coloro che guidano le Chiese si basa su un libro solo, mentre noialtri ne abbiamo un’infinità, e in contrasto tra loro. Per questo le utopie laiche, che si presentino o no come scientifiche, si bruciano presto: le loro proposte economiche e sociali si esauriscono nel tempo alla prova dei fatti; il loro linguaggio concettuale è vulnerabile allo stesso spirito critico che sta a loro fondamento».
La polemica di Aristofane prende di mira, in Platone, l’intellettuale utopista che dopo avere partecipato al regime utopico-sanguinario dei Trenta ha continuato a ritenere il suo tragico naufragio solo un incidente di percorso. Il suo slancio di intellettuale che si mantiene fedele al comunismo utopistico dopo il fallimento del comunismo reale su che cosa si concentra oggi?
«Oggi mi trovo a pensare che inaspettatamente, in contrasto con tutte le previsioni incluse quelle di Marx stesso, la contrapposizione è di nuovo tra liberi e schiavi. La geografia delle classi sociali si è trasformata sotto i nostri occhi, nella dialettica tra mondo sviluppato e Terzo mondo o anche nelle forme di quella "schiavitù concordata" che si attua qui in Occidente, dove il contrasto non è più tra capitale e lavoro salariato, ma quest’ultimo compie la scelta atroce, volta alla salvazione individuale, di arretrare rispetto alle precedenti condizioni. Penso al lavoro sottopagato in modo umiliante, ad esempio nel Sud d’Italia o in Portogallo, alle condizioni schiavili di vita che scorgiamo nelle grandi città, vicino alle stazioni ferroviarie o nei quartieri ghetto. È la realtà lancinante del XXI secolo, un processo di ritorno delle forme di dipendenza che può essere contrastato solo dalla riaffermazione vigorosa del concetto "utopico2 di uguaglianza, morto tra le pieghe delle varie nomenklature di tipo sovietico».
Sul dilemma "Platone o Aristofane" cfr. lo stesso Canfora, a proposito dell'utopia comunistica / del comunismo:
Si pone dunque la domanda se utopia non fosse proprio quella accelerazione storica che nel 1917/1919 era parsa a molti incontrare e felicemente interpretare für ewig il ‘senso della storia’.
Per converso però resta ineludibile l’altra domanda: se cioè non sia una costante umana, quale che sia la forma in cui nel tempo essa viene espressa, la istanza che punta alla formazione dell’‘uomo nuovo’, il rifiuto cioè di rassegnarsi alla rassicurante e paralizzante saggezza radicata nel convincimento, tipico del realismo classico, della immutabilità della natura umana. Perciò il dilemma è pur sempre: Platone o Aristofane.
Il contrasto è tra realismo disincantato e visione della storicità e dunque, a certe condizioni, modificabilità della ‘natura umana’. Ed in effetti è proprio l’idea di progresso che viene bollata come illusoria dai fedelissimi della ‘fissità’ immutabile: voci scettiche, che vanno dal cinismo al titanismo di tipo leopardiano (ma la sostanza poco cambia).
In realtà anche il pensiero classico, che passa per essere il luogo privilegiato della negazione dell’idea di progresso fu assai meno convinto di quel che si creda di una siffatta immobilità. L’orgoglio sa rivendicazione da parte di Prometeo, nell’omonima tragedia di Eschilo, di quel che l’umanità aveva conquistato grazie alla sua disobbedienza è un manifesto dell’idea di progresso, come del resto lo è il grande affresco dello sviluppo delle forze produttive, e quindi della civiltà, con cui si apre l’amplissima introduzione che Tucidide collocò al principio della sua storia. E persino la celebre chiusa di quell’affresco, culminante nella nozione del prevedibile ripetersi dei meccanismi della politica e della guerra reca, dentro la frase ben nota e tante volte ripetuta ma forse non del tutto rettamente intesa, la nozione di ‘natura umana’ come variabile.
