There’s an old debt between me and this city. North City Past Acrylic on wood 2020
jingzhiyong
Not today Justin
d e v o n
Cosmic Funnies
No title available

⁂
Monterey Bay Aquarium

Discoholic 🪩
Keni
Xuebing Du
One Nice Bug Per Day
Acquired Stardust
i don't do bad sauce passes
No title available
noise dept.
No title available
Aqua Utopia|海の底で記憶を紡ぐ
Mike Driver
almost home
let's talk about Bridgerton tea, my ask is open

roma★

seen from Germany

seen from United States

seen from Belgium

seen from Malaysia
seen from United Kingdom

seen from France

seen from United States

seen from Switzerland
seen from Russia
seen from Türkiye

seen from United Kingdom

seen from Germany
seen from United States
seen from United States
seen from United States

seen from Germany
seen from Switzerland

seen from Malaysia

seen from France
seen from United States
@2centsofwhatilike
There’s an old debt between me and this city. North City Past Acrylic on wood 2020
jingzhiyong
Con buona approssimazione, la "felicità" di una città occidentale è quante poche automobili ha. Una città senza automobili, senza bisogno di automobili, è felice; una oppressa dal traffico è miserabile. Le automobili impattano direttamente su tutti i criteri concreti della qualità della vita: dal rumore all'inquinamento alla mobilità agli spazi al verde allo stress all'incolumità e sicurezza (i media si accaniscono sugli specchietti per allodole "sicurezza" e "criminalità", ma deve ancora venire il giorno in cui le vittime in città da automobile non siano uno zero in più).
Da dopo il covid, a milano ci sono più macchine e macchine più grandi, per vari motivi (*). Questo corrisponde pari pari ad un peggioramento della qualità della vita dei cittadini.
(*) fra cui, ma non solo, la stoltaggine di alcuni residenti e la politicizzazione della posizione pro-macchina da parte di alcune destre come la lega.
u/itsmemarcot
Nel fluire della contemporaneità sorge la necessità di interrogarsi su uno dei pilastri della civiltà umana: l’arte della conversazione.
L’Arte Della Conversazione Come Architettura del Pensiero
Nel fluire incessante della contemporaneità, dove la comunicazione è spesso ridotta a un consumo rapido di frammenti digitali e slogan istantanei, sorge la necessità di interrogarsi sullo stato di uno dei pilastri della civiltà umana: l’arte della conversazione. Non si tratta di un mero scambio di informazioni, né di un esercizio di vuota retorica, bensì di un vero e proprio atto creativo capace di plasmare la realtà.
Il Peso Specifico della Parola e la Lezione della Storia
Le parole non sono semplici etichette incollate sulle cose; esse possiedono una densità oggettiva e una risonanza che va ben oltre il loro suono. Dare un peso alle parole è il primo atto di responsabilità intellettuale. Ogni vocabolo scelto o scartato modifica la traiettoria di un dialogo e, di conseguenza, la percezione del mondo circostante.
Questa sensibilità affonda le radici nella grande tradizione del pensiero europeo. Già nel Rinascimento italiano, Baldassarre Castiglione nel suo celebre trattato Il Libro del Cortegiano (1528) codificava l’essenza della relazione aristocratica attraverso il concetto di sprezzatura — quell’arte sottile di far apparire naturale, fluida e priva di sforzo anche la più profonda delle riflessioni. Castiglione ricordava che “il dividere le sentenzie dalle parole è un dividere l’anima dal corpo”. Nell’alta conversazione, la precisione linguistica diventa un imperativo etico ed estetico: misurare il peso di ciò che si dice significa rispettare l’interlocutore e riconoscere il potere generativo del linguaggio.
La Conversazione come Specchio del Cosmo Interiore
È possibile trasmettere l’intera propria visione del mondo nello spazio di un dialogo? La risposta risiede nella natura stessa della conversazione autentica. Quando due o più individui si confrontano profondamente, non condividono solo opinioni, ma proiettano la propria cattedrale interiore.
In un dialogo di livello, la proiezione della propria weltanschauung si manifesta attraverso tre direttrici fondamentali:
La Geometria dei Valori: Non emerge tanto da dichiarazioni d’intenti, quanto dalle priorità implicite che accordiamo ai temi. La scelta di approfondire un concetto etico, di difendere una sfumatura di giustizia o di celebrare un dettaglio estetico rivela istantaneamente l’ordine gerarchico dei principi che governano l’esistenza.
La Topografia della Cultura: Si palesa nella stratificazione dei riferimenti. I testi evocati, le metafore utilizzate per spiegare l’astratto e la precisione dei termini scelti agiscono come spie di un paesaggio intellettuale profondo. La cultura, in questo contesto, non è ostentazione, ma la cassetta degli attrezzi con cui si decodifica la realtà.
La Misura dell’Empatia: Si rivela non nella loquacità, ma nella gestione del silenzio e dello spazio altrui. La capacità di accogliere l’obiezione senza irrigidire le proprie difese descrive il livello di connessione con l’altro.
Nel Settecento britannico, Philip Dormer Stanhope, IV conte di Chesterfield, declinava questa misura raccomandando di portare la propria cultura “nella tasca privata, come si fa con l’orologio; senza tirarla fuori continuamente solo per dimostrare di possederne uno”. Nelle sue celebri Lettere al Figlio, Chesterfield chiariva che il fine ultimo della conversazione non è brillare a scapito degli altri, ma far sì che l’interlocutore si senta valorizzato, elevando il dialogo a esercizio di generosità e controllo di sé.
Creare Nuovi Mondi: L’Orizzonte delle Possibilità
