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La quiete dell'autunno e i suoi colori in montagna #parcoalpimarittime #santannadivaldieri #vallegesso
"...I am a lonely man my solitude is true my eyes have borne stark witness and now my nights are numbered, too.
Finalmente settembre, quiete, rilassamento, pace.. Tramonto genovese #Genova #Zena #instazena
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Jasper National Park, Alberta, Canada
Un immenso piacere mettere sul piatto #Octopus dei #GentleGiant #vynil #vynilporn #progrock #artrock
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La musica è una parte fondamentale della mia vita; sarà che i miei genitori erano giovanissimi quando sono nato e quindi quando ero bambino ne ascoltavo tanta (erano gli orrendi anni ’80), sarà che probabilmente uno ci nasce per un qualche karma che si porta dietro da esistenze precedenti.. Negli anni ’80 la qualità della musica pop era quella che era, soprattutto se paragonata al precedente decennio decisamente più creativo; erano gli anni della New Wave e dei concertoni che dai raduni hippie e di “movimento” dei ’70 si erano trasformati in mega operazioni  buoniste di beneficienza per il terzo mondo finanziate dalle multinazionali (in linea con i cambiamenti della società ). I grandi dei ’70 negli ’80 fecero quella svolta commerciale che li fece arricchire di portafoglio e impoverire artisticamente: Peter Gabriel e i Genesis, David Bowie, i Queen, i Pink Floyd e persino i nostri cantautori con le dovute eccezioni ovviamente. Chi rimase coerente a se stesso per amore dell’arte restò patrimonio di una nicchia di pubblico fedele all’arte magnifica dell’ascolto come nutrimento dello spirito, portando avanti a oltranza i sentimenti fine ’60 e inizio ’70.
A me però la musica pop dagli ’80 in poi stava stretta e da ragazzino la naturale tendenza ad essere ribelle mi fece avvicinare all’hard rock e all’heavy metal; fu da li che iniziai quel percorso personale tutt’ora in corso per me fondamentale tanto quanto il nutrirsi o i rapporti interpersonali o con la natura.
Il rock duro dei fine ’80 inizio ’90 non se la passava granchè bene neanche lui comunque, perché i grandi epigoni del genere cominciavano ad essere in crisi compositiva dopo i fasti Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath, Iron Maiden; fu così che le pulsioni adolescenziali ribellistiche della mia generazione dovettero per forza di cose attraversare l’oceano, nonostante da sempre la musica giovanile più interessante venisse dalla terra di Albione o dalla vecchia Europa (e vecchia in questo caso sta nel significato positivo di pregna di cultura).
Cosa proponeva il rock a inizio anni ’90 ai giovani dunque? Proponeva quello che probabilmente è stato l’ultimo respiro del genere prima della sua morte, il grunge. Era una corrente rock decisamente figlia del punk, quindi nichilista per natura. Era però autentico rock, ancora pregno di arte e voglia di sperimentazione ora morte e sepolte. Faith no More, Alice in Chains, Pearl Jam, Nirvana, Soundgarden, Rage against the Machine, per un periodo questi come altri gruppi in tono minore accompagnarono la mia voglia di toccare corde profonde dentro il mio animo.
Ovviamente mi bastarono per poco tempo e la degenerazione del mercato musicale che si avviava al duemila con un impoverimento specchio di quello generale di tutta la societĂ dominata dalle multinazionali in ogni aspetto della vita fece il resto; per nutrire la mia voglia di musica dovevo tornare indietro, agli anni piĂą magnifici e piĂą liberi del rock..
Ma non è una cosa che si fa in due minuti; l’orecchio che fa da tramite tra il suono che proviene da uno strumento o da un impianto stereo e il cervello che è il ricettore hanno per loro natura un “arricchimento” graduale dalle forme più basse di suono a quelle più elevate che ha bisogno per forza di cosa di tempo ma soprattutto ha bisogno di curiosità e desiderio di scoperta per chi segue questo percorso. Quindi ad una persona abituata ad ascoltare disco music alla radio magari pure distrattamente non puoi proporre una sinfonia di Sibelius o una composizione di Varése senza che non ti senta dire il classico “ma che cosa è sta roba noiosa?”.. Ma non puoi proporre neanche un album dei King Crimson o dei Soft Machine..
Ed è proprio nelle abitudini che si fondano i nostri gusti musicali; oltre che nella propria storia personale.