Neanche i più impervi realisti si sottraggono alla spinta morale che sta comunque alla base della opzione per l’agire politico. Non concluderebbe il Machiavelli il suo trattatello con i celebri versi del Petrarca se non concepisse anche lui l’agire politico come qualcosa che ha un grande fine e non soltanto come una atemporale tecnica del potere.
Nell’‘utopia’ operativa (non meramente contemplativa) di Platone si intrecciano sfiducia elitistica nella ‘natura umana’ (i filosofi reggitori e i guardiani sono, per lui, molto più avanti rispetto alla massa) ed il proposito, ottimistico, di cimentarsi a costruire l’‘uomo nuovo’. Si può guardare a Platone e alla sua ‘utopia’ in molti modi, né è giusto fargli dire quello che non ha detto o assumerlo come archetipo di esperienze sviluppatesi millenni dopo. E nondimeno, nella sua riflessione vi è un nucleo vivo intorno al quale tuttora ci si divide; il che fa emergere quel filo fecondo e controverso che lo collega ancora saldamente al nostro presente
Questo l'indice del libro:
Avvertenza
Prologo
I. I dialoghi di Platone come atti scenici
II. La Repubblica nasce prima del primo viaggio in Sicilia
III. La data drammatica della Repubblica non fu scelta a caso
IV. L’‘autobiografia’ di Platone
V. Lo scandalo Platone
VI. La rivalità con Senofonte
VII. Come si salvò Aristofane
VIII. L’ultimo Aristofane
Parte prima
Commedia e filosofia
I. La commedia contro i Socratici: il bersaglio è Platone
II. Le soldatesse
III. Platone replica alle Ecclesiazuse: il Simposio
Parte seconda
Il nome di Platone
Nota preliminare
I. Il nome di Platone
II. Platone e i suoi fratelli
III. Σάθων: il nomignolo fallico di Platone
IV. Nei Telmessi non c’era Aristillo
V. Motteggiare Aristillo
VI. Perché Aristillo
Parte terza
Sinossi
I. Le donne all’assemblea e la Repubblica di Platone
II. Negare l’evidenza
III. Coincidenze decisive e parallelismo strutturale
IV. Ecclesiazuse come anti-Platone
V. Come Aristofane degrada e fa saltare la Kallipolis
VI. Prassagora «comandante filosofa» controfigura capovolta del filosofo reggitore
VII. «Sono un uomo libero!» – «No! Siamo in democrazia»
VIII. La ‘sofistica’ di Zeller e il garbuglio ipotetico di Halliwell
IX. Ma cosa c’entra Falea?
Parte quarta
Cronologia delle Ecclesiazuse
I. La variante inesistente e i suoi effetti
II. Cronologia delle Ecclesiazuse
III. Trasibulo s’indigna
IV. Una più realistica visione d’insieme
Parte quinta
Il pittore perfetto
I. Il pittore più bravo
II. Dall’«ottimo pittore» ai «figli degli dei»
Parte sesta
I destini dell’utopia
I. Elitismo
II. Dal mito di Sparta al mito di Atlantide
III. Aristotele contro l’utopia, specie se platonica
IV. Le isole del sole
V. L’imbarazzo di Cicerone e l’affondo di Lattanzio
VI. Destini dell’utopia platonica: la condanna cristiana
VII. Destini dell’utopia platonica: dalla Città del Sole all’inferno degli Yahu
VIII. La crisi dell’Utopia
IX. «L’uomo nuovo»
Appendici
1. Aristillo «a bocca socchiusa», 2. Come Antimaco divenne Lamaco (di E. Grisanzio e P. Caputo), 3. Il tirocinio politico di Prassagora, 4. Le pere di Trasibulo (Ecclesiazuse, 355-362), 5. Archeanassa, 6. A proposito della hypothesis III del Pluto, 7. Il successo delle Rane, 8. Morgenstern, 9. «Ciò che Socrate dice nella Repubblica di Platone»
Abbreviazioni
Indice dei nomi
Indice delle testimonianze scritte
Elenco delle illustrazioni
1. Busto di Platone - 2. Marciano greco 474, f. 3r - 3. Vaticano Palatino greco 116, f. 24v - 4. Vaticano Ottoboniano greco 161, f. 2r - 5. Papiro Princeton inv. AM 11224C - 6. Ravennate 429, f. 35v - 7. Marciano greco 474, f. 43v - 8. Ambrosiano L 39 sup., f. 140r.
