Gli occhi mi bruciano e sono pesanti, barcollo nei pensieri, vedo volti nelle pietre e nelle radici.
Animali fatti ad albero, un forte odore di resina, una torta appena sfornata, un viso gentile. Qualcuno passa, un altro vagabondo sotto la pioggia. Un fantasma nero e silenzioso ma con l’ombrello. Sorrido perché questo è vero !
A Praz de Fort un simpatico ristoro di paese mi rimette in sesto con un buon the caldo e i colli passano uno dietro l’altro. E poi a La Giete c’è una ragazza dietro ad un falò; potrebbe appartenere a qualunque passato, a qualunque storia.
I suoi zigomi brillano nelle fiamme.
Vorrei che suonasse il violino.
Vorrei che suonasse, sarebbe magnifico.
Ma non mi fermo, voglio uscire da questa notte prepotente o non ripartirò più. Sto arrivando in fondo al mio viaggio e capisco che potrò terminarlo solo con quello che non ho, con quello che non pensavo di avere forse. C’è un sacco di gente in giro, tanti bambini sognanti. Tutti applaudono, è stupendo. Tutta questa storia, la mia storia, è una cosa semplice e non c’è nulla di importante. La mia corsa intorno al Bianco è solo un viaggio iniziato molto tempo fa.
Ma sarebbe bello sapere che negli occhi di tutti questi bambini c’è un piccolo sogno che cresce. Sapere che qualcuno un giorno partirà con umiltà e rispetto per la natura e cercherà ancora di capire che cosa c’è dall’altra parte di una montagna e ancor prima dall’altra parte di se stessi. Sono a La Flegere e c’è il sole. C’è il cielo blu e un soffio di aria calda, leggera.
Preamboli d’infinito proprio qui davanti al Bianco.
Manca ancora una discesa e arriverò a Chamonix.
La sensazione che sento è molto simile alla nostalgia perché sto arrivando in fondo e sarà difficile allineare tutte le cose accadute dentro di me.
Questi sono gli ultimi passi, corro ancora un po'.
Questa è Chamonix in una magnifica domenica di settembre.
Le mani che tocco, gli occhi che incontro, i sorrisi e le urla. Mi viene in mente quanto è stata lunga la strada che mi ha portato qui proprio adesso. E non c’entra il Bianco, c’entra tutto quello che è accaduto prima.
Ora c’è un’ultima curva e poi l’arrivo. Sbuca fuori un bambino di tre anni, biondo, e mi dà il cinque, proprio in mezzo alla strada, così tanto in mezzo da farmi quasi cadere. Gli sorrido e lo saluto ma lui mi abbraccia, si stringe ai pantaloncini ed è come se non mi volesse lasciare andare, come se avesse visto qualcosa.
Non so cosa fare, gli sorrido di nuovo e lo lascio con dolcezza.
Non so cosa abbia visto in me, ma forse abbiamo vissuto lo stesso sogno.
Lo stesso sogno che forse anche io custodivo quando ero piccolo. Un sogno universale, l’incoscio eterno della bellezza portato dentro di noi già dalla pancia di nostra madre.
Tutto parte da lì, dalle radici.
Allora è questo il mio perché, il senso del mio viaggio; un bambino piccolo che guarda il suo sogno e il suo sogno è il domani.
Alla fine è una cosa così semplice da fare male.
Sono arrivato.
È tutto così semplice come un cerchio Bianco.
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