Star Wars Fandom
The first half: *lovers of cinnamon rolls* *luke skywalker* *obi wan kenobi* *han solo* *padme amidala* *princess leia* *rey* *finn* *poe dameron*
The other half: *lovers of problematic kids* *anakin skywalker* *kylo ren*
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@thingswelostinthe
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The first half: *lovers of cinnamon rolls* *luke skywalker* *obi wan kenobi* *han solo* *padme amidala* *princess leia* *rey* *finn* *poe dameron*
The other half: *lovers of problematic kids* *anakin skywalker* *kylo ren*
i can’t believe i dedicate so much of my life to screaming about people who dress up in bath robes and swing light swords at each other
hogwarts school of witchcraft and wizardry - classes ➞ potions
“My greatest memory was taking Harrison Ford to a Nigerian restaurant in South East London. And this guy comes up to him and says ‘Are you Harrison Ford?’ and Harrison Ford goes ‘I used to be.’”
pros to dating me:
i’ll actually respond to your text
you can literally kiss me whenever you want (esp random neck kisses like yes please)
we can hold hands
butt touches
cuddles? ? ? yes good
i’ll play with your hair or vise versa
you don’t have to worry about me liking other people because i’m annoyed by almost everyone
we can eat pizza togethercuddl
otps: [1/12] percabeth
Percy smiled at her - that sarcastic troublemaker smile that had annoyed her for years but eventually had become endearing. His sea-green eyes were as gorgeous as she remembered. His dark hair was swept to one side, like he’d just come from a walk on the beach. He looked even better than he had six months ago - tanner and taller, leaner and more muscular. Percy threw his arms around her. They kissed and for a moment nothing else mattered. An asteroid could have hit the planet and wiped out all life, and Annabeth wouldn’t have cared.
my pjosecretsanta gift to rhysqnd, merry christmas!!
I saw this post and had a need to draw it with the stormtroopers…. So here you go : D
what these movies should have been called
#I love them so much
Janis Ancens
Best of 2015: Bohemian
I’ve been really loving bohemian spaces this year. These were my favourites
Blog post source: x x x x x x x x x x x x
∞
https://www.youtube.com/watch?v=nvr7T4sfads E’ iniziata con un paio di passi a piedi nudi fino alla finestra e solo per spalancarla, per permettere alla fredda aria invernale di ingravidare le tende e trascinare qualche goccia di pioggia fino al pavimento in legno, una piccola corona di schegge d'acqua attorno al suo starsene in piedi, dritta davanti alla notte e abbracciata a se stessa, stretta tra le spalle ossute e la pelle pallida, baciata da infiniti tratti di inchiostro che risalgono come vene tra dita, polsi e giunture. E’ iniziata così e doveva finire così, con un altro paio di passi, stavolta per tornare a letto con addosso aria nuova, qualcosa che l’aiutasse a dormire, ma i brividi che le si sono legati ai nervi con la finestra spalancata non sono bastati a scacciare quelli che c’erano già. Quelli legati alla sua assenza. Così, senza potersi fermare, quella passeggiata è andata avanti e l’ha portata altrove, in silenzio per il corridoio, più velocemente sui gradini sfiorati appena, fino alla porta del suo studio, quella stessa porta che le basta aprire di soli pochi centimetri per riuscire a infilarsi all’interno della stanza vuota come se fosse una lama di luce anche lei, proiettata dallo spiraglio al pari di quelle emesse dal lampadario che si lascia alle spalle. Lui non c’è, ma a lei non sembra importare o meglio quell’assenza non sembra bastare a fermarne i passi scalzi, leggeri e ciechi: conosce quella stanza al punto da poterla ridisegnare anche ora, immersa nel buio totale, senza nulla che illumini il suo respiro appena più rapido mentre le sfugge dalle labbra dischiuse ora che si ferma giusto al centro, davanti alla grande scrivania in legno. Lui non c’è, ma ogni cosa tra quelle pareti, tra quegli scaffali e quegli ammassi infelici di scartoffie è più che sufficiente per soffiarle tra le ciglia bionde un’immagine della sua espressione preoccupata a