Così in particolare sull'autenticità (e provenienza: un cartonnage) dei frammenti [NB: viene evidenziato in proposito il ruolo del P.GC. inv. 105, papiro appartenente alla Green Collection]:
But how can we be certain that such resemblances are authentically Sapphic and that these new fragments are genuine? After all, you might wonder, doesn’t “The Brothers Poem” rather too conveniently fill a gap in what we know of Sappho and her family? And doesn’t it rather suspiciously confirm Herodotus, in mentioning two names we know, and none that we don’t? Palaeography provides a criterion, but also a model for forgers. Some scholars did, at first, doubt its authenticity, including one of the editors of the last “New Sappho” to be discovered. But other indicators leave no room for doubt. Metre, language and dialect are all recognizably Sapphic and (more difficult for a forger to achieve) there are no contrary indications whatsoever of date or handwriting. The authorship of Sappho was clinched, however, when the papyrus’s text was found to overlap, in two narrow vertical bands of letters, with fragments of two previously published papyri containing fragments of Sappho. The antiquity of the physical fabric of the papyrus is beyond reproach: indeed, it was damaged in ancient times, torn up the centre of the one complete surviving column, and still bears the ancient papyrus repair strips on its back applied in antiquity. It is written in black carbon ink in an identifiable professional bookhand, but with idiosyncratic stylistic traits that would be difficult for a modern calligrapher consistently to emulate. It also passes tests of spectral analysis for density of ancient carbon-base ink. The authenticity of the ancient mummy cartonnage panel, from which the papyrus was extracted, having been recycled in antiquity to accompany a burial, has been established through its documented legal provenance. The owner of the papyrus wishes to remain anonymous, but has submitted the papyrus to autopsy and multi-spectral photography, as well as Carbon 14 testing of an uninscribed portion of the papyrus sheet itself by an American laboratory, that returned a date of around 201 AD, with a plus-minus range of a hundred years.
Ancora su Saffo, nuovo frammento "dei fratelli": ἀέρρη o ἀέργη?
Vedo che ieri, su Repubblica, anche Maurizio Bettini ha ripreso la notizia dei nuovi frammenti di Saffo, evidenziando nella sua chiusa in particolare l'incertezza della ricostruzione del v. 17, in connessione all'esatto ruolo del fratello minore Larico, questione davvero interessante.
Si dovrà integrare ἀέρρῃ (così F.Ferrari e altri: il cong. pres. eol. di άέρρω = ἀείρω, con "κεφαλάν ἀέρρηι" a significare "alzare la testa", ossia divenire uomo capace di farsi valere, in protezione della propria famiglia contro nemici e avversità), oppure ἀέργῃ (così Obbink nella ZPE, vedi testo sottostante)?
In quest'ultimo caso il senso sarebbe positivo, non negativo (Obbink: "ἀέργει in Brothers Poem 17—here positive, not pejorative"): Larico sarebbe cioè inattivo non perché ignavo, ozioso, bensì perché divenuto a pieno titolo membro della facoltosa classe dirigente lesbia (citando sempre O.: "member of the leading, leisured class").
(Parrebbe, tra l'altro, che sia difficile, nello spazio disponibile, integrare una rho: così, almeno, dalla lettura dell'esperto Obbink; per ora abbiamo solo la trascrizione diplomatica, sarebbe interessante, insomma, quantomeno la pubblicazione di una foto; come dice Bettini una singola lettera darà filo da torcere ai papirologi...).
