solo io che lancio into the void delle fics sui rapper milano-genovesi e la loro storica convivenza, ovvero i miei deliri da notti insonni sanremesi che in qualche modo sono diventati un intero au, vi prego tuffatevi in questa rabbit hole con me, it's a beautiful but lonely place xd
Una sera di novembre 2014 nel parcheggio di un supermercato chiuso.
Sette amici, quattro divinazioni poco chiromantiche, e una domanda di quelle che non avranno mai una risposta ad alta voce, ma in silenzio cambierà tutto.
(tedua/rkomi, tedua/bresh)
a/n: questa si ispira ad un verso di vorrei. (Rkomi feat. Ernia):
ricordo via Calvairate, in sette dentro una Yaris / fuori dal Carrefour Smeralda che mi legge le mani(ma come spesso succede scrivendo - a me almeno, i miei personaggi fanno letteralmente quello che vogliono, non lo so io... xd - il vero protagonista qui è diventato Mario... che aveva fatto il cassiere, quindi perché non al Carrefour? inoltre, decrescendo ha anche dei riferimenti a Falco e la triste fine di una grande amicizia, quindi come tralasciarlo?)
tuttto quanto anche su ao3, e ovviamente: non conosco nessuno, non c'ero, niente è vero, tutto quanto è un frutto della mia troppa fantasia, passione per gli incastri tra canon e fic e per le sfocate istantanee della vita.
Il parcheggio si sta svuotando delle ultime SUV colme di acqua, merendine, e frutta che le mamme ostinate continueranno a mettere negli zainetti di scuola e che poi finirà per volare dalla finestra del bagno.
Seduto per terra sotto lo stand dei carrelli, Mario fissa le cuciture dell’Invicta preistorico e pensa che forse dovrebbe cambiarlo prima che si apra da sotto, pur di non pensare alla solitaria spunta degli ultimi due messaggi mai arrivati a Mirko. Alla faccia di 'se piove ancora quando stacchi, ti vengo a prendere.' L'acquazzone ormai sembra star passando e Mario è mezzo deciso di andare a prendere il bus, quando avverte un crescendo di musica ovattata.
La Yaris azzurra taglia la rotonda che manco NASCAR e sgomma contromano nel parcheggio. Mario si tira su, pronto con la litania del “se sapevo che stavo qua un'ora mi prendevo su gli scarti del reparto pane, non ho più uno stomaco, si è sciolto nei suoi stessi acidi,” ma ha la bocca talmente asciutta che non ne vale la pena.
Sta per aprire la portiera lato passeggero quando si accorge che è occupato da Falco. Il finestrino scende.
“Mariooo, eccomi fra’, hai chiamato, vero? Scusa, mi è morto il telefono,” esclama Mirko come se fosse quello il problema. “Dai, monta su che prendi acqua!”
Eh, monta su, ma dove? Mario fa per salire dietro e… lì sta succedendo qualcosa per cui la macchina decisamente non era omologata. A occhio nudo scorge Ciccio premuto contro il finestrino, un metro e ottanta di Ernia rannicchiato accanto, ma c'è altra gente. Gira intorno alla macchina e si trova davanti la faccia stupida di André che gli sorride come un bambino alla calza della Befana, e il povero cristo schiacciato tra lui ed Ernia dal cappellino gli pare… Izi?!
“Dio santo, che è, I Soliti Idioti - Calvairate special?”
“Eeh, sai com'è, passo, vedo questo, vedo quello, e che faccio, lascio gente per strada? Che sono, un infame?” Gli occhi sbarrati e la parlantina si commentano da sé. Mario si strofina la faccia. Mirko che passava a prenderlo era perfetto. Mirko che arriva in ritardo, pippato e con tutti i randagi della Zona 4 accalappiati lungo la strada, sarebbe perfetto se Mario non avesse appena passato otto ore a dire 'ha la tessera?, serve un sacchetto?, no, la promozione delle figurine è finita…'
“Oh, Mariotti, vuoi andare a casa o no?” Andrea per poco non gli apre la portiera addosso, e Mario lo guarda spaesato.
