Voglio sanguinare sulle pagine, non risparmiarmi. Voglio imbrattare i muri delle vie che non abbiamo mai percorso insieme, ma che hanno interiorizzato il rumore dei tuoi passi scanditi al ritmo dei miei, anche se a camminare con i talloni consumati ero solo io e tu stavi fermo a contemplare il paesaggio da altri continenti. Voglio ridipingere le pareti e riarredare casa nuova, battezzare i centoventisei metri quadri che di te manterranno solo un'eco, un fantasma raccontato sbrigativamente, per ricordarmi che non ho mai saputo parlare di questo sentimento se non scrivendo flussi di coscienza intrisi di metafore, pervasi da indizi premonitori di tragedia. Voglio dare un po' di concretezza a questa attesa che non ho imparato ad articolare, ma solo ad assorbire fino alle ossa e poi a distendere e disperdere ogni volta che mi offrivi briciole di assenza. Voglio ricalcare uno ad uno i gradini che mi hanno condotta qui; chiedermi, ancora una volta, se ci sia stato un momento in cui tutto era reversibile prima che smettesse di esserlo, o se il passaggio sia avvenuto così in fretta da oltrepassare la frontiera della coscienza senza che me ne accorgessi, solo per ripresentarsi in seguito con gli interessi da pagare, con i dubbi nascosti sotto il tappeto e cresciuti al buio come la muffa. Mi chiedo, ancora una volta, cosa sia rimasto in te dell'istante immortale che avevo colto nelle tue iridi, attorno al quale ho cucito la mappa delle mie contraddizioni emotive fino a intrappolarlo, a snaturarlo del tutto. Voglio che l'idea di te, immortalata e accesa, sclerotizzata e nitida come la sagoma della luce dopo averla guardata direttamente, faccia pace con la tua persona. Voglio colmare con un salto il dirupo che ho creato tra di voi, che ho riempito alla rinfusa con quell'alternanza adrenalinica di vuoto e pieno, di attesa e ricompensa, di speranza e paura, di illusione e delusione. Mentre donavo sostanza a quella maschera con sembianze di persona, al personaggio incarnato, al corpo idealizzato, mi sono dimenticata di esistere nello stesso luogo, mi sono accartocciata e ripiegata su me stessa per incastrarmi meglio tra gli stipiti delle porte e confondermi con essi, per ricoprire gli spigoli e ripararti dagli spifferi che ogni inverno ti tagliano la pelle. Mi sono rannicchiata nei tuoi punti ciechi, nelle tue ore vuote, negli scarti del tuo spazio-tempo simulando comodità. Mi preferivi al nulla mentre io ti sceglievo a discapito del tutto, ti lasciavo carta bianca nello sconvolgimento dei miei piani e non te lo dicevo, ti permettevo di fluttuare al di sopra dell'esistenza ordinaria, mediocre, ripetibile e scontata. Ho aderito così bene a quegli spazi abbandonati da rendermi invisibile, da sparire sotto la polvere con gli altri oggetti d’arredamento, da perdermi nella visione periferica su cui l’occhio non cade più, ma risucchia con la sua coda. Voglio ancora, non voglio più: fare e rifare i calcoli ogni sera tornando a casa, persuadermi della nostra apparente resa dei conti data dal numero di minuti su cui abbiamo scommesso, distogliendo lo sguardo dal retroscena che quei minuti hanno portato con sé - il mio dietro le quinte trepidante in attesa della scena, il tuo indaffarato e già distratto non appena è calato il sipario. Rimescolare le carte finché non esce un re e poi ringraziare la sorte, deformata e stropicciata fino a essere trasformata in pura statistica. Amare galleggiando nel sacrificio e nell’illusione della ricompensa, dell’equilibrio universale, della bilancia incorruttibile e della somma zero di forze, del ritorno; nella convinzione che la sofferenza sia solo una cauzione anticipata. Mi riconosco intera e granitica quando la tua presenza vacilla e ricordo di non essermi mai sentita completata da te, di non aver mai cercato di assomigliare a una montagna ma a un’onda, ripetutamente assemblata e disgregata, sparpagliata, disorientata. A legarti all’istante immortale non resta che un filo sottile che ormai trattengo solo io, non c’è nulla che ancora ti somigli, anche il tuo profumo ha cambiato il suo carattere evocativo e simbolico e mi domando spesso se, al di fuori della memoria, si possa ancora parlare di identità da quando sono iniziati i giri incessanti e labirintici attorno alle nostre inconciliabilità croniche, ai desideri intorpiditi dalla fatica, da quella circolarità ingannevole in cui sono cascata senza capirne il perché e, allo stesso tempo, senza uscirne intatta. Tu eri fuori, ancorato alle superfici esterne delle emozioni. Io, da dentro, mi sono condannata a scrivere sempre la stessa storia, a un finale ineluttabile, a un traguardo univoco nonostante le innumerevoli variazioni sullo svolgimento, strade parallele che avrebbero portato sempre allo stesso punto. Ogni volta in cui ho trovato nuovi dentro da abitare e in cui muovere i primi passi, hai cessato di essere parte dell’equazione. Sei rimasto sull’uscio di casa accostandolo, senza chiuderlo, lasciando a me l’ingrato compito di delimitarmi. Casa, dicono, è dove cessano i tuoi tentativi di fuga. Ogni volta che ho sentito in me frantumarsi quel bisogno di scappare, l’ho pagato con la vista della tua schiena farsi sempre più piccola, resa sbiadita da una nuvola di fumo. L’ho pagato al prezzo di perdere il luogo in cui, se avessi cambiato idea, avrei desiderato scappare.