[nel frattempo sul web serpeggia l'attesa e l'eccitazione in proposito: cfr. p.e. http://newsappho.wordpress.com/ , così come fa capolino più di una riserva riguardo la provenienza del frammento, che è in mano private e il cui contesto di scoperta è ignoto. Stay tuned]
Repubblica 4/2/2014
L’ansia di Saffo per i suoi fratelli
I tormenti familiari nei frammenti ritrovati della poetessa
Questa storia di famiglia, certo una delle più famose dell’antichità, era nota già a partire da Erodoto, V secolo a. C. Lo storico di Alicarnasso raccontava infatti che Saffo aveva un fratello maggiore, Carasso, commerciante in vini. Durante uno dei suoi viaggi in Egitto il giovane si era innamorato di una cortigiana, Rodopi, e per lei si era rovinato economicamente, tanto che la poetessa aveva espresso il proprio sdegno in una delle sue poesie. Ovidio non si era fatto sfuggire l’occasione di riprendere la vicenda, e in una delle sue lettere di eroine - le Heroides appunto - aveva messo in scena una Saffo non solo innamorata del bel Faone, ma ancora amareggiata per il comportamento del fratello. Quanto alla poesia posteriore, non erano mancate allusioni alle seduzioni di Rodopi, alla passione di Carasso e ai versi immortali della poetessa di Lesbo.
Ma al di là delle dicerie e delle invenzioni dei poeti, che cosa aveva scritto veramente Saffo a proposito di suo fratello? Per poterne avere un’idea si è dovuto attendere l’era della moderna papirologia, che già da tempo ci ha restituito poche e agognate linee: nelle quali Saffo invocava Afrodite e le Nereidi, divinità legate alla navigazione, affinché il fratello potesse tornare a casa sano e salvo, e «fossero cancellati gli errori di un tempo ed egli divenisse gioia ai suoi cari e sciagura per i nemici».
Adesso un nuovo papiro getta ulteriore luce su questa antica vicenda. Nel prossimo numero della rivista Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, infatti, Dirk Obbink, professore al Christ Church di Oxford, pubblicherà due nuovi frammenti della poetessa: di essi il primo, più lungo, si riconnette sicuramente alla vicenda di Carasso; il secondo, più breve, contiene un’invocazione ad Afrodite che ne rammenta altre analoghe della poetessa di Lesbo. Che cosa racconta il frammento più lungo? In esso la poetessa si rivolge a qualcuno che, a quanto pare, sostiene che Carasso sia finalmente tornato, con la sua nave carica di mercanzie. Questo però, dice Saffo, possono saperlo solo Zeus e gli dèi tutti, tu dovresti piuttosto invitarmi a pregare Era, la regina, affinché Carasso giunga fin qui sano e salvo e trovi noi sani e salvi. Il resto è meglio affidarlo agli dèi, perché spesso a grandi tempeste succedono d’improvviso giorni radiosi... A questo punto, però, viene la parte forse più interessante, o meglio più intrigante, dell’intero componimento.
Sapevamo già che Saffo aveva un fratello minore, Larichos, che fu coppiere del Pritaneo a Mitilene. Nel nuovo frammento di cui parliamo, la poetessa dichiara che «anche noi, se Larico sollevasse la testa e diventasse finalmente uomo, saremmo subito liberati da molte tristezze». Saffo e i suoi sembrano dunque attraversare un momento difficile, probabilmente in relazione alla lontananza di Carasso, e dunque ci si attende supporto da Larico: che dovrebbe però farsi veramente "uomo". Ma Saffo lo invita davvero a «sollevare la testa»? O non piuttosto, come Obbink sembra ritenere, a «vivere liberamente», cioè senza aver obbligo di lavorare, in quanto membro di una classe agiata? La differenza fra le due interpretazioni sta tutta in una lettera, che probabilmente però darà molto da fare agli specialisti: Dirk Obbink, ma con lui anche il nostro Franco Ferrari.