notte fonda, chino sull’ennesimo problema piovutogli sulle spalle. Così Blue nemmeno se ne accorge di allungare le dita della mano destra a sfiorare il vuoto oltre la scrivania, il vuoto che occupa lo spazio lasciato da Ashley sulla poltrona. Lo fa come se potesse portare via con quel semplice tocco tutte le preoccupazioni altrui, anche se è solo la sua immaginazione a venderle ancora qualcosa che ha già visto centinaia di volte. Lui non c’è e lei sfiora l’aria, l’assenza e le corde della propria resistenza, sciogliendone i nodi così che non ci sia più nulla a trattenerla dall’inciampare in avanti ancora, ancora e ancora, fino a potersi nascondere su quella stessa poltrona, arrampicandovisi per poter fare la tana tra l’imbottitura e l’odore dello Shogun, tra le ginocchia che richiama al petto e le braccia che tornano a circondarla per abbracciarla in quella solitudine che le brucia addosso più del freddo notturno, più di qualsiasi finestra spalancata. Lui non c’è e lei ha già iniziato a confondere i giorni. Sono dieci. Forse quindici. Probabilmente sono secoli. Blue non lo sa più. Non lo ricorda alle tre di notte da quant’è che non lo vede, sa solo che quelle ore ne hanno minato le resistenze al punto da obbligarla a trascinarsi fino a lì, incurante che qualcun altro al Tempio possa notare la sua presenza sbagliata in quella stanza. E solo per poter dormire. Per poter chiudere gli occhi anche solo un minuto. Cosa che nella sua stanza non le riesce più e che qui, adesso, sembra quasi possibile. E’ sempre stata brava a fingere che andasse tutto bene del resto. Brava a nascondere fiumi in piena, paure e tumulti sotto una superficie incredibilmente quieta. E’ quello che fa anche adesso, con il mento poggiato tra le ginocchia unite e il profilo contro l’imbottitura di quella poltrona a cui sta cercando di rubare il tepore di un Ashley ormai lontano da troppo. Così continua ad avere freddo, a sentire quell’assenza come un dolore sordo, come se le mancasse qualcosa dentro che le impedisce di prendere calore e dormire finalmente. Se avesse qualcuno con cui parlare, gli direbbe che è strano sentirsi vuoti come ci si sente lei ora, vuoti del tutto e pieni a metà. Pieni di cose non dette, pensate, tralasciate che ringhiano per venire fuori, agitandosi per riempire quel benedetto spazio lasciato deserto da Ashley e che dopo mesi inizia a creparsi come tutto di lei. Incrinature frastagliate che si allungano come zampe di ragno lungo tutto il suo cuore, permettendo la fuga a tutto ciò che si è promessa di tenere al sicuro. Le sue verità, le sue cose non dette. Sussurri messi a tacere in silenzio, mentre continuava a ripetersi che non avrebbe fatto bene a nessuno saperle, che avrebbe fatto solo danni, avrebbe rischiato di rovinare tutto, di distruggere qualcosa a cui non dovrebbe nemmeno avvicinarsi. Blue pensa a Tess e a tutto quello che c’è di sbagliato in come si sente, in quello che prova e non dovrebbe provare, si maledice per l’ennesima volta e sprofonda ancora più in se stessa, sperando che la terra la inghiotta, permettendole così di arrendersi. Di smettere di lottare contro tutto quello che grida dentro la sua gabbia toracica per uscire e che ha passato gli ultimi mesi a negare per non infrangere nessun equilibrio.
“Vigliacca” è un bisbiglio secco con cui si sgrida da sola, lì, nel suo mondo al contrario dove il coraggio non sta nel confessarsi, ma sta nel non fare danni, nel non essere egoisti, nel non rompere i vasi. Il coraggio di rimanere in silenzio. Lo invoca da minuti su minuti, ma non lo trova più. Non stasera. Perché senza di lui fa troppo freddo per essere coraggiosi e così finisce che da debole si tira dritta con la schiena e si avvicina al ripiano in legno della scrivania per strappare via un foglio immacolato e una penna con una fretta improvvisa, un’urgenza che ne accende lo sguardo e la obbliga a scrivere rapidamente: le sue cose non dette lo sanno che se non approfittano ora di questo momento di debolezza, corrono il rischio di dover rimanere ingabbiate ancora a lungo. Sono sleali e ne approfittano brutalmente, prendendola ora che è stanca, infreddolita e smarrita.