“E dove ci sto secondo te?”
Andrea si batte le cosce, sorridendo a trentadue denti quando lo vede esitare.
“Che mi snobbi? Sai cosa non darebbe metà Milano Est?”
“Ma chi ti credi?” vuole sbuffare Mario ma gli viene troppo da ridere. Breshino che finalmente l'ha raggiunto a Milano da pochissimo, estasiato com'è dall'aria metropolitana anche se vorrebbe fare finta di no, andrebbe iscritto nella lista dell'UNESCO.
Mario si inserisce in macchina, accartocciato tra Andrea ed il tettuccio con il telo scollato pinzato su con degli spilli; uno tiene su una tipa nuda ritagliata da qualche rivista, un altro la schedina "scacciasfiga" dei 10 e lotto con cui qualche mese fa hanno vinto venti euro.
Mirko controlla nello specchietto la situa alle sue spalle.
“Minchia, se ci fermano, 'sto giro mi tagliano pure il certificato di nascita," e ride, come se non fosse pericolosamente probabile. E proprio quando toglie il freno a mano, delle unghie tamburellano lungo i vetri.
Andrea sussulta, Mario impreca perché gli fa sbattere la testa.
"Che cazzo- parti!" intima Matteo con la voce di uno che ha visto qualche horror fatto bene di troppo. Mirko, invece, tira giù il finestrino con "hai un nak muay e un pugile qua, che vuoi che succeda?”
Mario sinceramente non si ricorda nemmeno che il pugile sarebbe lui. È stracotto e l'ultima cosa che vorrebbe in questo momento è fare a botte. Ma non sembra il caso. Un profumo dolce da capogiro si insinua tra fumo, AXE Africa e puzza di scarpe; Mario non se ne intende ma gli sa di siepe che c'era in una delle case in affido. Le mani piene di oro degli stolti afferrano la portiera. Un foulard viola a fiori in testa, uno color indaco avvolge le spalle, uno rosso e uno arancione legati alla vita, maglia nera attillata, gonna nera a strati che tocca per terra, occhi neri che toccano le viscere. È la zingara che legge le mani, Mario la vede quasi tutti i giorni ma non si era mai fermato.
Sorride con il rossetto sui denti.
"Allora, figlioli della notte... chi vuole sapere che sole gli sorgerà?”
“Uè, bella, Smeralda,” si sporge Mario da dietro, solo per il gusto di fare un po' il fenomeno che ne sa una più dei suoi amici svampiti. “Se vuoi un passaggio, siamo al full, purtroppo... Che c'è, non mi riconosci?” si agita una mano davanti alla faccia quando vede che Smeralda lo scruta senza una parola.
“Tu non ti riconosci da solo,” risponde serafica. "Peccato, perché ti perdi la vita che non rifarai più.” Mario sente un nodo freddo nello stomaco anche se non capisce, o forse capisce troppo bene e non vuole, così come non vuole conoscersi davvero…
D'istinto si ficca le mani sotto le gambe, ma lì se le ritrova sulle cosce calde di Andrea, e le toglie. E subito si maledice per averlo fatto troppo in fretta. Intanto André non se lo fila nemmeno, intrigato da Izi che ha allungato un braccio verso il finestrino. Tra nomadi ci si intende.
“Sai, vero, come funziona?” lo educa Falco. “Per due spicci morirai giovane, se ci butti su qualcosina, ti troverai una figa spaziale e vincerai il Turista per sempre."
Smeralda ride.
“Tu sì che hai capito tutto… Šukare rakle, per voi è gratis. Vi farà pagare la vita.”
Diego tiene la mano tesa come chi non teme i conti infausti. Smeralda la prende, passa i pollici sopra il palmo come se lo stesse lucidando. Mirko spegne il motore; ha già capito che qui andrà per le lunghe.
"Tu sei nato sotto la Croce del Sud."