Nel segnalare che, sull'ultimo numero di Museum Helveticum, è apparso un nuovo intervento di Luciano Canfora in proposito ("The so-called Artemidorus papyrus. A reconsideration, «Museum Helveticum» 70, 2, 2013, pp. 157-179),
colgo l'occasione per rendere - nuovamente - più comodamente disponibili, visualizzabili anche a partire da queste pagine, gli atti del convegno roveretano già segnalato su queste pagine 5 anni or sono: '
Convegno internazionale di studio "Il Papiro di Artemidoro" - Rovereto, 29/30 aprile 2009
Quando ieri sul Domenicale del Sole24ore ho letto l'articolo che Nicola Gardini ha dedicato alla "nuova" Saffo (Dirk Obbink nei mesi scorsi aveva anticipato la notizia ed è disponibile on-line il pre-print del suo articolo sulla ZPE),
Ma tu ripeti che Carasso è giunto
Con nave colma; cosa che Zeus, credo,
Sa, e tutti gli dèi; tu non occorre
Che pensi a questo
Ma che mi lasci andare e mi incoraggi
A supplicare molto Era sovrana
Che qui guidando nave sana e salva
Torni Carasso
E noi trovi in salute; tutto il resto
Affidiamolo alle cure dei numi;
Il bel tempo alle raffiche più grosse
Segue improvviso.
Quelli ai quali il re dell'Olimpo voglia
Mandare infine un nume che li salvi
Dagli affanni conoscono la gioia
E l'abbondanza.
Anche noi, se dovesse alzare il capo
Larico e diventare un uomo, certo
Da molte noie ci libereremmo
All'improvviso
(traduz. N.Gardini del frammento "dei Fratelli" di Saffo, Larico e Carasso -altra traduzione "provvisoria" del mio ex prof. Franco Ferrari disponibile qui-; qui sotto invece il testo greco a c. di D.Obbink (sulla sinistra la trascrizione diplomatica, sulla destra il testo restituito):
non ho potuto non pensare a quanto scriveva in un suo illuminante libro sui destini di chi fa ricerca nell'attuale università italiana (I Baroni, Feltrinelli 2009):
"Al museo archeologico di Istanbul è conservata una testa di Saffo. Per me Saffo è stata, e ancora è, il nome stesso della poesia. Il mio sogno è tradurla tutta, dal primo all'ultimo frammento. Saffo è un'immagine del tempo, che l'ha distrutta e conservata, e il tempo è l'unica cosa che davvero mi interessi. Perciò, l'apparizione di quella testa -che per espressività si distingue da tutte le altre immagini di Saffo, antiche e moderne, di cui sono a conoscenza - mi riempì di entusiasmo. Come dice Plinio il Vecchio, scoprire il volto di una persona che non c'è più costituisce una delle felicità maggiori. Stavo pensando a quello che Leopardi scrisse sull'antichità di Saffo, e intanto mi sforzavo di estrarre dall'immaginario volto di pietra (ritratto di un essere che lo stesso scultore non aveva visto) qualche rivelazione di una realtà immemorabile, quando..." [quando arriva la telefonata dall'Italia a sancire il suo destino di "cervello in fuga"]
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Il Sole 24 ore, 26/01/2014
classici ritrovati
I frammenti (nuovi) di Saffo
Scoperte in un papiro di collezione privata due poesie della celebre autrice di Lesbo. A Oxford le stanno studiando
Nicola Gardini
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Cfr. anche Luciano Canfora, sul Corriere della Sera:
"Può stupire che il nuovo pezzo non apporti nulla di nuovo e ci dia solo notizie che già avevamo, ma la vita di Saffo - a parte l'esilio in Sicilia di cui si legge nel Marmor Parium - sarà stata piuttosto povera di eventi, al di là dei suoi fatti privati onnipresenti in tutti i frammenti di lei che sono sopravvissuti. Delusione? Basta non proporsi aspettative troppo alte."
Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer, Salvatore Settis, Intorno al Papiro di Artemidoro II: Geografia e Cartografia. Atti del Convegno internazionale del 27 novembre 2009 presso la Società Geografica Italiana. Villa Celimontana, Roma. Colloquium. Milano: LED - Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, 2012. Pp. 302. ISBN 9788879165082. €38.00
Cfr. L.Canfora "Le vie del falso sono finite", Corriere della Sera 5/4/13
"La noia precede le bufere" (Longanesi) - questo l'incipit dell'articolo di Federico Condello sul Corriere 13/7/13, a margine di una presentazione bolognese della recente traduzione italiana della biografia di Simonidis [Rüdiger Schaper, L'odissea del falsario. Storia avventurosa di Costantino Simonidis (Bup 2013, pp. 296, € 22)]
Pubblicati su Historia, vol. 61, fascicolo 3, 2012 gli esiti del colloquio tenutosi presso il Corpus Christi College di Oxford (giugno 2011), qui già menzionato. Ad introdurre il curatore Elsner - questa la tesi, a favore dell'autenticità:
"This is not to endorse the papyrus’ authenticity beyond the likelihoods of relative probability - but within that world, of the likely rather than the absolutely proven, the authors of the papers collected here are convinced that the papyrus is more likely to be authentic than to be a forgery"
Elsner, Jaś "New Studies on the Artemidorus Papyrus" pp. 289-292
D'Alessio, Giambattista "Reconstructions of the Artemidorus Papyrus" pp. 292-309
Hammerstaedt, Jürgen "Artemidorus fr. 21 Stiehle and its Relationship to the Artemidorus Papyrus" pp. 309-324
Tarte, Ségolène M. "The Digital Existence of Words and Pictures: The Case of the Artemidorus Papyrus" pp. 325-336
Leyra, Irene Pajón "Artemidorus Behind Artemidorus: Geographic Aspects in the Zoological Designs of the Artemidorus Papyrus" pp. 336-367
Historia 61-3-2012 New Studies on the Artemidorus Papyrus
The Artemidorus Papyrus - Recensione di Dominic Rathbone sulla Classical Review 62 2012
Così Dominic Rathbone conclude la sua recensione a tre recenti volumi sul Papiro di Artemidoro: "the questions (...) which the papyrus raises are so complex and exciting that debate will continue for years, and these volumes will do much to shape it".
Cfr. come l'Espresso 4/4/2013 ha rilanciato la notizia ("la Disfida del Papiro", con intervista a Jürrgen Hammerstaedt): ha fatto immediato seguito un botta e risposta tra Canfora (sulle colonne del Corriere, "Artemidoro, le vie del falso sono finite") e la giornalista Angiola Codacci Pisanelli
Intorno al Papiro di Artemidoro II / editi gli atti del convegno
Intorno al Papiro di Artemidoro II. Geografia e Cartografia Atti del Convegno internazionale del 27 novembre 2009 presso la Società Geografica Italiana. Villa Celimontana, Roma - Claudio Gallazzi - Bärbel Kramer - Salvatore Settis (edd.), LED, Milano, 2012
SOMMARIO: PREMESSA - ABBREVIAZIONI
Didier Marcotte, Dal testo alla mappa: che cosa leggiamo di Artemidoro nel papiro?
Pierre Moret, La figure de l’Ibérie d’après le papyrus d'Artémidore: entre tradition hellènistique et mise en place d’un schéma romain
Maria Paz García-Bellido, Presencias y ausencias en el Papiro de Artemidoro: un error de copista
Amílcar Guerra, La documentazione sull’antica geografia della costa lusitana e il Papiro di Artemidoro
Filippo Motta, Valutazione della toponomastica preromana nel Papiro di Artemidoro
Johannes Engels, Artemidoros of Ephesos and Strabo of Amasia: Common Traditions of Greek Cultural Geography and Strabo’s Decisive Importance in the History of Reception of Artemidoros’ Geographoumena
Florian Mittenhuber, Gemeinsamkeiten und Unterschiede in den geographischen Werken des Artemidor und des Klaudios Ptolemaios
Francesco Prontera, Carta e testo nel Papiro di Artemidoro
Richard Talbert, The Unfinished State of the Map: What is Missing, and Why?
