L’hanno scritto sui giornali. L’hanno annunciato i reporter per radio.
Sabato mattina, una ragazza di sedici anni é morta suicida, lanciandosi sui binari mentre arrivava il treno.
Per le strade, per la piazza, nelle aule della scuola, la notizia si diffonde.
E le persone parlano. E le loro parole hanno un sapore amaro, che contorce i loro volti in smorfie, in occhiate fugaci, in commenti bisbigliati all’orecchio e cenni d’assenso col capo.
E all’inizio non ci credo, ma lo stanno facendo. Stanno cercando di giustificare il suo gesto estremo. Senza nemmeno conoscere il suo nome.
E dicono che sicuramente era una ragazza triste, senza nessuno che si prendesse cura di lei.
Dicono che forse si tagliava i polsi e mangiava poco, per attirare attenzioni.
Dicono che probabilmente stava attraversando una crisi adolescenziale, destinata a passare, a sbiadire, come una macchia scura su una maglia bianca, dopo tanti lavaggi.
Ignorando che, nel mentre, il tessuto si rovina, si consuma, si logora.
Nulla, delle dodici notifiche, nel display del suo cellulare. Delle chiamate senza risposta di suo padre, che tutta la notte ha tentato invano di contattarla. E più fissava il suo nome sullo schermo, più questo si sfumava in una massa confusa a causa delle calde lacrime che gli riempivano gli occhi. Della morsa che attanagliava il suo petto, mentre ascoltava il cellulare squillare a vuoto. Bip. Bip. Bip. Bip. E intanto raddrizzava in modo compulsivo, ossessivo, la foto incorniciata della sua bambina, sulla sua scrivania, illudendosi che tramite quel piccolo tocco continuo, potesse arrivare a sfiorarla, a fermarla, a salvarla.
Non sanno nulla, dei singhiozzi di sua madre, così forti da fargli tremare le ginocchia, girarle la testa, e darle una vertigine tale da costringerla ad accasciarsi alla parete per sorreggersi. Dei giri in auto alla ricerca di lei, per tutta la notte. Coi fari accesi, le nocche delle mani sbiancate per la forza con cui serrava fra le dita il volante, la musica spenta, il cuore che batteva così forte da farle male, da chiuderle la gola come succede l’istante prima di scoppiare a piangere. In compagnia solo di quella terribile voce, come se ci fosse una bocca umida e puzzolente, che sussurrava al suo orecchio, sputacchiandolo di saliva, di aver fallito come genitore. Di aver perso per sempre sua figlia.
Non sanno nulla, della sua migliore amica. Che si risveglierà in un mondo senza di lei, senza il suo profumo, così dolce da pizzicargli sempre le narici, senza il suo nome sull’elenco, esattamente dopo il suo, senza le sue dita sempre pronte a farle il solletico e ad asciugarli le lacrime, carezzandogli con dolcezza le guance e ripetendogli parole gentili, in grado di tranquillizzarla. Perché lei lo sapeva. Era lei quella debole, quella che necessitava di continue rassicurazioni da parte sua.
Ma loro non lo sanno. Non ne hanno idea, eppure sono abbastanza presuntuosi da poterla giudicare.
Dicono che sicuramente era sola.
Dicono che forse nessuno faceva caso a lei, trattandola come se non esistesse, come fosse invisibile.
Dicono che probabilmente non era amata.
Non sanno nulla di quel ragazzo, che la mattina aspettava il bus alla sua stessa fermata, e arrivava dieci minuti prima solo per poterla guardare camminare verso lui, i campanelli dello zaino che tintinnavano ad ogni passo, la sua ombra morbida che si allungava sulla ghiaia. Arrivava prima per poterla guardare salire sul bus e sperare, in quella frazione di secondo, che quella mattina si sarebbe seduta accanto a lui, e non alla sua migliore amica, come al solito. Non si arrendeva, ripromettendosi ogni giorno che, il successivo, le avrebbe sorriso, e avrebbe provato a salutarla, e magari le avrebbe chiesto di sedersi accanto lui. Non sanno nulla di quel biglietto ripiegato troppe volte su se stesso, che lui teneva nella tasca posteriore dei jeans in attesa del “momento giusto” per infilarglielo in borsa e, finalmente, palesarglisi. Erano poche parole, tremolanti per l’emozione che scorreva nelle sue vene mentre scriveva. In quelle parole, aveva lasciato parlare il suo cuore. Aveva scritto che era bellissima. E non trovava mai il coraggio di parlarle. E che amava il suono dei suoi passi, perché somigliavano ad una musica. E il modo in cui i raggi del sole venivano intrappolati dalle sue ciglia, dai suoi capelli, intessendola di luce. E adorava il neo vicino al suo nasino, e moriva dalla voglia di sentire come suonava il suo nome pronunciato dalle sue labbra.
Non sanno nulla, della sua professoressa di scienze, che da qualche settimana aveva iniziato a tenerla sottocchio. A controllare se durante l’intervallo mangiasse tutta la merenda. Se non restava sola durante i gruppi di laboratorio. Se facesse i compiti correttamente. Se non avesse il mascara sbavato dalle lacrime. Se non portasse ai polsi troppi braccialetti.
E nulla non sanno, del sorriso che le ha rivolto quell’anziano signore al supermercato, quando lei , vedendolo in difficoltà con le buste della spesa, si è offerta di portargliele fino all’auto. O di quando difese quel ragazzino in bus dalle prepotenze altrui, e lui, guardandola, desiderò diventare come lei, un giorno. O della gentilezza con cui rispose al cameriere, al posto che essere sgarbata come il cliente prima di lei.