Ritorniamo al sottoscritto.  Come detto venivo dal rock, ero cresciuto a rock e nel rock vivo tutt’ora. Ma nella mia famiglia in forma latente ma presente altri due generi più colti avevano fatto parte della mia formazione: il jazz e la classica. E poi c’e’ rock (o pop) e rock; c’e’ quello “americano” ribellistico e danzereccio, che ha fatto e fa largo uso di droghe ed è abbastanza allergico alla cultura e poi c’e’ quello “europeo”, che ha sia influenze da oltre oceano (nella chitarra non si può prescindere da Hendrix!) ma che attinge naturalmente alla propria cultura classica.
E così il giovane ragazzo che si avviava al duemila con il suo carico di grunge e hard rock rivolse il suo sguardo indietro e scoprì che la musica giovanile era molto più di quello che si vedeva su MTV o si ascoltava alla radio. La porta più facile per entrare nel rock più elevato non poteva che essere il gruppo più alla mano e più “commerciale” della storia: i Pink Floyd.
I Pink mi avevano già accompagnato da bambino; in casa infatti girava da quando ero in fasce una musicassetta “doppia” di “The Wall”, che si metteva occasionalmente durante i viaggi per le vacanze o per andare a sciare negli enormi autoradio degli anni ’80.. Quei suoni un po meno alla mano trovarono terreno fertile nelle mie orecchie e su dentro la mia mente; la porta era aperta ed era stato quel gran genio irrequieto di Roger Waters a farlo. Fu così che parallelamente alle mie esigenze di suoni duri iniziai a scoprire altri album dei Pink, “Wish you were here” prima e poi verso la fine delle superiori ricordo che masticavo già perfettamente album come “A saucerful of secrets”, “Atom hearth mother”, “The dark side of the Moon”, “The Piper at the gates of dawn”. Ero già nella mia nicchia musicale rispetto a molti coetanei.
A 20 anni la mia musica stava per forza di cose diventando più complessa, perché questa era la mia natura. Fu così che per miracolo un cugino che aveva vissuto a Londra mi cedette dei vinili, come capita quando il destino è già segnato da qualche parte.. Tra questi ce n’erano parecchi dei Genesis e mio papà mi disse subito di ascoltarli che si ricordava che da ragazzo li aveva visti dal vivo a Torino ed era rimasto colpito dalla teatralità di Peter Gabriel e dagli organi di Anthony Banks.
Fu amore già dai primi ascolti; musica rock in un tessuto classico, brani dilatati fino a fondersi nell’album, testi onirici e spaziali. Il mio momento preferito della giornata era infilare sul giradischi “Selling England by the Pound”, “Foxtrot”, “Nursery Crime” ma soprattutto “The Lamb lies down on Broadway”. La voce di Peter mi accompagnava giorno e notte e quei suoni divennero cibo per la mia mente.
Il rock americano divenne un lontano ricordo, che comunque porto tutt’ora nel cuore come la fase immatura del mio percorso musicale; da li in avanti avevo un mondo “prog” da scoprire, anche se questo termine non vuol dire assolutamente niente ed è alquanto semplicistico (anzi utilizzato da chi guarda con sospetto ad innalzamenti della musica pop dalla mediocrità a cui hanno abituato le masse).
Ma torniamo ai vinili; alcuni continuavano ad alimentare la mia passione per il rock duro (c’era buona parte della discografia dei Deep Purple e qualcosa dei Led Zeppelin), alcuni non mi interessavano granchè, ma poi c’erano altri dischi rock che cominciarono ad attirare la mia attenzione, anche se inizialmente fecero un po meno presa dei Genesis: gli Yes, i Gentle Giant e gli Emerson, Lake&Palmer. Man mano che entravo in questo mondo dei primi anni ’70 scoprivo e mi abituavo a sonorità sempre più complesse ma estremamente affascinanti, lontane ormai anni luce dal rock “tribale” degli inizi.
Se gli Emerson, Lake&Palmer non mi hanno mai preso più di tanto (al pari anche dei Jethro Tull) per gli Yes e i Gentle Giant iniziai a stravedere; i primi calcarono ancora più la mano sulle radici classiche, arrivando addirittura a suonare movimenti di repertorio classico sui loro dischi. “The Yes Album”, “Fragile” e “Close to the Edge” erano e sono un godimento unico. Ma furono i secondi che col tempo mi stuzzicarono ulteriormente nella mia evoluzione.
Il piccolo gruppo dei fratelli Shulman non ha mai fatto parte dei gruppi più altisonanti del rock e per molti rimangono una formazione mai sentita; per me invece rappresentano il classico esempio di come le gemme più preziose spesso sono nascoste ai più e sono purtroppo patrimonio di pochi. Poi mi trovai di fronte alla rivelazione di composizioni che univano l’hard al jazz, molta sperimentazione e un po di folk: immensi..