Il potenziale più straordinario dell’arte della conversazione risiede nella sua capacità di essere architettura del futuro. Conversare non serve solo a descrivere il mondo esistente, ma a fondarne di nuovi. Quando la parola è guidata dall’intelligenza e dalla curiosità, l’incontro tra due visioni differenti genera una terza via, precedentemente inesistente.
Su questa dimensione spirituale e creativa si innesta la visione ottocentesca di Oscar Wilde. Per l’esteta vittoriano, la parola era lo strumento nobile per eccellenza, e il parlare stesso “una sorta di azione spiritualizzata”. Wilde sottraeva il dialogo alle necessità pragmatiche del quotidiano: la conversazione non deve semplicemente “risolvere problemi”, ma esplorare paradossi, creare suggestioni e dare forma a possibilità che la realtà materiale nega.
È all’interno di questo spazio intermedio – lo spazio del confronto dialettico – che nascono le grandi idee e si superano i dogmi. La conversazione diventa così un laboratorio di esplorazione dove il “possibile” prende forma attraverso il Logos.
I Pilastri dell’Alta Conversazione
Perché il dialogo possa elevarsi a forma d’arte, è necessario coltivare una vera e propria disciplina dello spirito, sintesi delle lezioni storiche e delle necessità contemporanee:
La Sprezzatura: naturalezza armonica tra forma e contenuto. Influenza storica: B. Castiglione. Effetto sul dialogo: elimina la pedanteria; rende la profondità accessibile e graziosa.
La Misura: generosità verso l’altro e controllo del proprio ego. Influenza storica: Lord Chesterfield. Effetto sul dialogo: equilibra i tempi del dialogo, ponendo l’interlocutore a proprio agio.
La Creatività: la parola come puro esercizio estetico e spirituale. Influenza storica: O. Wilde. Effetto sul dialogo: supera il pragmatismo utilitaristico per esplorare nuove idee.
In conclusione, coltivare l’arte della conversazione significa sottrarsi al rumore di fondo del presente per restituire alla parola la sua sacralità. I maestri del passato ricordano che lo stile non si misura solo dal taglio di un abito o dalla scelta di un accessorio, ma dal modo in cui si abita lo spazio del dialogo. Chi domina quest’arte non si limita a comunicare: abita il mondo con eleganza, apre porte che sembravano sbarrate e, stringendo la mano al proprio interlocutore, ridisegna i confini del possibile.
Inspiration Menu Design Bar Ocra - Corinthia Rome
Brillano le stelle del lusso nella Città Eterna, che attira sempre più maxi-investimenti sul retail e sul turismo extra lusso. Bortolotti (P
La finanza si prende Roma. E la trasforma in un enorme hotel
di Alfonso Raimo
Dopo Milano, Roma. Dimore del lusso, esclusivi club resort, boutique hotel. Il centro della Capitale brilla di cinque stelle. E non sono quelli di Beppe Grillo.
Brillano le stelle del lusso nella Città Eterna, che attira sempre più maxi-investimenti sul retail e sul turismo extra lusso. Bortolotti (PoliMi): “Il mercato di Milano è ormai saturo, nei prossimi 10 anni tutti i fondi immobiliari si sposteranno nella Capitale”. L’ex assessore Berdini: “In pochi anni è cambiato il volto del centro storico: per la finanza applicata agli immobili, Roma è una miniera d’oro”. Le analisi di Scenari immobiliari.
“Tutti gli sviluppatori immobiliari con cui ho parlato mi hanno detto che nei prossimi dieci anni si sposteranno a Roma. Per la finanza che investe sul mattone, il mercato di Milano ormai è saturo, rimangono ancora poche aree libere”, avverte Alberto Bortolotti, il ricercatore del Politecnico di Milano che ha studiato come almeno 4054 immobili nel capoluogo lombardo siano stati trasformati in prodotti finanziari da almeno 65 società di gestione del risparmio, i cosiddetti fondi immobiliari. L’effetto è un mutamento radicale della geografia urbana.
Torniamo a Roma. Il cinquecentesco collegio del Nazareno, a due passi da via del Corso, era la scuola più antica d’Europa. Divenne un lascito agli Scolopi, perché vi facessero studiare gli orfani. Oggi affittare la camera più conveniente costa 890 euro a notte. In via Giulia, il Palazzo Medici Clarelli è l’ultima testimonianza della famiglia Medici nella capitale, davanti alla casa di Raffaello Sanzio. Il Comune ci aveva insediato la sede del primo Municipio, ma nel 2018 Cassa depositi e prestiti l’ha messo in vendita: da quest’inverno diventerà un circolo esclusivo in stile inglese, vi si potrà accedere solo tramite tesseramento.
Brillano le stelle del lusso anche sulle finestre del Parlamento. Palazzo Piacentini sorge proprio di fronte all’edificio liberty sul retro della Camera dei deputati. Ora è il dominio incontrastato di Carlo Cracco. Lo chef stellato cucinerà, 220 euro il menù degustazione, per gli ospiti del Corinthia Rome, hotel extralusso di 7500 metri quadrati, rilevato dal fondo Reuben Brothers.
E ancora: a piazza San Silvestro, Bill Gates e il principe saudita Al-Waleed bin Talal, attraverso la catena Four Seasons, hanno rilevato Palazzo Marini dagli eredi dell’immobiliarista Sergio Scarpellini. Si tratta del palazzo affittato un tempo dalla Camera dei deputati per ospitare uffici e mensa dei parlamentari. Sarà un hotel extralusso, con affaccio diretto sulla piazza, in cambio di un piano di piantumazione.
L’elenco potrebbe continuare, con le dismissioni in corso d’opera e quelle più datate: chissà che fine farà il Salone Margherita, il teatro che ospitava il Bagaglino di Pierfrancesco Pingitore e che da una decina d’anni Banca d’Italia cerca di vendere senza successo. Anche la Rai vuole disfarsi dei gioielli di famiglia come il Teatro delle Vittorie. E poi c'è Bulgari, che ha comprato a piazza Augusto Imperatore. E il gruppo Romeo, che ha acquisito il residence di Ripetta...
