Le (5) Stelle della continuità
Non erano bastati alcuni sgomberi abitativi per lanciare l'emergenza romana riguardo l’attitudine di quest'ultima amministrazione comunale rispetto agli spazi sociali e abitativi. Del resto non era bastata neanche la vaghezza con cui la giunta Raggi prendeva posizione riguardo lo sgombero richiesto da ATAC di Lucha Y Siesta, la casa delle donne occupata e autogestita verso Cinecittà, finché l'assessora Guerrini non ha messo in discussione anche la Casa Internazionale delle Donne, storica sede nata nel 1987, quando «il Movimento Femminista Romano, a seguito dello sfratto dalla Casa delle Donne di Via del Governo Vecchio – Palazzo Nardini occupa la parte seicentesca di Via della Lungara, 19 rivendicando la prevista destinazione e dando inizio ad una lunga trattativa con il Comune per il restauro e la consegna dell'edificio all'associazionismo femminile».
Il post di 2 giorni fa di Virginia Raggi riguardo la CID [Casa Internazionale delle Donne] è un atto di accusa, come sempre, verso chi dice che la giunta Raggi vuole sgomberare le oltre 40 associazioni che hanno sede in via del Buon Pastore:
«In questi giorni ho letto molti articoli e ricevuto molti messaggi secondo i quali questa amministrazione vorrebbe chiudere la Casa delle Donne. Ebbene, chiariamo subito che questo è FALSO! Questa amministrazione non intende chiudere la Casa delle Donne né intende procedere a sgombero. E questo viene anche confermato dalla lettura della mozione votata in aula dai consiglieri M5S il cui contenuto è stato strumentalmente capovolto per far passare la tesi contraria».
Tra i commenti più votati al post su FB della sindaca si legge:
«Solita ipocrisia piddina, utilizzano un tema civile per sollazzarsi a Trastevere in posizione di pregio, con corsi a pagamento e ristorazione, quindi di lucro, se poi non pagano affitto per 15 anni urlano al comune insensibile. Ormai so letti, si spostassero così pagano anche meno affitto e magari sono più utili».
«Siamo il solito paese di pulcinella...si accumulano centinaia di migliaia di euro di debito per anni con gli occhi chiusi di chi oggi difende l'indifendibile e poi si lanciano accuse contro chi cerca di ricondurre il tutto ad un minimo di correttezza e rispetto delle regole...senza parole, solo sdegno».
Al netto del fatto che i commenti sulle pagine FB hanno il valore che hanno, c'è da dire che questi fan della Raggi riassumono molto del pensiero dell'elettore/trice del M5S. A parte la retorica sui “piddini” – che interessa poco – aver spostato dal piano politico al piano legalitario del “rispetto delle regole” ogni discussione è la mannaia con cui amputare qualsiasi ragionamento. Ed è colpa di tutti, molti, anzi, spesso anche tra gli stessi che oggi difendono la CID o, ad esempio, “Il Grande Cocomero” che, da 25 anni, nel quartiere di San Lorenzo affianca la crescita di bambini e ragazzi diversamente abili o con disturbi psichici e che è ugualmente minacciato di sgombero dal Comune.
Roma è una città senza opposizione al M5S. Il motivo è abbastanza semplice: escluso sulle olimpiadi e (appena) su ATAC, non c'è discontinuità tra la giunta 5S e le precedenti. Del resto a questa kafkiana situazione degli spazi sociali sotto sgombero per “affitti arretrati” ci siamo arrivati grazie alla delibera 140 del 2015 (giunta Marino), passando per Tronca. E la retorica con cui media e politica accompagnarono queste prese di posizione fu sposata da tutti, quasi nessuno escluso: non a caso il PD non ha potuto che astenersi nella votazione della mozione sulla CID, che dà seguito appunto a una delibera del PD stesso. Tornare indietro, smontare l'impianto giustizialista/legalitario o post-ideologico, termine con cui fu salutato con entusiasmo il M5S, è compito arduo. Del bluff sul “benecomunismo” del M5S parlammo già qui ma basterebbe andare a parlare con i comitati contro “il Pentagono italiano” a Centocelle per capire che il “decide il cittadino” è un altro di quei retorici discorsi che hanno fatto vincere i grillini tanto quanto il “decide il Popolo” di Salvini, oggi, è solo l'altra faccia della medaglia.