Fu con loro che scoprii il mondo delle dissonanze, del polistrumentismo, delle polifonie e del rock suonato a mo di “fuga” (carissimo Bach…); il tutto condito da sperimentazione jazz! I Gentle Giant per me sono uno dei più innovativi e straordinari complessi rock esistiti, lontanissimi dai suoni “rassicuranti” con cui sono abituate le masse. I primi loro quattro dischi sono autentici capolavori: “Gentle Giant”, “Acquiring the Taste”, “Three friends” e “Octopus” li porterò con me nella tomba.
Mi avviavo verso i 30 con questo bagaglio ancora parecchio incompleto sul rock europeo della prima metà dei settanta quando avvennero due scoperte eccezionali chiamate King Crimson e Van der Graaf Generator. Ricordo ancora che per il mio compleanno (forse i 27 o i 28 anni) mi feci regalare un disco intitolato “In the court of the Crimson King” che mi incuriosiva un po perché leggevo recensioni incredibili su di esso e un po per la copertina decisamente originale.
Quando lo misi su (era un cd fatto arrivare per posta da un negozio di Milano!!) di colpo mi chiesi come avevo potuto vivere senza quella musica fino ad allora; e quando nei mesi seguenti acquistai febbrilmente altri capitoli della discografia dei Crimson fu una rivelazione continua a cominciare dal successivo “In the Wake of Poseidon” che mi introduceva pian piano nei suoni più jazz-rock che in seguito faranno parte in prima fila della mia vita.
Ma ognuno ha il suo carattere e se il rock sinfonico dei Genesis o degli Yes alimentavano quel po di romanticismo e di idealismo che vive in me o le sperimentazioni dei Gentle Giant la mia curiosità e la mia predilezione per le culture “minoritarie” e per tutto quello che è minoranza mi mancava un suono che rispecchiasse il mio lato decisamente introspettivo, ombroso, riflessivo.
Fu così che mi trovai di fronte ad un disco intitolato “Pawn Hearts” dei Van der Graaf Generator e quando schiacciai play semplicemente la commozione prese il sopravvento. Ancora oggi trovo difficile descrivere questo disco di tre tracce, perché li dentro c’e’ l’essenza di un certo rock, ci sono parti dolci e melodiche e parti dure, estreme, violente; mi ci ritrovo in pieno e se dovessi riassumere la mia giovinezza metterei su questo disco e direi, “ecco questo sono io da ragazzo”.
E qua sta il punto: non rinnegherò mai i Genesis o gli Yes, ci mancherebbe. Almeno una volta alla settimana metto sul piatto del giradischi o del lettore cd un loro lavoro. Ma i Van der Graaf e in particolare proprio “Pawn Hearts” (insieme anche ai Crimson) mi hanno proiettato nella seconda stanza. Se i Pink mi avevano aiutato a superare i banali tre accordi in quattro minuti di musichetta da radio questi altri gruppi mi hanno proiettato verso nuovi orizzonti.
Inutile dire che i Van der Graaf non sono solo “Pawn Hearts”, anzi. “H to He Who Am the Only One” e “The Least we can do is Wave to Each Other” sono due altri grandissimi lavori (in particolare il primo). Peter Hammill rispetto al più famoso Peter del prog, cioè Gabriel, nasconde un animo più sensibile, profondo, meno appariscente. Sono entrambi due grandi solisti ma io nel tempo preferisco Hammill e sto scoprendo ora anche i suoi bellissimi lavori solisti.
Ma veniamo al mondo che stavo scoprendo per parlare di un altro gruppo straordinariamente importante nel mio percorso: il Banco del Mutuo Soccorso. L’Italia, con tutti i suoi difetti di paese dove la gente si fa troppo i cavoli suoi e la sua diffusa mentalità mafiosa e fascistoide, ha anche dei pregi: uno di questi fu senz’altro il pop degli anni ’70, di cui fu seconda solo agli inglesi.
Il gruppo più celebrato fu la Premiata Forneria Marconi (PFM) ma, lo dico subito, per me vale lo stesso discorso degli Emerson, Lake&Palmer: non mi hanno mai preso più di tanto anche se “Storia di un minuto” e “Per un amico” sono due ottimi dischi, ma hanno il difetto paradossale di non essere per niente italiani. Sono scopiazzature dei King Crimson, dei Genesis o dei Gentle Giant (e ben venga copiare da questi, intendiamoci)..