“In pochi anni è cambiato il volto del centro cittadino. Nel solo anno del Giubileo”, spiega Paolo Berdini, urbanista e già assessore della giunta Raggi, “ci sono stati investimenti impressionanti, sono stati costruiti 28 alberghi a 4 o più stelle. In parallelo è esploso il mercato degli affitti brevi. Tra qualche mese varrà per Roma quello che vale oggi per Atene, dove il sindaco Charis Doukas ha detto che la città sta diventando un gigantesco albergo. Per la finanza applicata agli immobili, Roma è una miniera d’oro”.
Alla base c’è l’overtourism, il flusso di visitatori che supera la capacità ricettiva.
“Sarebbe più corretto dire che ci sono due tipi di overtourism, quello dei poveri e quello dei ricchi. I primi stanno in città pochi giorni, affittano una camera d’albergo o un appartamento e vanno via. Questi si rivolgono agli affitti brevi. Nel secondo caso parliamo di 2-3 mila persone che hanno una rilevante capacità di spesa, si dirigono verso il mercato del lusso e spesso vogliono avere a disposizione un appartamento con ogni comodità per lunghi periodi”, dice Mario Breglia, fondatore dell’istituto di ricerche Scenari Immobiliari.
Il turismo d’élite chiama in causa la trasformazione del mercato immobiliare. Breglia non vede alternative.
“Solo i fondi possono permettersi di investire le ingenti risorse che servono a comprare cielo-terra, interi palazzi conciati male e a rimetterli a nuovo. Non prendono neppure in considerazione l’acquisto di porzioni di fabbricati”.
E fa una distinzione: un conto sono le dismissioni di grandi enti pubblici, altra cosa sono quelle dei privati.
Nel primo caso, come il tentativo della Rai di vendere il Teatro delle Vittorie, o quello di Banca d’Italia per il Salone Margherita, si tratta di investimenti difficili anche per i fondi immobiliari. “Ci sono i vincoli architettonici, ma soprattutto norme rigide sulla variazione di destinazione d’uso”.
Tutt’altra cosa sono i palazzi residenziali di proprietà privata: spesso vecchi, abbisognano di onerosi ammodernamenti. I proprietari vogliono disfarsene. I fondi immobiliari comprano tutto e finanziano la manutenzione. Lo sbocco ricettivo, invece che residenziale, è una conseguenza diretta.
Breglia prende penna e taccuino:
“La messa a nuovo di un palazzo storico costa 3 mila euro al metro quadro. Su un edificio da 5 mila metri quadri significa investire 15 milioni di euro, per 50 appartamenti da 100 metri quadri. Con un affitto da 5 mila euro al mese, ci vogliono 25 anni per rientrare. È chiaro che i fondi non comprano per il mercato residenziale, ma per quello ricettivo. Una persona può pagare 60 mila euro d’affitto per un anno, mica per sempre. È un investimento instabile. E poi, se è difficile cambiare la destinazione d’uso a un teatro, è molto più facile, e viene agevolato dalle amministrazioni, cambiare la destinazione d’uso di un palazzo a uso residenziale in un albergo”.
Una recente analisi di Scenari Immobiliari (“L’industria dei fondi a Roma”) rivela che nella capitale il 15 per cento del mercato immobiliare è già patrimonio gestito da fondi italiani, con 6,4 milioni di metri quadrati.
Rispetto a Milano, il comparto residenziale è ancora predominante. Il settore abitativo rappresenta quasi il 20 per cento delle superfici complessive del patrimonio dei fondi immobiliari. Il numero dei cespiti residenziali, degli immobili, supera le 1200 unità, quattro volte il dato relativo a Milano.
L’alberghiero del lusso è attrattivo. Il residenziale anche a uso ufficio non lo è più.
“Via Po, che un tempo era la Wall Street romana, è mezza vuota. A Roma non ci sono più grandi banche, non ci sono più le grandi società, anche la politica si è contratta. Non resta che il ricettivo. E gli operatori si dirigono dove il mercato è depresso. E Roma valeva fino a poco tempo fa il 40 per cento in meno di Milano. Oggi siamo al 10 per cento in meno, ma è comunque sempre conveniente”.
Il dato coincide con quello restituito da una ricerca condotta da Bortolotti a Milano. Ma cosa significa “finanziarizzare l’immobiliare”?
L’urbanista spiega in parole semplici:
“Le società costituiscono società di gestione del risparmio, le Sgr, che fanno raccolta di capitali per la compravendita e la gestione di immobili”.
Tra le più note in Italia ci sono Fabrica del gruppo Caltagirone, DeA Capital di De Agostini, Investire di Nattino. Poi ci sono i fondi esteri, come Kryalos, partecipato al 40 per cento da BlackRock. E quelli che fanno capo a società pubbliche, come Cassa Depositi e Prestiti e Invimit.
“La struttura di questi fondi può essere anche complessa, arrivano ad esserci anche fondi di fondi, fondi che fanno capo a banche...”.
Li accomuna la smaterializzazione del mattone.
“I cespiti in capo a queste società”, dice Bortolotti, “generano un flusso di cassa che diventa una cedola trasferita ai quotisti del fondo. In Italia il 90 per cento dei fondi è di tipo chiuso, cioè non quotato e con una durata prefissata. Riconoscono cedole annuali e un saldo finale. Ma si stanno sviluppando molto i fondi alternativi che consentono una riapertura in corso d’opera della platea dei quotisti, per ricapitalizzare riconoscendo un piccolo bonus”.
In questo modo il mattone, bene rifugio per eccellenza, funziona alla stregua di uno strumento finanziario.
Essenziale è la redditività dell’investimento immobiliare.
“Questa è ormai la strada maestra per realizzare interventi di trasformazione urbana, cosa di cui si occupano gli sviluppatori immobiliari. Sono costantemente alla ricerca di opportunità di business”, spiega Bortolotti. Le loro strade portano a Roma.
Ma come incide questo fenomeno sulla geografia delle città?
