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@tuttoquellochemipiace
il mio hobby.. collezionare sorrisi.. @struruso
“Voglio dirti che forse non siamo stati un bel sogno ma neppure una brutta realtà.
Voglio dirti che si possono percorrere anni luce in una sola notte.
Che c’è chi si sente l’anima gemella di un altro, chi bestemmia amore fuori senza averne dentro, chi inganna il silenzio con finte parole, chi si spreca nei letti di chiunque.
E poi ci siamo noi che dove siamo stati non lo so, ma siamo stati qualcosa comunque.”
(Massimo Bisotti, Il quadro mai dipinto)
Ciao babbo.
Fra pochi giorni è Natale.
Il nostro primo Natale diverso.
Quello in cui tu non sarai seduto a tavola con noi, ma dentro di noi.
Che detta così sembra quasi una frase giusta, una di quelle che aiutano a reggere.
Poi però arriva la realtà.
La sedia vuota.
E anche se nessuno lo dice, tutti la guardiamo almeno una volta.
Perché l’assenza ha sempre un posto preciso dove sedersi.
Stiamo imparando a fare i conti con questa realtà nuova e strana.
Uno spazio che non si misura in distanza, ma in parole che restano in gola.
Sei nei silenzi che arrivano troppo presto la sera.
Nei telefoni che non squillano.
Nel pensiero automatico di dire “poi glielo raccontiamo”, e subito dopo ricordarci che non funziona più così.
Il dolore vero è accorgersi di chi continui a pensare anche quando non puoi più abbracciarlo, e allora lo tieni stretto ai tuoi sogni.
La vita va avanti, dicono.
Ed è vero.
Va avanti anche quando non glielo chiedi.
Anche quando ti sembra scortese.
Va avanti senza guardarti in faccia mentre tu stai ancora cercando di capire come si respira adesso.
Ci si alza, si lavora, si ride pure.
E a volte questo ci fa sentire in colpa.
Come se la felicità fosse una mancanza di rispetto.
Come se stare bene volesse dire averti lasciato indietro.
Invece stiamo capendo una cosa, babbo.
Che non te ne sei andato per renderci tristi.
E che se oggi, ogni tanto, riusciamo ancora a stare bene, non è perché ti abbiamo dimenticato, ma perché qualcosa di te continua a vivere nel modo in cui stiamo al mondo.
Ti ritroviamo nei gesti che facciamo senza pensarci.
Nel modo in cui ascoltiamo.
Nel modo in cui stiamo zitti.
Nel modo in cui proviamo a non fare rumore quando qualcuno ha paura.
La stessa paura che avevi tu in quegli ultimi giorni dove ci siamo fatti sangue per farti sapere che eravamo lì a scorrere dentro di te.
A volte ci viene da sorridere.
Perché ci sentiamo dire frasi che sappiamo benissimo da dove arrivano.
E pensiamo: “Ecco, questa l’hai detta tu per una vita e adesso esce dalla nostra bocca.”
Non è sempre poesia.
A volte è stanchezza.
A volte è rabbia.
A volte è quella domanda semplice e feroce: “Ma perché proprio adesso?”
Ci sono giorni in cui l’assenza pesa.
Altri in cui è più leggera.
Altri ancora in cui arriva all’improvviso, come una mano sulla spalla mentre stai pensando ad altro.
Quell'istante non avvisa.
Entra quando abbassi la guardia.
Stiamo imparando che mancare non vuol dire sparire.
Che si può essere lontani e allo stesso tempo vicinissimi.
Che ci sono presenze che non hanno più bisogno del corpo per farsi sentire.
Ci sono amori che diventano più forti proprio quando smettono di poter essere dimostrati.
Ti faccio ridere.
L'altro giorno dovevo riparare la stufa e non sapevo dove mettere le mani.
Sai bene quanto sono pessimo nei lavori manuali.
Ho cercato il numero di un tecnico poi ho pensato: ma che figura ci faccio col babbo?
E allora ci ho provato.
Era solo un po' di silicone intorno a un vetro.
Prima ne ho messo troppo poco, poi troppo e basta.
Pulisci, togli metti, riprova, impreca, smadonna e riprova.
Un lavoro di mezz'ora ci ho impiegato mezza giornata.
Ma sembra che regge.
Lo so che da lì ridevi come un pazzo.
A un certo punto ti ho anche detto: “Aoh! Ma che te ridi! Qui si sta consumando una tragedia!"
Questo Natale sarà diverso.
Non peggiore.
Diverso.
Sarà fatto di ricordi che fanno male e di altri che scaldano.
Di nostalgia, sì.
Ma anche di gratitudine.
Perché averti avuto è stato un privilegio.
E perderti non cancella quello che siamo stati.
Lo rende eterno.
Se oggi sappiamo stare accanto a chi soffre, se sappiamo restare anche quando è scomodo, se proviamo a essere gentili pure quando nessuno guarda, è perché da qualche parte ci hai insegnato come si fa.
Quindi tranquillo, babbo.
Ci pensiamo noi adesso.
A tenerti vivo nelle cose piccole. In quelle che non fanno rumore.
E quando a Natale ci sederemo a tavola e per un attimo farà un po’ più freddo, sapremo tutti la stessa cosa, anche senza dirla: Che non sei più dove ti cercavamo, ma sei in ogni posto in cui manchi.
(Andrew Faber)
Mi chiamo Marco, ho 38 anni.
E non ho amici.
Non nel senso retorico, tipo “non ho veri amici”.
Proprio nessuno.
Nessuno a cui scrivo se succede qualcosa.
Nessuno che mi inviti a un compleanno.
Nessuno che mi chieda “Come stai?” senza motivo.
All’università ero pieno di gente attorno.
Ridevano, uscivamo, facevamo tardi.