Non sanno nulla. Nulla di tutte le persone che sono entrate a contatto con lei, e ne sono state felici. Nulla di chi ricorda il suo nome con un sorriso, con una parola gentile, con orgoglio.
E continueranno a non sapere nulla, nemmeno nei giorni seguenti.
Perché i giornali non lo scriveranno, ed i reporter non ne parleranno.
Non sapranno nulla della terapia di coppia che intraprenderanno i suoi genitori, nel disperato tentativo di sopravvivere ai loro rimorsi, e cercare di convivere col fantasma della loro bambina.
Non sapranno che suo padre, quella stessa foto incorniciata che carezzava ossessivamente la notte della disgrazia, l’ha ritagliata e la custodisce, come una reliquia, nel portafogli. E ogni sera, dopo aver parcheggiato in garage la macchina, resta seduto sul sedile, le portiere chiuse, la chiave in mano. Estrae il portafoglio dalla borsa. Si rigira fra le mani quella foto. E piange. Perché quella foto é tutto ciò che resta di sua figlia.
Non sapranno che sua madre esce prima dal lavoro e ripercorre la stessa strada di quella notte, coi fari accesi, le mani serrate sul volante al punto da sbiancarsi le nocche, la radio spenta, il cuore che palpita con una velocità tale da incrinagli le costole. E cerca fuori dai finestrini, verso le rotaie, verso le strade secondarie, illudendosi di poterla ancora trovare, di poterla ancora salvare. Lei, che resterà bloccata in quell’incubo per l’eternità.
Non sapranno nulla della sua migliore amica, e dei messaggi che continua a scriverle ogni giorno, delle sue telefonate senza mai ricevere risposta, del suo posto in bus che é occupato solo dal suo zaino, e dei brividi che le risalgono la schiena mentre arrivano alla sua vecchia fermata. Brividi che le congelano le ossa, e come puntine gli forano la pelle, quando dalle portiere lei non sale. Non sapranno nulla dei suoi polsi sempre più rossi, delle sue occhiaie sempre più livide, delle sue scapole sempre più sporgenti. Inizierà ad addormentarsi spesso, ovunque, sperando di non doversi alzare mai più, perché quel mondo, senza la sua migliore amica, é diventato troppo freddo, pieno di spigoli appuntiti, di chiodi, di pezzi di vetro, ed ogni volta che schiude le palpebre, é come la prima volta. La prima volta che, aprendole, ha dovuto affrontare una realtà in cui lei non ne faceva più parte.
Non lo diranno. Non lo diranno nemmeno i giornali. Nemmeno i reporter.
Non diranno che quel ragazzo, dopo aver letto la notizia, é corso in bagno, sbattendosi la porta dietro la schiena, e ha iniziato a vomitare, vomitare, vomitare. Che si é preso la testa fra le mani come se non volesse mai più vedere niente, perché lei era l’unica cosa che valesse la pena di guardare. Che ha sfilato il suo biglietto dalla tasca posteriore dei jeans, l’ha letto, e riletto, e riletto, fino ad impararlo a memoria. E poi l’ha strappato, e ancora e ancora, fino a sbriciolarlo. E si è preso a schiaffi. Si è graffiato la faccia. Si è picchiato fino ai lividi. Fino al sangue. E ora si odia. Perché magari, magari, quel biglietto avrebbe potuto salvarla.
e anche lui, come gli altri, si sentirà responsabile della sua morte, per tutta la vita.
Non diranno nulla su quella professoressa di Scienze. Lei darà le dimissioni, perché non riuscirà ad andare a scuola e cancellare il nome di quella ragazzina dall’elenco. Sostenere la vista del suo banco vuoto. La consapevolezza che, camminando nei corridoi, non la incontrerà.
Non hanno detto niente. E non diranno niente.
Non diranno che la storia di quella ragazzina di sedici anni é la stessa di tantissime altre persone. Magari più grandi. Magari più piccole. Magari di un’altra nazionalità. Magari di un’altra religione.
E non diranno di fare attenzione. Perché proprio come quella ragazza di sedici anni, non sempre chi sta male, piange. Anzi, talvolta il viso di chi soffre di più si può sciogliere in un caldo sorriso. E tu lo amerai, quel sorriso, inconsapevole che quella é l’ultima volta che lo vedrai.
Non diranno di guardare i propri figli negli occhi, quando parlano. Di baciargli la fronte, quando sono arrabbiati. Di abbracciarli, prima che escano. Di sedersi accanto a loro nel letto, quando hanno avuto una giornata triste, di stringerli le mani, e di chiedergli come stanno, cosa è successo, e di ascoltarli per davvero. Di dedicargli il nostro tempo. Le nostre parole. Il nostro affetto.
E ricordagli che non sono soli. Ma amati. E importanti. E la loro esistenza su questa terra fa la differenza. E che i giorni brutti sbiadiranno, saranno portati lontano dal tempo, e ne arriveranno di nuovi, di belli, che varrà la pena viverli.
Tutti pensavano che quella ragazzina non era amata.
Ed invece era stata amata molto, da moltissime persone.
Ma l’amore non basta a salvare qualcuno.
Nemmeno una di queste persone, infatti, è stata in grado di dirglielo, di ricordarglielo, di dimostrarglielo, in tempo.
Facciamo sempre l’errore di credere di avere tanto, tantissimo tempo, a nostra disposizione.
Che illusi. Ci sbagliamo. Ci sbagliamo completamente.
Tutto quello che abbiamo, é il presente.
Tutto quello che abbiamo, per salvare qualcuno, é ora.
-Alessia Alpi, scritta da me.
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