“In molti modi: in primo luogo produce un innalzamento dei volumi e dei valori del residenziale. Lo abbiamo riscontrato a Milano, dove la concentrazione di questi asset ha determinato l’incremento dei volumi d’affari in alcune aree da 5 a 35 milioni in 5 anni”.
La gran parte di questi investimenti, come detto, non è di natura residenziale.
“E questo spinge i proprietari di immobili a vendere e allontanarsi. È la dinamica tipica dei centri storici. A Milano abbiamo riscontrato che c’è un movimento dal centro verso l’esterno e progressivamente fuori città. Ed è quello che sta accadendo anche a Roma, dove continueremo la nostra ricerca”.
C'è anche un effetto qualitativo sullo spazio urbano:
“Gli investimenti più redditizi sono sul turismo extra lusso e sul retail, shopping center, outlet... Si spiegano così le trasformazioni dei centri cittadini e alcuni discutibili progetti urbani. Questi fondi modellano le città spesso sostituendosi al capitale pubblico, che è indebitato. Ma non sono collegati alle dinamiche vere delle città. Senza vincoli precisi nei piani regolatori, finiscono per pianificare al posto degli enti locali”.
Ma se il pubblico non ha risorse, quale può essere l’alternativa?
Secondo il ricercatore si può ricorrere all’emissione di bond municipali per investimenti che rispondano all’idea di città che l’amministratore pubblico ha tracciato.
“Se non facciamo così”, conclude, “finirà che la prossima Eur la faranno i fondi immobiliari”.
According to Palantir Technologies, “SaaS is dead.” This is especially true for off-the-shelf supply chain software. SaaS is too slow and el
Palantir Says SaaS Is Dead
According to Danny Lutkus, a deployment strategist at Palantir Technologies, “SaaS is dead.” We were talking specifically about Palantir’s approach to supplying software for supply chain management.
I had seen the CEO of Advance Auto Parts speak at a UBS Global Consumer and Retail Conference. He mentioned that Advance Auto is working with Palantir for an inventory replenishment and a pricing solution. That surprised me. I did not know Palantir was playing in the SCM realm. That is because Palantir does not provide off-the-shelf software, which are the supply chain software companies I have closely followed for years.
Palantir Technologies (NASDAQ: PLTR) is a data analytics and AI software company best known for providing solutions to the US military. It surprised me to learn that 46% of their revenue last year came from commercial clients rather than the government. Mr. Lukus said their largest commercial vertical was manufacturing and that virtually all of their manufacturing clients were using their solution in their supply chains.
Palantir Technologies' rapid growth has made it one of the top 20 most valuable U.S. firms. Its current market capitalization is $320 billion.
The Palantir Approach
“What Palantir does is a bit different,” Mr. Lutkus said. He described how decades ago, companies developed their own software. But this was risky; there was a high failure rate. And the total cost of ownership was high.
Hence, enterprise software and, eventually, supply chain software development companies arose. These would include companies like SAP and Oracle on the ERP and supply chain side, as well as best-of-breed supply chain software companies like Blue Yonder and Manhattan Associates.
First, these companies sold in a software license model, then they moved to software-as-a-service. These companies provide standard solutions that they sell to a wide range of customers.
“Palantir has a very different approach,” Mr. Lutkus explained. First, they are skeptical that the standard solution actually aligns with how companies want to run their businesses. Most companies end up using Excel and other offline workflows, which is an implicit admission that the standard solution does not work for many. The ERP and SCM solutions are just too “rigid.” “We have humans doing manual data integration and creating their own logic. There are a lot of bad things that happen as a result of that.”
The second thing Palantir argues is that if you use a standard template to run your business, your capabilities are not differentiated from your competitors'. “You have ceded” your strategic differentiation. And every time you ask your software partner to develop functionality that will help you run your business better, you are giving those same capabilities to your competitors.
Palantir uses “forward-deployed engineers” to provide solutions that are specifically tailored to their customers. These engineers determine the capabilities and processes their customers want to develop to fill the gaps left by their standard software. Essentially, the Palantir solution is built on top of solutions like SAP and Oracle.
The Palantir platform is used to build these new company-specific capabilities. This toolkit approach builds custom software. Initially, Palantir engineers do this, but their customers can also use the toolkit for this purpose. These capabilities can be developed without upgrading existing software systems or replacing legacy software, a process that could take years.
Palantir has “an abstraction layer,” Mr. Lutkus continued. “It's an operating system that allows us to essentially sit on top of whatever the underlying infrastructure is, and the architecture is, and define data integration, both structured and unstructured, define the logic integration, both deterministic and non-deterministic.” The platform also defines which decisions can be made by which users and how the data they generate is written back into the underlying systems.