Qualcuno fischia come se sapesse che significhi, Andrea fa del contorsionismo impossibile per tirare fuori il telefono e digita le parole in Google.
"Non smettere di lanciare monete agli incroci, è la strada che sceglie te."
Diego annuisce appena, Andrea gli dà un gomito nel fianco.
"La costellazione della Croce del Sud è una delle più brillanti e caratteristiche del cielo australe," cita. "Sei nato in Australia per caso?"
"Mi hanno detto Savigliano," stringe le spalle Diego, e poco gli importa che australe non vuol dire australiano, come sta precisando Matteo, e se dall'Italia la Croce la si veda o meno. Lui ha capito perfettamente, come chi ha dormito sotto miriadi di stelle a cui non sapeva dare un nome.
"Fai anche a me," Andrea, incentivato, infila il braccio tra il sedile di Mirko e la portiera. Sia mai che quel cretino svaccato davanti non abbia da dire:
"Oh Mario, spera che non è la sua zona erogena..."
Tu spera di non beccarmi un'altra volta dopo lavoro perché ti tiro giù dalla macchina che GTA scansati proprio, non risponde Mario. Dà invece una pacca rassicurante ad Andrea che tra le risate ha sentito irrigidirsi sotto di sé non come intendeva Falco, ma come chi ha paura che potrebbe, anche se il tocco di Smeralda non c'entra niente.
Mario un po' si aspetta qualche metafora portuale per André, tanto lo ha convinto la lettura a Izi. Ma Smeralda dice solo: “Ti dico, čerhajori, tu non resterai mai solo.”
“Ma grazie, cara!” Da come si illumina, Andrea sembra davvero una piccola stella. "Dai, Mario, prova tu," gli stuzzica il fianco poi, e Falco immancabilmente salta fuori con la sua:
"Sì, Mario, fatti dire quando prenderai la patente.”
Ridono tutti. Ride pure Mario finché non pensa ai tristi conti che ha fatto l'altra settimana e secondo i quali gli mancano altri 500 euro per la scuola guida. È che voleva tanto farli puliti, per quello ha rifiutato anche l'aiuto da Mirko perché già lo scoccia che spaccia, sono a quell'età quando o la pianti o ci resti dentro e Mario ha smesso perché si vede in altre piazze, e ci vedrebbe pure Mirko; col caspita che gli farà fare straordinari al parchetto per pagarsi le lezioni. Mario ha deciso di guadagnarsele con il sudore della fronte, ma forse così non ci arriverà mai… Ma non sono certo cazzi di Falco.
"Io la patente me la posso anche comprare, volendo," ed è vero, Mario conosce uno che conosce uno che ha un cugino dentro a quei giri, "piuttosto fatti dire tu quando troverai un lavoro, Passera."
"Spero mai, se poi farò la vostra fine, stacanovisti di stocazzo," ride Falco, ma si allunga verso il finestrino. "E vabbè, fanculo, facciamolo. Che ci vedi, Smè?"
Smeralda guarda la sua mano attentamente, percorre delle linee con l'unghia scarlatta che si ferma in quel punto, rallenta in quell'altro. "Tu sì che morirai giovane," dice lentamente, "anche se continuerai a vivere."
"Ma che cazzo vuol dire?" ridacchia Falco.
"Quello devi sapere tu, caro. Io do voce alle mani. Non cervelli, non cuori.”
“Tipo che sarai una leggenda, frà, quelle muoiono ma non muoiono," rompe Mirko il suo silenzio da botta scesa, e mentre Falco precisa che lui è già una leggenda, bro, Mirko gli ruba la canna.
"E tu?" gli fa Smeralda. Mirko schiocca la lingua.
"Eddai, bro, io sì e tu no? Su, fatti dire due cazzate," Falco gli dà un pugnetto alla spalla.