Del resto la sparizione del piano della politica è evidente anche dal discorso della giunta Raggi e dei suoi sostenitori secondo cui la mozione contro la CID non sarebbe altro che l’obbligatoria attuazione della delibera 140: quasi che, per la mozione Guerrini (che tra l’altro accusa la CID più che altro di non aver creato imprenditoria femminile, svalutandone quindi i servizi che essa offre gratuitamente alle donne – centro antiviolenza, assistenza legale, visite ginecologiche – in supplenza del servizio pubblico), si trattasse di una pratica burocratica e non di una precisa scelta politica, a cui non è estraneo probabilmente il valore economico dello stabile in questione; quasi che una giunta comunale non avesse il potere di modificare la delibera di una giunta precedente.
Senza considerare che è altrettanto politica la scelta di eliminare – al di là della riappropriazione o meno di uno stabile – un’esperienza finora totalmente autogestita e, quindi, autonoma: quando la Raggi scrive di ritenere necessario «creare un tavolo di lavoro all’interno del quale accogliere una pluralità di voci, di diversa provenienza ed età, non escluse le rappresentanti della Casa delle Donne, che insieme all’amministrazione disegnino il nuovo progetto della Casa delle Donne che successivamente sarà oggetto di una futura procedura ad evidenza pubblica per consentire ai diversi soggetti e diverse associazioni, di partecipare e lavorare per la crescita delle donne, di tutte le donne, della città di Roma», cosa intende di preciso? A quale “futura procedura” fa riferimento? Quale sarà l’autonomia politica che la CIDD può continuare ad avere al suo interno? Al di là del famoso “rispetto delle regole”, le “cittadine” che la animano possono davvero continuare a “decidere”?
Ma anche quando l’amministrazione Raggi prova a dar formalmente seguito alla sua retorica del «decide il cittadino» i risultati non più che altro surreali. È questo l’esempio della destinazione dei 17 milioni ricavati per il rinnovo della convenzione su piazza dei Navigatori: la giunta Raggi, infatti come fece Tronca, ha barattato una nuova concessione agli immobiliaristi per la costruzione di un terzo palazzone destinato all’edilizia residenziale privata (palazzo che sarebbe potuto entrare, invece, nel patrimonio immobiliare del Comune) con 17 milioni di euro, da spendere sul territorio dell’VIII Municipio e, sulla destinazione di una parte di questo budget, ha proposto una fumosa consultazione dei cittadini. Se, da un lato, è stata annunciata con sommo gaudio la possibilità dei cittadini di proporre online la loro idee su come spendere questi soldi, dall’altro è stato chiarito che, parallelamente, «sarà attivato un focus group per cui veranno estratti a sorte 50 cittadini su un campione rappresentativo che potranno proporre idee parallelamente alla consultazione online». Su come sarà scelto questo “campione” non è dato sapere niente: insomma, una procedura poco trasparente nella quale si finge che siano i cittadini a “decidere” quando in realtà gli vengono affiancati altri “cittadini” che, evidentemente, sono più “cittadini” di loro. E sul come si è arrivati a decidere questa modalità di consultazione ovviamente non è stato consultato nessuno.
Il cittadino in realtà non decide nulla, soprattutto quando si oppone alla privatizzazione degli spazi pubblici o che lo erano stati pubblici. Del resto Roma (in questo caso Zingaretti) ha appena venduto a un privato Palazzo Nardini, la prima storica occupazione del Movimento Femminista, eppure nessuno ha consultato “il cittadino” riguardo l'ennesima svendita di un bene nel centro storico gentrificato. Nessuno chiede ai cittadini di decidere circa il futuro del deposito ATAC di Trastevere (o di San Paolo due volte occupato dai Movimenti), altro bene pubblico di recente messo in vendita nella stessa zona. Nessuno si è opposto all'ultima ridicola delibera “contro la movida selvaggia” proposta dalla giunta (che prevede tra l’altro un misterioso “mini-daspo” dal centro storico per chi viene sorpreso ubriaco), anzi, nei 2 municipi governati dal PD, hanno provato a scavalcare la delibera Raggi con una ancora più restrittiva.