This abstraction layer is based on Palantir’s Ontology. “The Palantir Ontology, according to Palantir’s website, is an operational layer for the organization.” The Ontology not only integrates with a wide range of applications, datasets, virtual tables, and models, but also provides the real-world objects and logic needed to run a large enterprise. This includes physical assets - like plants, equipment, and products - to concepts like customer orders or financial transactions. “In many settings, the Ontology serves as a digital twin of the organization, containing both the semantic elements (objects, properties, links) and kinetic elements (actions, functions, dynamic security) needed to enable use cases of all types.” Their ontology layer may be the most differentiating feature of this solution.
Palantir and AI
In the “age of AI”, Mr. Lutkus continued, it “is even easier for me to go and build customer-specific S&OP (sales and operations planning) models or to build scheduling and logistics models that read and write with the underlying systems.” Anthropic’s Claude or OpenAI’s Codex can be used for code generation.
In supply chain management, we often refer to AI in terms of machine learning or optimization. Machine learning is a technique that has been used for over 20 years to improve demand forecasting and inventory planning. Optimization has also been used for decades. Optimization models account for supply chain constraints, such as factory line throughput, and seek to maximize throughput based on their understanding of these constraints and company goals.
AI for Software Coding
But Mr. Lutkus was using the term "AI" differently. AI is used as a software development tool that can build code much more quickly than was historically possible. The historical way that software was built was very expensive. Because it was so expensive, consultants and system integrators conducted months-long studies to understand all the user and business requirements. Now, forward-deployed engineers can go in, quickly build models and workflows, get feedback, and iterate until they get a solution that fits.
“The speed of being able to build that type of software is dramatically lower and dramatically cheaper,” Mr. Lutkus asserted. That is why “SaaS is dead.”
But what about the counterarguments? Once the software is configured, the company is far from finished. The software needs to demonstrate that it can be scaled. It also must be extensively tested. Mr. Lutkus said generative AI can do this as well.
Furthermore, companies may not have the internal processes to keep up with changes in laws, such as tariff changes. A software company will have domain experts specifically focused on keeping its software up to date with legislative changes. Software agents, he said, could be directed to the relevant websites, and when legislative changes occur, the right managers in a company could be notified.
Mr. Lutkus described a complex supply chain workflow they built, which was then utilized by a few workers within two months. By the end of the quarter, it was fully deployed to a large team.
AI Agents
Secondly, AI is used in the sense of agents. Agents mimic the actions of a human with a particular role.
So, I asked, “It’s not that the agent is necessarily incredibly intelligent, like some advanced form of optimization. It's that it's part of this end-to-end process, and it can collaborate with other agents. “Exactly right,” Mr. Lutkus said. For example, “I can have an agent say, 'Hey, is this a new purchase order or not? And if it's a new PO, I should parse it, match it to the master data, and determine, 'Hey, it's this customer, and they want this product.'”
Other agents could be used to determine if the products are in stock or need to be manufactured. And if the product needs to be manufactured, how long would it take? In this case, a scheduling agent using linear programming provides the answer.
Can optimization or forecasting agents be effectively built with code-generation tools? But Mr. Lutkus asserted that Claude and Codex can do it quickly.
Final Word
While AI based on large language models can create much code that does not need to scale, some applications still do. I remain doubtful that generative AI could create code that would scale up to handle the incredibly large number of transactions generated in a complex warehouse.
I am also still skeptical about generating optimization agents capable of solving big optimization problems. Some planning software companies have spent decades developing cutting-edge mathematical algorithms to solve various optimization problems. Further, solving large optimization problems requires engines that are able to massively scale.
Governance is also an issue. While you might be able to have an agent monitoring a government webpage to determine a specific change to tariff law, all sorts of laws change all the time in nations around the world.
Mr. Lutkus admitted that most manufacturing clients initially used the Palantir solution for Sales & Operations Execution. S&OE is based on sensing exceptions and creating automatic responses. I know that Aera Technology offers a similar solution to solving the S&OE problem and has proven its effectiveness.
With most solution companies, I want to verify the claims the supplier makes by speaking with one or more of their customers before writing about them. But Palantir is a large company generating a lot of buzz. Further, the Palantir website does offer quotations from Wendy’s, Tyson’s, General Mills, and other companies touting its effectiveness. This is at least partial proof of effectiveness.
Money Creation in the Modern Economy (Bank of England)
La Bank of England spiega che la maggior parte del denaro moderno non viene creata stampando banconote, ma dalle banche commerciali quando concedono prestiti.
