La strada non c'è.
Da qui in poi, speranza.
Mi manca il respiro,
da qui in poi, speranza.
Se la strada non c'è,
la costruisco mentre procedo.
Da qui in poi, storia.
Storia non come passato, ma come tutto ciò che è.Â
Ko Un
Tothi Folisi, invitato da Cantieri d’Arte per una residenza presso il Giardino La Serpara, focalizza il suo progetto sulla dimensione contemplativa di relazione con il paesaggio. L’artista, proseguendo sulla ricerca già iniziata con la recente residenza in Corea del sud, incentra la sua attenzione sulla figura del poeta coreano Ko Un. I suoi versi sembrano ali spezzate di uccelli, voci di montagne, sussurri dalla profondità dei boschi. Hanno il nitore e l'asprezza della natura; la bizzarria e l'ironia dell'umano. A volte sono enigmi, altre - come notò Allen Ginsberg che lo conobbe - scoppi mentali. La ricerca dell'artista si fonda sul disegno come pratica di analisi della realtà e, attraverso il tema della ripetizione, crea una dimensione simbolica che allude alla ritualità del mondo religioso contadino e al suo rapporto con la natura. La residenza presso il giardino di piante e sculture di Paul Wiedmer, si fonda quindi sulla necessità di aderire al paesaggio attraverso una lettura poetica che, come direbbe Zanzotto, determina una "fenomenologia interiore", un percorso di recupero delle immagini arcaiche dei luoghi, un regresso epifanico che diventa occasione di meditazione interiore. La contemplazione, dunque, come una chiave di immersione e immedesimazione nel paesaggio, che presuppone una dimensione quasi ascetica dell'ascolto e della visione. Tothi Folisi si rifugia dentro il noceto, realizzando una piccola oasi ai margini del giardino. Il lavoro si sviluppa all’interno di una tenda con la compresenza di elementi rituali e dell’artista stesso. L’opera dunque è un corpo a corpo con l’osservatore e la fruizione diventa esperienza unica, condizionata dalla presenza e dalla registrazione audio del testo scritto dall'artista. E’ proprio il tempo l’elemento centrale in questo lavoro. E’ un tentativo di registrare la frequenza tra il tempo della natura e, nello specifico del giardino, e quello dell’uomo. Il tempo come agente di trasformazione, come vortice in eterno movimento che cambia il paesaggio e con esso gli umori, la luce e le personalità . Questo tentativo si sviluppa attraverso l’atto di contemplazione, che nell'installazione diventa spazio rituale, identificato da alcuni elementi disposti sul terreno. L’intervento realizzato è una decontestualizzazione di un brano del giardino che viene trasferito in un altro spazio, producendo di fatto un atto mimetico. Il lavoro si relaziona con il giardino creando un luogo di attenzione ed ascolto, un piccolo rifugio in cui però, a differenza di molte delle opere presenti, la scultura perde la sua forma e diventa spazio simbolico, ambientazione provvisoria.
Portami dei fiori anche se non sono morto in realtà è lo spazio in cui si produce un'esperienza, un incontro in cui il silenzio concentra l'attenzione su ogni piccola trasformazione, su ciò che siamo nel momento in cui osserviamo e su ciò che siamo pronti a diventare.