Mi ha portato a trasformare tutto in una felicità effimera nella mia vita. La soddisfazione, il piacere che mi potevano procurare dei piccoli traguardi che raggiungevo, si dissolvevano in un attimo fuggente, non riuscivo a goderne a pieno perché c’era sempre qualcosa di più grande di me che incombeva sul mio essere. La difficoltà nel prendere in mano la situazione si stava trasformando in un serio blocco mentale e fisico che mi portava a non gioire più di nulla. Delle serate in compagnia, di un 30 ad un esame di una passeggiata al mare non mi rimaneva che il futile e mero appagamento di qualche secondo. La fuite du temps era un concetto intrinseco nella mia mente che stava diventando il mio stile di vita. Invece di godere di ogni singola opportunità che mi si presentava, la lasciavo lì, instabile e in bilico senza alcun impegno. Il tempo che passa e non ritorna è qualcosa di immenso e ingestibile più di qualsiasi altra entità esistente o meno al mondo. E io ne sapevo qualcosa di gestione, l’ossessione che le cose andassero esattamente per come me l’ero sempre programmate, il bisogno di chiarire qualsiasi tipo di insoddisfazione mi stava piano piano trascinando in un baratro. Non si può pretendere di controllare tutto ne tantomeno se stessi e la propria vita. L’unica cosa che sfuggiva al mio dominio era l’istinto, quella parte irrazionale che Freud amava chiamare inconscio che emergeva sempre al momento sbagliato. Pensavo che nell’agire d’istinto non ci fosse nulla di male, che assecondare le mie necessità, fosse un bisogno comune ad ogni essere umano, ma ogni qual volta accadeva, mi sentivo priva di forze per poter reagire, anche di dignità forse. Io che impiegavo ore e ore solo a scegliere l’outfit giusto ogni singolo giorno della mia vita, ci mettevo un millisecondo a distruggere il solido muro di convinzioni che piano piano stavo costruendo. Assurdo no?