Discorso diverso per il Banco; il rock di Nocenzi e soci è stato da sempre molto mediterraneo, personale, con il valore aggiunto di un cantante che portava avanti con orgoglio un altro dei pregi della nostra penisola: il bel canto. Il compianto Francesco Di Giacomo l’ho incontrato personalmente nel dopo concerto di un festival prog a Verona nel 2006, ancora adesso penso che in pochi attimi mi sono reso conto di essere di fronte ad un uomo straordinario. Il fatto di avere saputo che era mancato in un momento in cui per caso ero davanti allo schermo del festival di Sanremo è veramente uno di quegli scherzi del destino, perché il Banco come molti altri fantastici gruppi del “pop italiano” venivano da quello controcultura proletaria e antagonista che proprio il buonismo borghese della canzonetta di Sanremo contestava.
Il pubblico di Sanremo si alzò in piedi ad applaudire uno che per la maggior parte di loro era un perfetto sconosciuto e io mi sentivo orgoglioso di appartenere all’altra gente. Francesco vive nel mio cuore e quando metto su un disco del Banco e li con me sorridente con la sua meravigliosa voce.
Il pop italiano era figlio del beat un po come quello inglese lo era della psichedelia. Il valore aggiunto di quello italiano furono proprio i festival, ma non quelli di Sanremo ma quelli veri: Caracalla, Viareggio, Villa Pamphilii, Re Nudo, Parco Lambro, Palermo pop, solo per citarne alcuni. Momenti importanti, spesso disturbati dalle forze dell’ordine intente a sorvegliare e reprimere chi veramente faceva paura allo stato.
Non a caso la deriva che presero i festival coincise con la deriva commerciale della musica pop e con l’inizio di quel suicidio artistico guidato ad arte dalle multinazionali discografiche e dal sistema per disimpegnare le masse e “abituarli” alla orrenda musica di adesso. Sapevano bene che giovani proletari abituati ad ascoltare musica colta sarebbero stati colti, istruiti e quindi automaticamente sovvertitori dell’ordine borghese.
Ora li rincoglioniscono per bene con il bombardamento ossessivo e drogato della musica 4/4 e del suo ritmo campionato, computerizzato e ripetitivo.
Ma torniamo al Banco, perché i primi loro dischi sono tutti favolosi e li adoro, ma ce ne sono due che stanno sopra di tutto: “Banco del Mutuo Soccorso” o più semplicemente “salvadanaio”, per via della copertina appunto a salvadanaio ma soprattutto “Io sono nato libero”, un disco sublime da cinque stelle al pari del già citato “Pawn Hearts” dei Vdgg.
Dai testi agli arrangiamenti questo album rappresenta uno dei punti più alti della musica pop italiana, con passaggi intensi ed emotivamente profondi, di quelli che ti toccano l’animo e il cuore. Canti di protesta antitotalitari, denuncia sociale, antimilitarismo; un capolavoro assoluto. Il tutto condito da Nocenzi e Maltese a suonare in maniera eccellente.
Quando scoprii il Banco ne venivo dai Gentle Giant, dai Van der Graaf Generator, dai King Crimson; non stavo più nella pelle per avere raggiunto questo mondo nascosto ma rigoglioso e fertile. Non mi immaginavo ancora che era solo l’inizio e man mano che avessi proceduto avrei trovato altre band incredibili, altri capolavori assoluti.
A cominciare dal pop italiano.. ma qua parlare di pop è riduttivo, anche se sto introducendo un gruppo che aveva nel suo stesso nome la parola pop: Area International POPular group. Che dire, solo nominarli mi fa sentire orgoglioso, perché qua stiamo parlando dei vertici assoluti della musica pop appunto, non solo di quella italiana.
Prima parlavo del movimento, dei festival pop, e gli Area erano la band di riferimento assoluto del Re Nudo piuttosto che della rivista Ciao 2001 e di tutta la controcultura degli anni ’70. Quando si parla degli Area si parla di musicisti con un talento immenso e di un genere difficilmente identificabile e catalogabile se non in un mix di rock, jazz, di musica contemporanea, di world music, etno music.. Un autentico metagenere, che forse sarebbe il modo più corretto di definire il cosidetto prog.
Se parliamo di capolavoro poi, dopo “Pawn Hearts” e “Io sono nato libero” arriviamo ad “Arbeit Macht Frei”; e qua ci fermiamo, ci sediamo, lo ascoltiamo bene, poi lo riascoltiamo e ci commuoviamo perché se siamo partiti dal rock tribale della radio e siamo passati dai Pink, dai Genesis e poi arriviamo qua ci sembra di scoprire che i miracoli esistono e che i confini della musica semplicemente non esistono e si può andare oltre il rock, il jazz, il folk e persino oltre alla musica classica e questo ci piace assai.