Mirko fa un altro tiro, si lecca le labbra, esalando gira la mano appoggiata sulla portiera, senza neanche guardare. Smeralda la studia per un po', poi con lo sguardo scivola sul collo di Mirko dove, quando si era girato, si era intravisto il tatuaggio di un rapace, poi su quel cialtrone detto Falco, poi dietro su quelle anime in pena che hanno aperto con troppa foga un sacchetto di patatine e ora le scavano dal grembo di Diego che grugnisce “cazzo, ragà, volete metterci la bocca direttamente a sto punto?!” ma gli risponde solo un “belin, stai fermo che le stai spaccando tutte!”…
Smeralda apre la bocca, la richiude. Torna tra le linee spezzate, prendendo tempo. C'è chi le conosce, ovvio, ma non lei. Legge dal modo in cui le porgono le mani, dal sudore del palmo e tensione nelle dita, dagli occhi, dalle parole, dall'aria intorno. Da tutto quello a cui la gente non bada mentre pensa che lei stia guardando le pieghe della pelle.
Non sa come dire a Mirko che un giorno perderà tutto questo e non sarà colpa sua, che la gioventù vuole fare strada e non si ferma due volte a ponderare se faceva da casa a qualcuno che lascerà allo sbaraglio. Non sa come dirlo in italiano, e non sa come dirlo ad uno che non ha altro che questo branco sgangherato a tenerlo a galla.
“Trovati in te stesso prima di perderti negli altri.”
Mirko di tutta risposta sbatte le ciglia.
“Ecco. Hai capito?” gli arriva una pizzetta in testa da dietro. “Quello che ti ho detto io, e non mi ascolti.”
“Cosa, la Leni?” risponde invece Andrea.
“Eh.” A Mario stava super simpatica, altroché. Ma non c'era da intripparsi così, lo sapevano tutti che sarebbe rimasta poco… Invece Mirko ha passato una settimana zuppo, fatto come una pigna, quando se n'era andata, e Mario un po' voleva prenderlo a sberle perché non era reale, si era preso la cotta per un'idea, e un po’… forse dirgli guarda che c'è chi ti vuole bene veramente… ma da lì Mario non saprebbe più come continuare.
Ciccio e Teo non ne vogliono sapere delle letture, il primo perché non ci crede, il secondo perché sì, e Smeralda infine si dilegua. Mirko rialza il volume e fa una decina di metri, quando Mario mette in scena il siparietto del tastare le tasche e "aspe, non ho il cell! Cazzo… mi sa che l'ho lasciato lì ai carrelli.”
"Minchia… e muoviti, dai," sbuffa Mirko, evidentemente combattuto se farsi una striscia o piuttosto fumare un cannone e andare a letto, ma in ogni caso vuole essere già a casa. Mario si morde le guance. Gli fa venire tanta rabbia quanta voglia di farsi insieme.
"Vado e torno." Scende, si dirige verso la tettoia, ma appena gira l'angolo, parte di corsa dietro a quei triangoli colorati, come la mal cucita bandiera di un regno che non c'è. "Smeralda… aspe’," chiama sottovoce.
Come lo sapeva che ci aveva azzeccato… Ne ha visti di ragazzi come lui. Alcuni poi non li ha visti più. Alcuni si sono sposati. Si ferma finché Mario la raggiunge e le tende la mano.
"Va bene, e se… cioè, se io mi… toh, riconosco… ci starà?"
Se non avesse detto gratis, ora andava a casa con un deca o due. Gli esasperati non guardano il prezzo delle risposte che hanno troppa paura di darsi da soli. Ma la prima parola vale, e Del vede e sente tutto…
Anche questi gagé traviati - ma non sono suoi figli, non sono un suo problema.
E Smeralda gli prende la mano e pensa a quel povero cristo stanco e fatto che lo scorrazza a lavorare come se non avesse altro da fare nella vita,
e pensa a quel ragazzino che non ha ancora perso la cantilena genovese, che viene al Carrefour solo per beccare Mario in pausa, portargli una fetta di focaccia bruciacchiata che "vabbè, non è quella di mia nonna ma non è così male, dai" e fumarsi due cicche insieme,
e pensa a Mario seduto sulle sue gambe, mentre sta abbracciato al sedile del guidatore, scompiglia i capelli a Mirko e sovrappensiero si gira la di lui collana intorno al dito…
"Bango," borbotta, tracciando la linea del cuore, "come te, vero?"