Al centro, di nuovo, c'è proprio il rapporto che hanno le istituzioni con lo spazio pubblico, da anni ormai frontalmente sotto attacco. La chiusura, la svendita,la militarizzazione, la limitazione dell'utilizzo dello stesso sonopoliticamente accettate da destra a sinistra. Per le ragioni diverse, ovviamente, che spaziano da quelle securitarie a quelle monetarie.
In una dichiarazione di pochi mesi fa l'assessora per Roma Semplice, Flavia Marzano, parlava di «790.000 euro di sconto all'anno!» a proposito della CIDD dimenticando che quello “sconto” non è uno sconto ma solo l'abbattimento del canone d'affitto al 20%,stabilito dalla delibera 26 del 1995per tutte le realtà sociali ospitate in immobili del Comune di Roma. Oltretutto Marzano ha sottolineato il fatto che «sono più di 3000 mq di edificato, in una zona pregiata di Roma»
La zona pregiata di Roma, Trastevere, è un ex rione popolare che negli ultimi 20 anni ha visto questo quartiere trasformarsi in un divertimentificio per romani e turisti, espellendo i propri abitanti, sostituendoli come in un normale processo di gentrificazione. Il punto è che sottolineare che la CID, che ottenne quello spazio dopo un percorso di lotte durato oltre un decennio, si trovi in una zona pregiata di Roma è un'affermazione molto più politica di quanto si pensi. Soprattutto è un'affermazione che nasconde un'idea di città condivisa dal grosso degli schieramenti politici da destra a sinistra: quella secondo cui gli edifici pubblici a disposizione delle realtà sociali e associative dei cittadini possono essere solo quelli fatiscenti alla periferia della città, mentre il centro va “messo a valore” o quanto meno ripulito da tutte le presenze che mettano in evidenza le contraddizioni sociali della città, fossero quella di coloro che frugano nei cassonetti (il famoso «accattonaggio molesto») o quella di chi visita e assiste gratuitamente le donne.
Del resto come in centro la Raggi ha disposto il divieto dell'apertura dei compro-oro, perché chi si occupa di violenza sulle donne deve stare in centro? Magari meglio in periferia dove secondo la Raggi, a proposito di donne e violenza, «non vi è dubbio alcuno che soprattutto nelle periferie vi siano condizioni di povertà molto più estese rispetto agli anni ’80; leggiamo quotidianamente di ragazze e donne bullizzate, maltrattate, violentate, ignorate, uccise». Non vi è alcun dubbio – afferma –, eppure basterebbe chiedere a chi lavora su donne e violenza se è davvero così: perché non serve una laurea in psicologia per comprendere quanto le forme della violenza sulle donne siano diversificate e stratificate e magari una sindaca che dice la sua sulla questione potrebbe provare a tenere in considerazione pure quelle meno visibili e clamorose, quelle su cui non si possono costruire allarmi securitari e che, pure, sono ben presenti a chi di violenza sulle donne si occupa.
Quindi passiamo dal discorso da immobiliarista della Marzano alla retorica classista sulle violenze nei confronti delle donne da parte della Raggi con un'enorme nonchalance e magari facendole passare per opinioni e non per posizioni politiche ben chiare. Ovviamente nessuno ha controbattuto né ieri alla Marzano né oggi alla Raggi. Magari andandosi a informare quanto poco finanzi i centri antiviolenza nelle tanto care periferie – dove infatti, con mille difficoltà, tali centri esistono – questa amministrazione comunale.
La difesa degli spazi pubblici, delle occupazioni abitative, rimangono temi centrali di un'opposizione che nessuna delle forze politiche presenti nel consiglio comunale può faresemplicemente perché è una partita aperta dai tempi delle giunte precedenti, da destra a sinistra, passando per Tronca, dove fondamentalmente c'è un'unità di vedute e intenti. Alla faccia dei cittadini o del Popolo, ovviamente con la P maiuscola perché così vale di più.
[Scritto nuovamente a 4 mani con autrice che vuol rimanere anonima]