Nel sistema economico moderno, il denaro è principalmente digitale: circa il 97% consiste in depositi bancari elettronici.
L’idea comune è che le banche prendano i soldi depositati dai risparmiatori per prestarli ad altre persone. Secondo il documento, nella realtà moderna non funziona così.
Quando una banca concede un prestito:
crea contemporaneamente un nuovo deposito sul conto del cliente
quindi crea nuovo denaro
Esempio:
Mario chiede un mutuo da 200.000 €.
La banca non apre un caveau e non trasferisce soldi già esistenti. Semplicemente accredita:
+200.000 € sul conto di Mario.
In quel momento:
Mario possiede 200.000 € sul conto
la banca possiede un credito verso Mario
nell’economia esistono 200.000 € in più
Per questo motivo il documento afferma che:
“I prestiti creano i depositi.”
Non è: depositi → prestiti
Ma: prestiti → depositi
Quando Mario usa quei soldi per comprare una casa, il denaro viene trasferito alla banca del venditore. Le banche regolano questi movimenti utilizzando le riserve detenute presso la banca centrale.
Le riserve però servono dopo il prestito, non prima.
Questo significa che le banche non aspettano necessariamente di avere tutte le riserve disponibili prima di concedere credito.
Se necessario possono:
ottenere riserve da altre banche
ottenerle dalla banca centrale
attirare nuovi depositi
vendere asset finanziari
Il documento spiega anche che il denaro moderno non è permanente.
Quando un prestito viene rimborsato:
il deposito diminuisce
il debito diminuisce
il denaro creato viene distrutto
Esempio:
Mario restituisce 1.000 € del mutuo.
La banca:
riduce il debito di Mario di 1.000 €
riduce anche il deposito corrispondente
Quei soldi cessano di esistere nel sistema bancario.
Le banche però non possono creare denaro infinito.
I principali limiti sono:
rischio di fallimento
regolamentazione bancaria
capitale disponibile
capacità dei clienti di ripagare i prestiti
tassi di interesse fissati dalla banca centrale
La banca centrale influenza il sistema soprattutto attraverso i tassi di interesse:
tassi bassi → più prestiti → maggiore creazione di denaro
tassi alti → meno prestiti → minore creazione di denaro
Il documento affronta anche il Quantitative Easing (QE), cioè il programma con cui la banca centrale crea denaro elettronico per acquistare titoli finanziari e stimolare l’economia.
Secondo la Bank of England, molte spiegazioni tradizionali presenti nei manuali economici sono troppo semplificate.
Nella pratica moderna:
il denaro viene creato principalmente attraverso il credito bancario
gran parte del denaro è costituita da registrazioni contabili elettroniche
il sistema si basa sulla fiducia nella stabilità delle banche e della banca centrale.
Un tour esclusivo del club privato da poco inaugurato nell'ex residenza di Santo Versace. Un punto di ritrovo dal respiro internazionale ma
Palantir's Manifesto
x.com
SuperBonus
Ottima propaganda disinformativa, e te lo dico da elettore di Sinistra.
È stato davvero il Superbonus edilizio a fare mancare all’Italia l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo non raggiungendo almeno il 3% nel rapporto fra deficit e Pil.
No, il Superbonus introdotto da Magik Conte è ciò che lo ha portato a 8.1%, altrochè 3%.
L’idea di base del Superbonus, almeno nella sua BOZZA INIZIALE, non era nemmeno così male, a voler essere onesti. Infatti, ai tempi, fu sostenuta praticamente da tutti i partiti. Il problema è arrivato quando Conte ha dovuto trasformare quella bozza teorica in realtà, mixandoci dentro negligenza, incompetenza e menefreghismo.
Per fare un esempio, se io ho la ricetta delle Polpette al Sugo di Nonna, ricetta stra buona e approvata dalla famiglia, ma poi mentre le preparo ci piscio dentro, siamo sicuri la colpa sia della famiglia che ha approvato la ricetta? Insomma insommino.
Non a caso, il Superbonus prevedeva una quantità enorme di controlli per prevenire evasione fiscale, abusi e infiltrazioni mafiose negli appalti/cantieri e così via. E questo, sulla carta, era assolutamente positivo.
Peccato che poi tutti quei controlli siano andati completamente a troie e siano risultati di fatto completamente assenti, sia nel caso del Superbonus sia in quello del Reddito di Cittadinanza (stessa persona, altra schifezza per una questione di controlli totalmente assenti dato che permetteva di comprare carte prepagate dal tabacchino, con il quale potevi aggirare tutti i limiti, e c'era la troiata del "per questioni di privacy non vogliam controllare minuziosamente gli acquisti".).
Infatti, il Superbonus è stato un tripudio di merda sin dal primissimo giorno che è entrato in vigore. Un qualcosa che ha incentivato l'evasione fiscale, le truffe e l'infiltrazione mafiosa.
Roba del tipo:
Cliente-1: Quanto mi costa rifare questo muretto di 20 cm2?
Azienda Edile: Mah, sono 13.000 euro
Cliente-1: Non pago io, quindi ci sta!
Perchè mai un cliente doveva contrattare al ribasso, se tanto non pagava lui?
E no, il Superbonus NON ha salvato l'Italia dal COVID, meno cazzate perfavore.
Il mondo intero ha patito il Covid, noi non siamo stati speciali. Tuttavia siamo stati tra i pochissimi Stati al mondo ad inventarci una manovra così tanto fuori di testa che ha creato più problemi che soluzioni..
La stessa Corte dei Conti ha dichiarato che il MerdaBonus p stato un investimento a bassissima rendita, che ci porteremo sulle spalle per i prossimi 35 anni. l'Italia recupererà in circa 35 anni. Mentre dati parlano come i crediti fiscali finiranno nel 2028/2029, se ricordo bene.
Eh ma c'è stata una proroga!