"Che vuol dire?"
Sorride con un angolo della bocca, gli richiude la mano e assottiglia lo sguardo. "Senti tu, sei sicuro che sai di chi mi chiedi?"
Mario strappa via la mano, fa un passo indietro con due occhi sgranati.
“Dža, dža, torna a dire bugie ai tuoi amici… Tanto da te non scappi," si sente ridere da dietro, ogni parola una coltellata alla schiena.
Ma come?! Inciampa nelle pozzanghere fissando il proprio palmo, come se ci potesse individuare il solco preciso che lo tradisce.
“Trovato?” Andrea sta aspettando con una gamba stesa fuori e Mario ha un sussulto.
“Che cosa?” chiede come un idiota. Al momento riesce solo a pensare che non gli si vuole più sedere sopra, cazzo… Andrea alza le sopracciglia.
“Il telefono, fratè?!”
“Sì. Si sì, era lì.” La voce di Smeralda vibrante di risata gli rimbomba in testa. Ma non dice bugie, lui! Cioè, in generale. È solo che… non può dire la verità. Non è la stessa cosa. È al fin di bene di tutti… E intanto Andrea gli chiude le braccia intorno alla vita, e Mirko ogni tanto incrocia il suo sguardo nello specchietto, e Mario cerca forte di concentrarsi sul fastidio delle scarpe fradice e sul ginocchio di Andrea che gli sta schiacciando un nervo. Vuole loro tutto il bene immaginabile, e si sa. Ma come fa ad essere sincero, se la verità è che vorrebbe farseli entrambi?!
Sanremo 2025, la notte un po' dolceamara di Rkomi e Bresh dopo la serata delle cover.
a/n: fa riferimento al brano brutti ricordi di Mirko, specie ai versi "So come si sta restando soli / come fuori città senza lampioni / anche il mare d'inverno cerca attenzioni / non è più lo stesso senza di noi" e "A-A-A-A-André, abbiam condiviso casa, la fame, le canne, ma mai le donne". (volendo, la storia si trova anche su ao3)
Il bollitore si spegne con un click; Mirko butta dentro i vermicelli e lo richiude. Niente timer, neanche un'occhiata all'ora, fa come ai vecchi tempi. Si andava d'istinto, il primo a ricordarsi della pasta la scolava. Ora è da solo quindi deve ricordarsi lui. Giocherellando con le bustine di olio, guarda il vapore che si arriccia e svanisce.
Come tutto nella vita.
Si tira due schiaffi mentali per quel pensiero da boomer, ultimamente sembra avere solo quelli, e che pesantezza, ci crede che è finito un po' solo…
A dire il vero, forse è anche perché dice di no a tutto e a tutti, con la buona scusa dell'album: ‘devo scrivere che sono in vena’, ‘domani sono in studio, fratè’, ‘facciamo quando l'ho finito che mi manca poco’… E intanto se ne sta in mutande a fissare stupidamente il vuoto. E lo dice pure, in prima serata sulla Rai, così tutti capiscono quante stronzate gli racconta. E vabbè. Magari a qualcuno verrà pure in mente di chiedergli come sta…
Riversa l'acqua nel lavandino. Dei vermicelli pendono dalla bocca del bollitore. Qualche volta cascavano fuori tutti, Mario li raccattava con le mani e li buttava sul primo piatto che vedeva. ‘Oh, lavali almeno,’ storceva il naso Mirko: c'era schiuma del detersivo che risplendeva ad arcobaleno, o qualche avanzo attaccato. E Mario che lo guardava di sbieco, 'ti sei sparato roba peggio, mica ti uccide', ma toglieva comunque quella fogliolina annerita di insalata che prendeva acqua e sapone nel filtro del lavello da due giorni e ora era appiccicata alla cena di Mirko...