Poi ho iniziato a dire troppi no.
“Ho da fare.”
“Non mi va.”
“Ci sentiamo domani.”
E piano piano… ho smesso di esserci.
Oggi mi rendo conto che bastava rispondere a una chiamata in più.
Andare a un pranzo anche se non ne avevo voglia.
Mandare quel messaggio che pensavo di mandare “più tardi”.
Ma non l’ho fatto.
E ora che vorrei parlare con qualcuno…
non ho nessuno da chiamare.
Mi dicono: “Esci, conosci gente.”
Ma non è così facile quando ti porti dietro anni di silenzi.
Quando sei diventato bravo a essere invisibile.
L’altro giorno, al bar, il cameriere mi ha detto:
“Il solito?”
E io ho quasi pianto.
Perché da mesi era la prima frase che qualcuno mi diceva con un sorriso.
Non voglio fare pena.
Non voglio nemmeno lanciare messaggi motivazionali.
Voglio solo dire che la solitudine…
non arriva all’improvviso.
È una goccia al giorno.
Finché ti trovi vuoto.
E a chi legge, dico solo:
mandalo quel messaggio.
Fallo adesso.
Perché un giorno potresti accorgerti che era l’ultima occasione.
Intoxicated by you... with @ildiariodigin #sheforme
So che tutti noi abbiamo un punto debole. Quella parte di noi che, se toccata, ci fa sentire vulnerabili, ci fa stare male. E tu, lo sai, sei sempre stata il mio. Il mio punto debole.
Non importa quanto cerco di allontanarmi, non importa quanto il tempo passa o quante cose cambiano, tu sei ancora li, nel mio cuore. Sei come una cicatrice che non se ne va, ma che non fa più male. Un amore come il nostro non capita tutti i giorni. Anzi, capita una sola volta nella vita.
Quella volta che ti cambia, che ti lascia qualcosa dentro che non se ne va mai. E tu sei stata quella volta, quella persona che mi ha cambiato per sempre.
So che ormai non possiamo tornare indietro. Lo so. E lo accetto. Lo vedo nel modo in cui ti comporti, nelle tue scelte, nella vita che stai costruendo senza di me. Ma non ti mento anche perché eri brava a capirmi se c'era qualcosa che in me non andava ,non c'è giorno che non pensi che, anche se lontana, ci sia ancora una piccola speranza. Una speranza che, in qualche modo, forse un giorno potremmo ritrovarci. Lo so che è una speranza lontana, ma ogni tanto mi fa pensare che chissà.. Non posso negare che una parte di me è ancora con te, anche se le cose sono cambiate. E credo che il nostro amore sia stato e sarà sempre il mio punto debole. Perché è l'unico amore che non riesco a dimenticare. l'unico che mi ha fatto sentire veramente vivo. E, anche se provo a cercare qualcosa di simile con lei, non ci riesco. Perché non ci sarà mai un amore come quello che ho vissuto con te.
So che il nostro amore è stato qualcosa di speciale. E il tipo di amore che rimane, che non si cancella. Anche se la vita va avanti, anche se tu sei cambiata, io non smetterò mai di pensare a noi, a quello che siamo stati. E so che nessun altro mi farà mai sentire cosi.
Non ti scrivo per chiedere niente, e nemmeno per aspettarmi qualcosa da te. Ma spero che queste parole ti arrivino ,anche se non avrai mai la certezza che sia io ,ma dentro di te lo senti ...Ti scrivo solo per dirti che, anche se siamo lontani, il mio cuore è ancora con te, sempre. Perché il mio punto debole sei tu, e lo sarai sempre. Ti auguro tutto il bene del mondo. Spero che tu possa trovare la felicità che cerchi, e che io trovi la mia, anche se so che non sarà mai la stessa senza di te.
(Ci vediamo....forse un giorno....)
Con affetto... Atena
Mi chiamo A., ho 18 anni.
Mi sto preparando a diventare adulto a forza.
Mio padre ha un tumore terminale.
Me l’hanno detto come si dice qualcosa che è già deciso.
Come se fosse una frase scolpita, una condanna che non si può neanche contestare.
“Non c’è più niente da fare.”
Cinque parole.
Che cambiano tutto.
Da quel giorno, la mia casa è diventata una sala d’attesa silenziosa.
Mio padre è sempre più stanco.
Mia madre… non lavora da anni.
Ha smesso quando io sono nato, e da allora ha vissuto per la famiglia.
Ora è come se non vivesse più per niente.
Io ho 18 anni.
Fresco di diploma.
Con una lista di sogni nel cassetto che in una notte ho dovuto richiudere.
I miei amici parlano di università, di viaggi, di vacanze post-maturità.
Io cerco lavoro.
Qualsiasi.
Anche quello che non so fare.
Ho smesso di essere figlio.
Sto imparando a diventare genitore dei miei genitori.
Pago le bollette.
Vado a prendere i farmaci.
Compilo i documenti per l’ASL.
Cerco di sorridere a mio padre, anche quando ho il nodo in gola.
Anche quando mi odia, perché il dolore lo trasforma.
La notte sento mia madre piangere in cucina.
Io non vado mai da lei.
Non perché non voglia.
Ma perché so che se la abbraccio crolliamo tutti e due.
Ho 18 anni, ma mi sento vecchio il doppio.
Eppure ogni giorno mi alzo e ricomincio.
Perché non ho scelta.
Perché qualcuno deve farlo.
Perché l’amore non è sempre carezze e sorrisi.
A volte è reggere il mondo, quando nessun altro può farlo.
Palaiokastritsas, Corfù with @ildiariodigin
Breathe...
“Ho sorriso senza accorgermene, dev’essere così che si ricomincia.”
(web)
I want you, I need you, oh God...
Model: @ildiariodigin #sheforme