Mi chiamo Andrea, ho 42 anni.
Mio figlio Lorenzo, che ha diciotto anni, mentre si sistema il colletto della camicia e si mette il profumo. Stasera esce con una ragazza per la prima volta.
Mentre lo guardo sorridere allo specchio, prego con ogni fibra del mio corpo che non diventi mai l'uomo che ero io alla sua età.
A vent'anni, io ero il classico stronzo. Ero bello, avevo la parlantina facile e usavo le donne come se fossero bicchieri di carta. Le puntavo, le riempivo di promesse gigantesche, le facevo innamorare perdutamente e poi, nel momento esatto in cui capivo di averle in pugno, sparivo nel nulla. Ho illuso decine di ragazze. Le ho fatte piangere, le ho fatte sentire sbagliate, usate e buttate via. Era il mio sport preferito, una dose di ego ogni sabato sera.
Poi, a ventiquattro anni, ho conosciuto Elena. E la mia vita da predatore si è schiantata contro un muro.
Mi ha fulminato. Mi ha tolto tutta la mia arroganza con uno sguardo. Per lei sono cambiato dall'oggi al domani. Non l'ho mai tradita, nemmeno con il pensiero. L'ho sposata, abbiamo comprato casa, è nato Lorenzo e per quindici anni sono stato il marito più devoto, fedele e innamorato della faccia della terra.
Due anni fa, a Elena hanno diagnosticato un carcinoma pancreatico.
In otto mesi se l'è mangiata viva. Ha chiuso gli occhi per sempre in un letto d'ospedale, tenendomi la mano, mentre io pregavo Dio di prendere me al suo posto.
Sono vedovo da ventiquattro mesi. I miei colleghi, gli amici, persino mia suocera, mi dicono sempre la stessa cosa: «Andrea, sei ancora un bell'uomo. Lorenzo ormai è grande. Devi uscire, distrarti, rifarti una vita. Elena avrebbe voluto vederti felice».
Pensano che io stia facendo il martire. Pensano che il mio sia un voto di castità per onorare la sua memoria, o che io sia bloccato dai sensi di colpa.
Il dato di fatto, quello che sfugge a tutti, è che io non sto facendo nessuno sforzo. Non sto resistendo a nessuna tentazione. A me, delle altre donne, non frega più assolutamente un cazzo.
Il mio interruttore si è rotto. Quando una donna mi sorride al bar o una cliente cerca di flirtare con me in concessionaria, io non sento nulla. Sono diventate sagome trasparenti. Ho passato la mia giovinezza a rincorrere compulsivamente pezzi di carne per sentirmi vivo, e ora che ho il cuore a pezzi, scopro che Elena se l'è portato via tutto. Non c'è rimasto un solo grammo di desiderio da dare a nessun'altra.
Lorenzo si infila la giacca. Si gira verso di me.
La regola che gli ho martellato nel cervello da quando ha iniziato a guardare le ragazze è una sola: «Non si illude nessuno. Se non provi niente, lo dici e te ne vai. Ma non giocare mai con il cuore di una donna, perché il dolore che causi non scompare, ti aspetta al varco».
Gli do una pacca sulla spalla, gli dico di divertirsi e lo guardo chiudere la porta di casa.
Torno in salotto. Mi siedo sulla poltrona al buio. Ho passato i miei vent'anni a far piangere donne che non significavano nulla per me. E ora passerò il resto della mia vita a piangere da solo per l'unica che ha significato tutto. Il conto è saldato.