Distribuisce la pasta in due tazze, gli svuota sopra le bustine di EVO e si dirige verso la stanza di Bresh.
Andrea se ne sta sopra il letto ancora vestito da palco, luci spente, sguardo sul soffitto, quando arrivano dei colpetti alla porta. Non era d'accordo per vedersi con nessuno, e subito è quasi tentato di fare finta di dormire, anche se la verità è che non ha minimamente sonno, è solo sfinito da tutto il trambusto della kermesse. Piena di amici ed è bellissimo, ma molto snervante. Soprattutto quando devi rifare il brano tre volte. Ancora non ha capito se ha fatto una figuraccia o meno, di certo non è stata colpa sua ma che scena, la gente si sarà rotta anche i coglioni di sentirli, insomma…
Alla fine si tira su e apre. Per primo gli arriva quel profumo caldo e amidoso, poi scorge Mirko con la fonte dell'odore in mano ed il sorriso un po' tirato.
"Posso?" chiede, la sua ombra già dentro la stanza, non vede l'ora di scappare da quel corridoio in art decò illuminato da far sciogliere le pupille. Andrea si sposta per farlo entrare e coglie la tazza da tè che Mirko gli allunga. È ancora calda ma quando la inclina, i vermicelli si spostano appena, tutti in un blocco.
"Dove li hai presi 'sti qua?"
"Scroccati. Onore alle tradizioni," ammicca Mirko mentre si accomoda sul suo letto.
"Da tradizione rubavi l'olio da quella tavola calda all'angolo di via Gressoney finché non ha tolto i cestelli coi condimenti."
"Particolari... Le forchette non le ho reperite però, sai."
"Bah, quando mai sono servite?" Andrea afferra un pugnetto di pasta e se la cala in bocca. È lo stesso insipido schifo che Mirko e Mario facevano dieci anni fa, gusto olio e calcare, e non gli va giù, non perché forse poco unto, ma perché gli sale un nodo alla gola. Deglutisce a forza. Nel corso del Festival gli hanno chiesto in diverse interviste di quegli anni e sì, è una simpatica storia, certo, gli piace raccontarla, ma non la dice, in realtà. Non ci sono parole per il sapore che ti è rimasto sul palato da quando avevi diciott'anni, per l'aria che si respirava in quella casa - letteralmente, perché nessuno si preoccupava di pulire e le finestre le aprivano solo in assenza di Mario con la sua fissa che gli saltasse giù il gatto…
“E dai, Mirkulovski, facciamolo.”
“Hm?” alza gli occhi Mirko, guance gonfie di pasta.
“Il feat.” Ci sono tutti su quel disco: Tedua, Izi, ben due brani con Ernia. Andrea è l'unico a temporeggiare. Non perché non volesse, anzi. È che lavorando anche lui su un album, aveva la testa da tutta un'altra parte, sono due concetti molto diversi e gli veniva difficile entrare nel mood di Mirko.
“Cosa, adesso?” chiede quest'ultimo quando vede Andrea infilarsi le scarpe.
“Boh, io voglio buttare giù qualcosa, tu almeno vieni con me, dai.”
“Dove?” chiede Mirko ma è già in piedi.
“Fuori, non lo so.” Dovunque che non sia la stanza sterile di un hotel di lusso… “Andiamo giù al faro.”
decrescendo non è Mediterraneo ma nel dubbio, il mare sta bene con tutto. Andrea ha come sensazione che le onde contro gli scogli e la salsedine nel vento freddo possano fare da sfondo giusto per finalmente parlare davvero, senza quelle cazzate di cortesia degli ultimi mesi, e magari scuotere quel velo di malinconia da far cascare fuori una degna traccia.
a/n: se siete arrivati fino qui, grazie di cuore e spero di rivedervi alla prossima!^^