Filippomaria Pontani, Esametri nonniani e mappae mundi: l'epigramma di Massimo Planude per la Geografia di Tolomeo
APPENDICE:
Jürgen Hammerstaedt, The Relevance of the Dispute about the Photograph of the Konvolut for the Debate about the Artemidorus Papyrus
Hans D. Baumann, The Convolute Photo: a Digital Forgery? Arguments against a Montage
Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer, Sui buchi del P.Artemid., ovvero, su alcune interpretazioni soggettive di dati oggettivi
INDICI
Il volume riunisce gli atti del secondo dei tre convegni che gli editori del Papiro di Artemidoro hanno organizzato, a partire dal 2008, con l’intento di stimolare il dibattito scientifico su quel reperto straordinariamente complesso e di agevolare la soluzione dei tanti quesiti rimasti aperti anche dopo l’uscita dell’editio princeps del rotolo e dei successivi studi dedicati a questo o a quell’aspetto di esso. Il primo dei colloqui era stato dedicato al testo serbato dal papiro ed al contesto culturale in cui il manufatto fu prodotto. Il secondo, svoltosi a Roma il 27 novembre del 2009, ha invece trattato degli apporti che il papiro ha fornito alla conoscenza della geografia e della cartografia antica. Nel volume, quindi, abbiamo contributi che analizzano la descrizione della penisola iberica tracciata da Artemidoro e che studiano la toponomastica presente sul papiro, altri che indagano i rapporti intercorrenti fra Artemidoro e geografia lui successivi, come Strabone e Tolomeo, altri ancora che si soffermano sulla mappa da cui è occupato un ampio tratto del rotolo.
Ai testi delle relazioni presentate al convegno segue un’appendice con tre saggi, che discutono argomentazioni recentemente addotte per porre in dubbio l’autenticità del papiro e ne confutano la fondatezza.
Questo volume raccoglie una serie di studi pubblicati nell’arco degli ultimi quindici anni, con l’aggiunta di un contributo inedito. Ho creduto fosse cosa utile riunirli, sia per renderli più agevolmente fruibili, sia perché essi rappresentano le tappe di un percorso di ricerca unitario centrato sulla dimensione scenica del teatro antico. Nell’ambito di questo percorso un passaggio decisivo è stato rappresentato dalla lunga esperienza di studio condotta a fianco di Vincenzo Di Benedetto, che ha portato alla pubblicazione del saggio La tragedia sulla scena. La tragedia greca come spettacolo teatrale (Torino, Einaudi 1997). In quel libro abbiamo espresso una visione d’insieme delle problematiche relative alla ricostruzione dello spettacolo tragico antico per quanto attiene alla natura dello spazio teatrale, alla messa in scena delle singole opere, alle convenzioni che regolano la creazione e la gestione dello spazio drammatico, alle figure degli attori e del coro e alle forme della loro interazione. Tale visione, e con essa la convinzione che lo studio di questi aspetti, per quanto difficile, rappresenti un passaggio ineludibile dell’interpretazione delle opere sopravvissute, è presupposta in tutti gli scritti qui presentati, alcuni dei quali sviluppano spunti germogliati dal tronco principale delle nostre ricerche
Dall'introduzione alla raccolta di Enrico Medda La saggezza dell'illusione, Studi sul teatro greco, Edizioni Ets: Pisa, 2013. Il titolo è plutarcheo (De gloria Atheniensium 384c), e il libro rappresenta una sorta di summa dell'attività svolta presso la Scuola Normale Superiore e l'Università di Pisa negli ultimi anni.
Colgo l'occasione per segnalare nuovamente il bell'articolo su Aristofane e il monologo (pagg. 371segg. = Aristofane e il monologo, in Comicità e riso tra Aristofane e Menandro, Atti del Convegno internazionale, Cagliari, 29 settembre - 1 ottobre 2005, a cura di P. Mureddu e G. Nieddu, Hakkert: Amsterdam 2006, pp. 91-112), così come (pagg. 395segg.) l'articolo "Aristofane e un inno a rovescio: la potenza di Pluto in Pl. 124-221", «Philologus» 149, 2005, pp. 12-27 e (pagg.335segg) l'articolo "Il monologo di Cresfonte e una parodia aristofanea recuperata (Eur. fr. 448a, 83-109 K., Alc. 840, Ar. Ach. 480-488)", Eikasmos,vol. XIII, 2002, pp 67-84.