“Di solito non sento il freddo, lo sai, ma oggi ho le mani gelide e ho come l’impressione che le dita siano ad un passo dallo spaccarsi dal gelo con l’allungarsi di un casino di crepe sulla pelle delle nocche. Mi sento tutta incrinata, Ash. Non c’è un pezzo di me che potrei giurare di sentire intero. E quelli che si rompono davvero mi sollevano per un attimo dal terrore dell’andare in frantumi di tutto il resto; oggi Iago mi ha rotto un braccio. In tre punti diversi. E’ stato il momento migliore della giornata, faceva così male che per un attimo tutto il resto ha smesso di farmi male. Il fatto che tu non fossi qui ha smesso di farmi male. Così sono diventata avventata. Incazzata per tutto l’allenamento, sperando di potermi rompere un altro stupido paio d’ossa per poter smettere di trattenere il respiro nella paura che mi crolli il resto. Che mi crolli il cuore. All’università mi hanno insegnato tutti i modi in cui un cuore può rompersi, tranne questo. Quindi, non lo so, Ash, dici che mi può crollare il cuore perché tu non ci sei? Perché non ci sarai nemmeno quando tornerai? Non come il mio stupido cuore vorrebbe che tu ci fossi, almeno. Ti vedo sorridere e ti odio, ti immagino fare l’idiota e conosco perfettamente le parole che diresti per prendermi per il culo, so sentire il suono di ogni sillaba dell’ennesima convinzione idiota su come mi avessi avvisata dell’impossibilità di non innamorarsi di te. Il fatto è che io non sono proprio convinta che mi sia “successo” di innamorarmi di te, che mi sia capitato. Ho più l’impressione che sia sempre stato lì. Che tu e quello che provo per te siate sempre stati lì, da qualche parte dentro di me, tra le mie costole e miei muscoli, assieme a qualunque altra cosa mi porti dietro dalla nascita, quindi, no, non so quando sia iniziata, perché non è mai iniziata. Qua ci sono arrivata con te già nelle vene e dovevo solo accorgermene. Solo svegliarmi. Il problema, però, è che adesso non riesco più a dormire, sono troppo sveglia per farlo, troppo consapevole di ogni stupidissimo frammento di te sparpagliato nel mio sangue, sul fondo dei miei occhi e dei miei sorrisi. E vorrei poter fare le cose per bene, correrti incontro quando tornerai e lasciarti vedere tutto, lasciarmi guardare e lasciare che tu mi veda, con tutti i miei casini, le mie bugie, le parti di me che ho negato e tutto il bordello che ti appartiene, così forse riuscirei a dormire di nuovo. A riposare per un po’. Non sarei più costretta a intrufolarmi nel tuo studio per trovare un po’ di pace per il mio cervello.”
E Blue quella briciola di pace la trova davvero mentre scrive, mentre si confessa, mentre si lascia andare. Lascia l’acqua scorrere dal suo cuore, lungo il braccio, dalle dita fino all’inchiostro che regala una forma su carta ai suoi sentimenti tenuti al guinzaglio per troppo. Scrive ancora un po’, dissemina quella lettera di parole stanche e intorpidite, a tratti riesce a sorridere perfino, anche se la maggior parte del tempo piange e nemmeno se ne accorge, così va a finire che qualche parola è un po’ annacquata, diluita. Ma Blue non nota neanche quello, sarà che è stanca. Che finalmente le palpebre pesano più dei pensieri e che il sonno esige di calarle addosso come una coperta per quella tana scomoda, ma in cui si sente incredibilmente al sicuro; finalmente si addormenta e riesce a dormire anche per un paio d’ore, fino all’alba, quando i primi raggi di sole che filtrano dalla finestra la baciano riportandola alla realtà. Alla sua vita. Alla stanza dove non dovrebbe essere, dove non avrebbe mai dovuto mettere piede in partenza. E’ lì, in quel momento, con quella consapevolezza dentro che Blue cambia idea, trema al pensiero di quello che stava per fare e riprende la penna, concludendo la lettera col coraggio che le era mancato poche ore prima.
“Sono così stupida, Ash, eppure devi credermi se ti dico che non avevo cattive intenzioni. Non ne ho neanche ora. Solo che ho pensato di dovertelo dire, che tu lo dovessi sapere. Lo dovessi sentire, più che altro, perché non credo che tu non lo sappia già. E non ti vedo nemmeno più sorridere e ti amo, ti immagino non fare più l’idiota e conosco perfettamente l’espressione che avresti nell’addossarti l’ennesimo peso che non meriti. Non mi vorresti così. Non vorresti sapere di come soffro e di come non ci sia nulla che tu possa fare, perché tu sei altrove con i tuoi sentimenti, quelli che non puoi comandare nemmeno tu e che non appartengono a me, ma a lei, lo so. Non posso fartene una colpa, né posso obbligarti a vivere con questo peso.
Mi dispiace, scusami. Domani sarò migliore. Domani non cederò. Te lo prometto.”
Blue fa quella promessa che ha tutta l’intenzione di mantenere e per questo, quando si alza e si trascina via, lontana da quello studio, porta con sé tutte le prove della sua colpevolezza. Anche la lettera. Non gliela lascia. Giura a se stessa che non gliela farà mai leggere. Che non crollerà più. Che lui non saprà mai. Che non può fargli questo e non lo farà, non mentre compie lo stesso tragitto di prima, ma a ritroso, stavolta per trovare rifugio assieme al suo segreto nella sua camera, chiudendosi la porta alle spalle in tempo per avvertirlo tornare.
i can’t believe i actually like this mess of a child
To live would be an awfully big adventure.
Gorgeous tributes to Star Wars: The Force Awakens by artist Marko Manev.