Si tolse la camicia e si distese al mio fianco. Io mi ero raggomitolata in un angolo del letto, ancora completamente vestita, gli davo le spalle, ma potevo sentire il suo respiro sul mio collo. Sapevo che era un’idea stupida, che dormire nello stesso letto di un perfetto sconosciuto mi avrebbe probabilmente causato dei problemi. Eppure ho accettato, ho assecondato la richiesta di Chiara di lasciarla dormire con il suo perfetto sconosciuto, io avrei condiviso il divano-letto con il suo amico, nessun problema. Eravamo entrambe ubriache, ubriache e stupide.
Avevamo conosciuto questi due ragazzi, o meglio uomini vista l’età, durante una serata in discoteca, la prima uscita “tra donne” che Chiara si era concessa da quando era stata lasciata dall’amore della sua vita uno o due mesi prima. Eleganti e gentili, ci era voluto poco a convincerci a passare la serata con loro fra una discoteca e l’altra, ingurgitando un drink dietro l’altro. A fine serata ci avevano proposto di riaccompagnarci allo studentato in macchina, e dopo mille tentennamenti avevamo accettato. Non conoscevamo la strada, ci eravamo trasferite solo qualche mese prima, ma capimmo subito che la situazione sarebbe degenerata quando ci ritrovammo nel parcheggio di un hotel.
“Dai, saliamo a bere qualcosa nella mia stanza, tranquille che non vi mangiamo!”. Come abbiamo potuto essere così stupide da crederci? O almeno, come sono potuta essere io così stupida?
Salimmo con loro e ricominciammo a bere, uno dei due si girò una canna e la fumò fuori dalla finestra, mentre io gli facevo compagnia con una sigaretta per lasciare Chiara e la sua conquista da soli. Era simpatico, esteticamente non proprio il mio tipo, ma sembrava davvero gentile e mi ascoltava con attenzione, riuscimmo a parlare anche dei più piccoli dettagli delle nostre vite, come se ci conoscessimo da una vita. Il suo carisma e le sue attenzioni mi colpirono, decisi di abbassare la guardia, di fidarmi di lui, nonostante lo avessi conosciuto qualche ora prima.
Finì la sua canna e mi chiese di accompagnarlo verso la porta della camera, andai con lui e mi baciò. Rimasi impietrita, ma non mi opposi e lo baciai a mia volta. Quello fu l’inizio della fine.
Chiara era stanca, si era già distesa sul letto matrimoniale al centro della stanza e si stava pian piano addormentando. Mi guardò perplessa e maliziosa, come se sospettasse cosa fosse successo in quei cinque minuti nei quali ci eravamo perse di vista. Mi chiese se potesse dormire con quell’uomo, sbatté le palpebre un paio di volte e mi convinse. “Ha un carattere forte e sa imporsi, poi io sono qui accanto, non le succederà niente”, pensai, e in effetti a lei non succedette nulla.
Mi distesi sul divano-letto e lui mi raggiunse, sentii il calore della sua pelle e il suo profumo, sapevo che era dietro di me e che si aspettava che mi voltassi, ma rimasi immobile per qualche minuto, cercando di non fare caso alla sua insistenza. Infine mi voltai, ci baciammo di nuovo, cominciò a cercare la zip del mio vestitino ed io mi ribellai in silenzio, cercando di non disturbare l’altra coppia. Lui continuò imperterrito a cercare di spogliarmi, riuscì a togliermi i collant e da quel momento in poi rimasi pietrificata, incapace di muovermi o di reagire, chiusi gli occhi sperando che prima o poi si sarebbe fermato.
Quella sera quell’uomo abusò di me. Non mi stuprò, non gliene diedi la possibilità.
Cercò di penetrarmi almeno quattro o cinque volte, cercò di aprire le mie gambe per poter entrare in me, ma io non mi muovevo, contraevo i muscoli il più possibile per impedirgli di farlo. Dopo l’ennesimo tentativo, questa volta quasi riuscito, trovai la forza di ribellarmi. Mi alzai e corsi verso il bagno, lui mi seguì e cerco di trascinarmi nelle toilettes, probabilmente per finire il lavoro, ma lo convinsi ad aspettarmi fuori, chiusi la porta a chiave e mi sedetti sul water, ancora incapace di realizzare che cosa mi stesse succedendo. Chiara mi raggiunse immediatamente, pronta a farsi raccontare che cosa fosse successo. Quando le aprii la porta ed entrò mi trovò accovacciata sul pavimento, in lacrime.
“Ha cercato di violentarmi”. Questa frase scatenò il finimondo. Chiara corse fuori dalla stanza, il suo uomo era ancora a letto e guardava perplesso il suo amico che si stava rivestendo. Uscii anch’io e mi ritrovai faccia a faccia con lui. Era furioso. Urlò a lungo, non saprei dire per quanto, per qualche minuto forse, ma a me parvero ore. Solo una cosa mi colpì: mi disse che aveva il diritto di “fare l’amore” con me perché gli piacevo. Ne aveva il diritto. Rimasi disgustata, lo guardai con uno sguardo che non avevo mai rivolto a una persona, gli occhi del ripudio.
Dopo un tempo interminabile se ne andò sbattendo la porta. Chiara e il suo amico si sedettero accanto a me e si scusarono entrambi, erano mortificati. Chiara mi accarezzò i capelli e fra i singhiozzi riuscii a dormire un paio d’ore.
Mentre uscivamo in macchina dal parcheggio dell’hotel vidi quel mostro correre verso di noi. Il suo amico si voltò verso di me e mi chiese se volessi che ce ne andassimo, ma non ebbi il tempo di rispondergli: la portiera si aprì e sentii delle mani gelide toccarmi le guance. Chiusi gli occhi e ricominciai a piangere. Il mostro si scusò, mi disse che gli dispiaceva e che mi avrebbe portata fuori a cena per rimediare, ma io non lo ascoltai né risposi. Ce ne andammo.
Sono passati più di sei mesi da quella sera, e solo ora ho trovato il coraggio di parlarne, o meglio, di scriverne. Quel mostro non ha mai smesso di contattarmi in tutti questi mesi e nonostante io lo abbia bloccato su ogni social network possibile, ogni volta che mi invia un messaggio o tenta di chiamarmi il mio cellulare mi mostra la notifica, facendomi ritornare a quella sera.
Non lo denunciai nonostante lo volessi più di ogni altra cosa al mondo, Chiara mi convinse a non farlo. Mi disse che era colpa mia, che non avrei dovuto accettare di dormire con lui, che non saremmo dovute andare con loro, che me l’ero cercata, a lei non era successo niente, il suo uomo si era fermato quando lei gli aveva detto di no. Beata lei.
Non ne abbiamo più parlato, ho affrontato il mio dolore da sola. All’inizio è stato un vero e proprio inferno, mi sentivo sporca, sentivo il suo odore sulla pelle sempre e costantemente, ogni volta che chiudevo gli occhi rivedevo quella scena.
L’ho superata, sono andata oltre e ho smesso di darmi la colpa per quello che è successo. Sì, mi sono messa in una situazione rischiosa, ma quel mostro non aveva alcun diritto di abusare di me. Sono andata avanti, ma non l’ho perdonato, non lo perdonerò mai e spero di non rivederlo mai più. Ora sono felice e sono riuscita a superare il trauma di quel tentato stupro, ho trovato un ragazzo che ha saputo ascoltarmi e rispettare i miei tempi, che mi ha aiutata a togliermi dalla mente quell’orribile ricordo che mi perseguitava da mesi, e non posso fare altro che essergliene grata.
Il karma si occuperà di te, mostro.