Day 9 -- “Identità segreta”
Entra nel bar cercando di fare meno rumore possibile, come se in quel marasma di persone la sua presenza possa saltare particolarmente all’occhio di lei. Non appena si chiude la porta alle spalle, un giovanotto sui trent’anni scatta in piedi dal proprio tavolino proponendogli di prendere il suo posto, e non può che accettare. Forse cinque anni prima il suo onore lo avrebbe portato a declinare gentilmente l’offerta con un gesto della mano, ma a dirla tutta le sue ginocchia non sono più le stesse di una volta.
C’è confusione quella mattina. È un lunedì, per giunta il primo lunedì di rientro dalle vacanze per molti studenti e lavoratori – è normale che un bar in centro a Roma sia così pieno. Normalmente l’uomo si metterebbe a ricordare la sua giovinezza, come erano fatti i bar un tempo, ma francamente in quel momento gli sembra una cosa inutile. È troppo nervoso per essere il solito buon vecchio tizio che fa il giovanile con chi gli sta intorno, adesso non gli pare il caso. Attende che il marasma di persone davanti al bancone si liberi un po’, e intanto cerca di intravedere tra una testa e l’altra la folta chioma rossa per cui si è trovato lì quella mattina. Una volta avrebbe potuto dire anche lui di avere una chioma del genere, che adesso era stata scolorita dal tempo e dallo stress di una vita all’insegna della carriera lavorativa. Aveva passato tutta la vita a concentrarsi sul suo lavoro per un futuro stabile, e tale vita aveva finito col portarlo allo stesso punto di tutte quelle persone che si erano concesse il capriccio di avere una famiglia. Ironico.
Qualcuno gli chiede se ha bisogno che altri ordinino per lui, risponde di no. Aspetterà a sedere che scali un po’ la fila, dice. Quelli gli rammentano che se ha bisogno di qualcosa non deve indugiare a chiamare, e lo sbuffo dalle sue labbra riesce una volta per tutte ad allontanarli. Lasciatelo in pace, lasciatelo guardare. Ancora le teste sono troppe, è presto perché tutti i liceali si defilino verso la loro prima ora. Ancora cinque minuti. Solo cinque minuti.
Era il suo compleanno. Non di lui – erano passati parecchi anni dall’ultima volta in cui lo aveva festeggiato – ma di lei. Teneva un pacchetto tra le mani, contenente un libro dalla storia assolutamente neutra e potenzialmente apprezzabile da tutti. Non conosceva i suoi gusti, dopotutto l’ultima cosa che le aveva regalato era stato un ciuccio. Non si era mai preoccupato di lasciare un segno nella sua memoria, non gli era mai interessato. Era stato il cancro a convincerlo che forse non era troppo tardi, che forse lei poteva avere il desiderio di incontrarlo. O magari era solo qualcosa che diceva per convincersi di non aver sprecato una vita, chi lo sa? Sa solo che strinse le mani tra di loro, con pazienza, e attese quei maledetti cinque minuti.
« Buongiorno, mi dica. »
Si era distratto a guardare un neonato in un passeggino, testimone il suo cuore reso più dolce dalla vecchiaia, e neanche si era accorto che era stata lei stessa ad avvicinarsi al tavolino. Volta improvvisamente lo sguardo, incrociando i suoi occhi, e il primo pensiero è quanto sia diventata bella. Non credeva che sarebbe arrivato a un cliché del genere, come si vedeva nei film, ma con tutta la sincerità del mondo non gli riuscì pensare altro. I riccioli rossi – di un rosso acceso che erano anni non aveva più visto – erano raccolti in una coda scomposta, mentre le mani si asciugavano sbadatamente al grembiule legato alla vita. Gli occhi erano quelli di sua madre, di un verde acceso come pochi ne aveva visti in vita sua e che, sinceramente, non aveva mai dimenticato in trent’anni che non l’aveva più vista. Rimase in silenzio, fissando quegli occhi e sentendosi mancare il fiato.
« Signore? Sta bene? Vuole che chiami qualcuno? »
« No, no, sto bene. Grazie. » furono parole uscite in un sussurro, quasi balbettate, mentre le mani sudate cominciarono a rigirarsi il pacchetto tra le mani. Si alza in piedi, allora, e spostando frettolosamente la sedia il coraggio viene a mancare tutto d’un botto. Lascia andare bruscamente il regalo sul tavolo, mentre con l’altra mano fa uno strano cenno come a farle intendere di stare bene e di non aver bisogno di niente. La legge la preoccupazione nei suoi occhi, quella preoccupazione di chi tiene veramente alla persona che ha davanti e non lo fa per semplice cortesia. Dio, sei così bella e così gentile, come sei venuta da me?
Non dice più niente, solo esce di gran furia. Ha sbagliato tutto. Ha sbagliato a presentarsi quel giorno e ha sbagliato ad andarsene trent’anni prima. Sente ancora una volta la sua voce chiamarla dall’interno, ma improvvisamente le ginocchia non gli fanno più male. Improvvisamente è capace di tenere un passo tanto veloce da potersi allontanare dal bar con una certa velocità.
Quasi gli sembra di sentirsi chiamare alle spalle da una voce in lacrime. “Papà?” dice, eppure lui – vigliacco – fa finta di niente.