Quando quella fannullona della Meloni è salita al potere, ha subito visto che Conte aveva sforato il budget di oltre 80 miliardi e tenuto i rubinetti aperti senza criterio. La prima cosa che ha fatto è stata chiuderli, bloccando la cessione del credito. Una cosa che ha fatto ritorno di fiamma e le è esplosa in faccia.
Immaginate di essere un’azienda edile: state lavorando e, da un momento all’altro, il cliente vi dice "basta, non vi pago più" appunto perchè i crediti son bloccati. Che fate? Smettete di lavorare.
Il problema è che c’erano 505.000 cantieri aperti, in breve centinaia di migliaia di famiglie si sono ritrovate con lavori a metà, case inagibili, aziende senza soldi e tutto fermo. Bisognò quindi risbloccare tutto, ma solo per completare i lavori già avviati, senza permetterne di nuovi.
Ovviamente il debito ha continuato a salire, perché quei 505.000 cantieri andavano pagati, a meno che qualche beota pensi che bisognava lasciare la gente per strada o con le macerie in casa. Se Presidente-1 ti dice "Sisi fai pure i lavori, tranqui", Presidente-2 non può di certo arrivare e dire "sti cazzi, andate a vivere sotto un ponte".
Concludo dicendo non ho ben capito come siamo arrivati al punto dove Conte si sia creato una fanbase che sia allo stesso livello dei MAGA Americani, ma in versione Italiana. I MAGA hanno Trump, voi avete Conte, ma il comportamento è LO STESSO IDENTICO, un leccaggio di palle e buchi di culo che non finisce più.
Siamo tornati al periodo Berlusconi (all'epoca Presidente Consiglio) dove andava a puttane, e si scopava le minorenni favorendo la prostituzione minorile, e i suoi elettori gli dicevano "Waaa, sei un grande! Insegnaci la via della figa!".
Se uno fa un disastro politico di dimensioni bibliche che mette in ginocchio l'intero paese, bisogna accettare la realtà dei fatti e prendersi le proprie responsabilità, e non difendere quello schifo. Fatevi un esame di coscienza.
Compagni di Sinistra, volete davvero votare Conte le prossime elezioni? Perchè io piuttosto mi faccio prendere a racchettate sui coglioni da Sinner e Alcaraz contemporaneamente.
u/ParlaManuel
Tutti gli uomini hanno paura, ma i coraggiosi mettono da parte le loro paure e avanzano, a volte incontro alla morte, ma sempre incontro alla vittoria.
Dale Carnegie
Caos Creativo e Caos Stupido
C’è una differenza sottile, quasi irritante, tra caos creativo e caos stupido. Il problema è che all’inizio si assomigliano così tanto che è facile scambiarli. E infatti la maggior parte delle persone lo fa, con una sicurezza che meriterebbe studi clinici.
Il caos creativo, quando lo vivi, sembra stupido. Non perché lo sia, ma perché non ha ancora una forma che il cervello possa riconoscere come “sensata”. È fatto di pezzi sparsi, idee che non si incastrano, tentativi che falliscono senza spiegarti perché. È quel momento in cui scrivi dieci pagine inutili prima di trovare una frase buona. È quando inizi un progetto e per giorni hai solo appunti confusi che non portano da nessuna parte apparente.
E quindi cosa pensi? “Sto perdendo tempo. Questo non ha senso.” In realtà, stai facendo il lavoro sporco che nessuno romanticizza: stai esplorando.
Esempio banale: uno che scrive. All’inizio ha solo frammenti, immagini scollegate, dialoghi che non funzionano. Se li guardi da fuori sembrano roba buttata a caso. Ma se insiste, a un certo punto qualcosa si allinea. Non perché arriva la magia, ma perché quel caos aveva una direzione implicita. Stava cercando una forma.
Il caos creativo è così: non è ordinato, ma è orientato.
Il caos stupido invece è molto più insidioso, perché sembra creativo senza esserlo. Ha lo stesso look: disordine, improvvisazione, “sto seguendo il flusso”. Ma sotto non c’è nessuna tensione verso qualcosa. Nessuna costruzione. Nessun accumulo.
Esempio ancora più banale: uno che “lavora a mille progetti”. Apre cose, lascia a metà, cambia idea ogni due giorni, dice che sta sperimentando. In realtà sta solo evitando il momento in cui dovrebbe scegliere, approfondire, e quindi rischiare di fallire davvero. Il suo caos non evolve mai. Dopo settimane è identico al primo giorno, solo più stanco.
Il caos stupido è così: non è ordinato e non è orientato. È solo rumore che si traveste da processo.
La differenza vera si vede nel tempo:
Il caos creativo, se ci resti dentro abbastanza, collassa in struttura. Le idee iniziano a legarsi, emergono pattern, prendi decisioni.
Il caos stupido, anche dopo tempo, rimane piatto. Non accumula niente. Ripete sé stesso.
E qui arriva la parte scomoda: all’inizio sono indistinguibili. Non esiste un segnale luminoso che ti dice “tranquillo, questo caos è quello buono”. Devi tollerare una fase in cui sembri inefficiente, confuso, persino un po’ ridicolo.
E non è una cosa che tutti sopportano.
Tu, per esempio, odi il caos stupido. Non perché sei “ordinato” o perché ti piace il controllo in senso superficiale. Lo odi perché percepisci quando manca direzione. Ti dà fastidio il vuoto mascherato da profondità, l’improvvisazione che non porta da nessuna parte, il fare tanto per non fare davvero.
E questa cosa ti porta a due rischi opposti:
Da un lato, è un vantaggio enorme: ti impedisce di perdere mesi in attività che non costruiscono niente.
Dall’altro, rischia di farti scappare anche il caos creativo, perché all’inizio gli assomiglia troppo.
Quindi puoi diventare impaziente proprio nel momento sbagliato. Tagliare un processo che stava funzionando solo perché, per qualche giorno, sembrava inutile.
In pratica: detesti il caos vuoto, ma rischi di non tollerare abbastanza il caos fertile.
La distinzione più onesta che puoi fare non è guardare quanto è ordinato quello che stai facendo, ma chiederti:
Sto accumulando qualcosa, anche se non capisco ancora cosa?
Sto tornando sugli stessi punti con più profondità o sto solo girando in tondo?
