Dall’alto la città non sembra meno caotica che nel bel mezzo di downtown.
Prendo un po’ di aria sulla faccia.
Finalmente uno spazio aperto.
La via che mi sono scelto per arrivare quassù non la trovate sulla guida; forse negli appunti di chi come me si è stancato di camminare con lo sguardo a metà tra indicazioni e intrico di strade.
Ho deciso di mollare il percorso annotato poco fa in ostello.
A quella sorta di tabacchino ho chiesto Marlboro Light e le indicazioni per arrivare quassù.
Spero di aver lasciato i dinari solo per le sigarette perchè ho capito ben poco.
Di azzardare qualcosa in arabo non mi passa nemmeno per la testa.
O meglio: ci passa, ma lascio andare i soliti “Grazie, ciao” perchè non ho la più pallida idea di come si dica altro.
So solo che serve una erre impronunciabile e una acca che sa di catarro.
Sorrido ai ragazzini che tirano calci al pallone in mezzo alla strada, gridano qualcosa e probabilmente mi stanno prendendo per il culo: nascondo la fotocamera tra le mani e credo abbiano intuito che voglio fare il foto reporter di rapina, senza puntare l’obiettivo.
In effetti non la volevo nemmeno portare.
Fa caldo, qua in mezzo: c’è polvere nell'aria, sento il sudore scivolare tra il berretto degli Yankees e gli occhiali da sole, sono pieno di sabbia.
Continuo a fermarmi ogni due o tre passi e a guardarmi intorno, per ripetere a me stesso che sono qui.
Lontano da casa, in Medio Oriente.
Sto perdendo interesse per quello che c’è da fare.
Voglio camminare, perdermi, cercare la strada per tornare indietro, inseguire uno sguardo, sedermi a ordinare qualcosa da mangiare, convinto di sapere cosa stanno per mettermi davanti.
Stamattina ho attraversato il confine tra Israele e Giordania a Beit She’An, ho preso un taxi per Irbid e un autobus per arrivare qui, ad Amman.
Ho appoggiato lo zaino in una camerata, dato un’occhiata alle guide sull’iPad, continuato a guardare la ragazza seduta di fronte a me e poi mi sono lasciato andare per le strade.
In effetti potevo anche invitarla.
Mi sono scordato di pranzare, vorrà dire che cenerò presto.
Oggi pomeriggio invece mi perdo ad Amman.
E quassù comincio a capire quanto sia grande.
Allontano lo sguardo e diventa un mosaico a tinte calde.
Cerco di scoprire i contorni, seguo le strade, guardo le persone camminare.
Case, palazzi, costruzioni ammassate senza un criterio apparente sulle colline che mi circondano.
Chiudo gli occhi e mi sembra di essere là in mezzo.
Mi confondo tra la folla e tengo il passo degli sconosciuti che mi sfiorano sui marciapiedi, tra i banchi del souq, a pochi metri dal traffico.
Con i clacson che continuano a vomitare senza tregua anche ora che il sole è tramontato.
Poco fa ho avuto l’impressione che la preghiera della sera, calata sui quartieri dai minareti, avesse zittito tutti, per qualche minuto.
Che secondo me sono tutti dei megafoni.
La verità è che quando comincio a sentire “Allah akbar” scendere tra la gente sui vicoli, adagiarsi come un manto su ogni cosa, mi perdo in un film.
Mi fermo a cenare da Hashem, origini turche: ti siedi, apparecchiano i tavoli di plastica con una pita tiepida, una lattina a scelta e ti scodellano un po’ di tutto.
Hummus e falafel buoni da star male, pomodori freschi e cipolla cruda, spezie dappertutto.
Ancora un po di hummus, lascio due dinari e mezzo alla cassa e sono di nuovo fuori.
Adesso è buio e i mercati chiudono, ma la gente sta ancora affollando le strade e io sono una briciola nel formicaio.
Mi sento fuori posto, sempre sul punto di scontrarmi con qualcuno, mentre loro scivolano veloci senza nemmeno guardare avanti.
Parlano, parlano, parlano.
Seduti fuori dai caffè, fumando i narghilè, me li lascio alle spalle rompendo nuvole di aromi.
Sento molti sguardi rimanermi addosso e la sensazione di perdermi nella folla non corrisponde del tutto alla realtà.
Per i miei abiti, jeans e t-shirt e per la mia barba che definirla incolta, qua in mezzo, fa sorridere.
E per i miei lineamenti, chiari.
Tra occhi scuri, capelli scuri, sopracciglia folte, pelle olivastra.
Lei ha il mento piccolo, il viso affilato e i capelli mossi che scendono un po’ da tutte le parti; credo li abbia legati stamattina per poi dimenticarsene.
Mi fermo per guardarla, è una calamita.
Ci vuole una sigaretta, l’accendino stride e si accorge di me.
Fermo come una roccia tra le rapide, a guardarla, mentre intorno la gente scorre.
Mi guardo un paio di volte a destra e a sinistra, poi i nostri sguardi si incrociano e sorrido.
Non è una donna musulmana, non di quelle che ti aspetti.
I capelli lasciati così, una canottiera.
Forse è solo molto giovane e disinteressata.
Mangia un gelato e non sorride solo alla bambina che le corre tra le gambe.
Balliamo ancora un po’ sotto alle ciglia, spengo il mozzicone tra i piedi e sono ancora troppo timido, in questo viaggio.
Lei lascia andare un altro sorriso sottile tra le labbra e me tra la gente poi sparisce col suo gelato e la bambina nella folla.
Come si dice gelato in arabo?
Non importa, si chiamerà così.
Per lei un nome non tradotto che significa gelato.
Riprendo la mia camminata per quella che battezzo come la strada principale.
Voglio raggiungere la classica zona piena di locali affollati di turisti e stasera va bene così.
Sedermi, blaterare inglese, mandare giù un paio di birre, chiedere un drink, fumare un narghilè in compagnia di perfetti sconosciuti.
Ci sarà pure, da qualche parte, la classica zona così.