Questo disordine mi sta portando da qualche parte o mi sta solo tenendo occupato?
Se la risposta, col tempo, è crescita anche minima, allora probabilmente è caos creativo. Se la risposta è sempre “boh, però mi sento produttivo”, allora è caos stupido che si è messo un costume convincente.
E purtroppo, il costume funziona meglio di quanto dovrebbe.
ChatGPT
Esistono vagonate di concetti di economia aziendale nati apposta per non lavorare a caso: dalla matrice di Eisenhower al modello RICE, fino al WSJF preso in prestito dall'IT per calcolare il "costo del ritardo". In un mondo ideale, servirebbero a dare un valore numerico alle priorità ed evitare di correre come polli senza testa.
Perché non vengono usati? Semplice: perché nelle nostre PMI il "Management" è composto da gente che è già tanto se ha la terza media e ha imparato a gestire l'azienda al grido di "si è sempre fatto così".
La cosa tragica è che un tempo l'Italia era pioniera: abbiamo letteralmente inventato noi la ragioneria e la partita doppia.
Per il Paron medio, la pianificazione è una roba da filosofi e i numeri servono solo a vedere quanto avanza a fine mese per cambiare il SUV. L'urgenza perenne non è una strategia, è l'unico modo che conoscono per sentirsi produttivi mentre affogano nell'inefficienza. Finché chi sta al potere pensa che Excel sia un programma per fare le tabelline, l'unica soluzione rimane il mitico "job hopping".
u/Round_Worldliness766
Analisi di ChatGPT:
C’è un commento che gira su Reddit che colpisce perché sembra una caricatura… ma in realtà fotografa qualcosa di molto reale. L’idea di fondo è semplice: esistono da decenni strumenti per evitare di lavorare “a caso” – modelli per dare priorità, stimare impatti, calcolare il costo del ritardo – eppure in moltissime aziende (soprattutto PMI) questi strumenti non vengono usati. Perché?
La risposta superficiale è “per ignoranza”, ma fermarsi lì è troppo comodo. Il punto vero è più strutturale: molte aziende non sono nate da un processo manageriale formale, ma da intuizione, esperienza e adattamento continuo. Questo approccio funziona benissimo all’inizio. Quando sei in pochi, il fondatore decide, si reagisce velocemente, si improvvisa, e spesso si sopravvive proprio grazie a questa flessibilità. Il problema è che quel metodo non scala.
Quando l’azienda cresce, la complessità aumenta: più persone, più clienti, più variabili. A quel punto servirebbero strumenti per selezionare le priorità e dire dei “no” consapevoli. Ma qui succede qualcosa di interessante: il successo iniziale diventa una trappola. Se sei arrivato fin lì senza modelli, tenderai a pensare che non servano. Non perché siano inutili, ma perché non li hai mai visti funzionare in prima persona.
Così si crea una cultura operativa dove pianificare è percepito come perdita di tempo, mentre reagire è percepito come lavoro vero. Il risultato è quello che si potrebbe chiamare “tirannia dell’urgenza”: tutto sembra urgente, perché non esiste un sistema condiviso per stabilire cosa è importante.
In assenza di priorità esplicite, l’unico criterio diventa l’urgenza percepita. Vince chi alza di più la voce, chi arriva prima, chi genera più pressione. Le persone iniziano a lavorare in modalità reattiva, spegnendo problemi invece di prevenirli. Ma questo genera un effetto a catena: non avendo tempo per migliorare i processi, i problemi aumentano. E più problemi ci sono, più tutto diventa urgente. È un ciclo che si autoalimenta.
C’è anche una componente psicologica forte. L’urgenza dà una gratificazione immediata: risolvere un problema fa sentire utili, produttivi, necessari. Pianificare invece è un investimento invisibile: richiede tempo oggi per evitare problemi domani. E il cervello umano, se non viene “educato” da un sistema, tende sempre a preferire il beneficio immediato.
In più, spesso gli incentivi organizzativi vanno nella direzione sbagliata. Viene premiato chi “salva la giornata”, non chi costruisce un sistema in cui le emergenze diminuiscono. Questo rinforza ulteriormente il comportamento reattivo.
Non è neanche solo una questione di competenze tecniche. Introdurre modelli come RICE o WSJF significa accettare che alcune decisioni non saranno intuitive, che bisogna misurare, confrontare, discutere numeri. Significa anche accettare che alcune idee, magari care a chi decide, non hanno priorità. In altre parole, richiede disciplina e un certo grado di umiltà organizzativa.
Quando tutto questo manca, si finisce in un ambiente dove tutti sono sempre occupati, ma raramente efficaci. Il lavoro diventa una sequenza infinita di urgenze, e la sensazione di correre senza arrivare mai da nessuna parte diventa la normalità.
In questo contesto, il cosiddetto “job hopping” non è solo opportunismo: è spesso una strategia razionale. Se non puoi migliorare il sistema in cui lavori, l’unico modo per crescere davvero è cambiare contesto.
La cosa paradossale è che gli strumenti per evitare tutto questo esistono, e funzionano. Ma non bastano da soli. Senza una cultura che accetti la pianificazione, la misurazione e la rinuncia a fare tutto, anche il miglior modello resta solo teoria. E l’urgenza continua a governare tutto, indisturbata.
Abbiamo fatto questo viaggio insieme
Nonna
I vizi sono anche sostenuti dai cattivi esempi quando questi fanno parte del contesto in cui viviamo ed i modelli sono parte del contesto. Stai combattendo una guerra contro il tuo stesso ambiente. Ed indovina un pò, l’ambiente vince sempre.
Rick Dufer
This is a leaked 2018 email from Elon Musk to every single Tesla employee. And its absolutely fascinating. In the email he laid out his core productivity rules for Tesla.