Ma prima di tutto ci dobbiamo fermare per celebrare un altro personaggio straordinario del rock, e che personaggio: Demetrio Stratos. E subito mi echeggiano nella testa le parole della canzone del Banco “E mi viene da pensare” scritta nel 1979 e dedicata a lui un anno dopo che una maledetta leucemia ce lo  portasse via e ci privasse di tutto quello che avrebbe potuto fare.
Lui era di origine greche ed era uno di quei personaggi affascinanti e grandiosi che attraversano il mondo quasi sempre per poco tempo, come se la natura non ammettesse che un uomo al di fuori della norma possa vivere più di tanto su questo pianeta. Le sue sperimentazioni sulle capacità vocali dell’essere umano sono ancora ora a distanza di anni interessantissime. Mi sono ripromesso nei prossimi anni di avvicinarmi di più ai suoi studi e alle sue ricerche e a tutti i suoi lavori che andavano anche al di la della musica (si interessava di psicanalisi e di linguaggio un po come anche Peter Hammill e Robert Fripp).
Ma gli Area non erano solo Demetrio Stratos, in “Arbeit macht Frei” hanno lavorato maestri della musica come Capiozzo, Fariselli, Tofani e il sassofonista Busnello, mentre dal secondo disco “Caution radiation Area” in avanti è entrato in formazione Aries Tavolazzi. Tutti musicisti di altissimo livello e di estrazione sperimentale e jazz.
Dopo il primo grandioso capolavoro (forse il mio disco preferito se mai ne esiste uno) hanno inciso altri lavori per nulla inferiori: “Caution radiation Area”, “Crac!”, “Maledetti (Maudits)” e “1978: Gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano” da alcuni considerato un lavoro inferiore ma non per me. Lavori inferiori per forza di cose dato la morte di Stratos furono semmai quelli successivi.
Potrei stare ore a parlare di ogni gruppo pop italiano che amo, ma mi sono volutamente soffermato sui due maggiori, ma non sono sicuramente da meno gli Osanna, I Trip, I Perigeo (eccome se non sono da meno!), i Napoli Centrale, Franco Battiato della trilogia “Fetus”, “Pollution” e “Sulle corde di Aries”, Le Orme, I Balletto di Bronzo... Inoltre non si può non citare nel pop italiano quel grandissimo lavoro all’interno di una discografia poi tutt’altro che esaltante che fu “Aria” di Alan Sorrenti.
Ma ormai quando parlo degli Area mi sento all’ingresso della terza stanza, perché qua la mia mente ha fatto ulteriori passi in avanti nel nutrimento spirituale che è la musica. E in questa stanza mia personale (è un percorso solo mio, ognuno ha il suo e comunque non è migliore di nessuno) ho trovato la musica di Canterbury.
Anche ai tempi che già ascoltavo i Genesis o gli Yes avrei fatto fatica a digerire il rock/jazz canterburiano (anche qua è una semplificazione per capire il termine Canterbury), perché trattasi di un ramo del rock sempre più lontano dalle radici blues, sempre più dissonante, decisamente vicino a certo jazz e alla musica contemporanea (che so già troverò nella prossima stanza..).
Vorrei fare un breve inciso sul perché mi affascina e mi attira la dissonanza. E’ una questione profondamente filosofica/esistenziale, amo tantissimo la natura e appena posso vado in montagna anche su terreni impervi proprio perché sono curioso e sono un esploratore, cerco luoghi e cerco risposte. So però che non esistono ne gli uni ne gli altri perché la verità non esiste e l’unica vera realtà è il nulla.
Tutto è impermanente e destinato a scomparire, sia noi che le città che abbiamo costruito che le opere d’arte che le montagne e persino la musica. L’attaccamento e il desiderio sono all’origine della nostra sofferenza e sono certo che personaggi come Demetrio Stratos o Francesco Di Giacomo avevano avuto intuizioni simili nelle loro meditazioni e cercavano di esprimerle nella loro arte.
La dissonanza musicale è quindi un simbolo, una metafora, un piccolo strumento per capire tutto questo. Non a caso anche i mistici usano suoni e litanie per raggiungere il trans e per le meditazioni più profonde e così raggiunta questa fase più matura del mio percorso musicale sto capendo che la musica è per me uno strumento tra i più importanti del mio viaggio interiore, e la dissonanza della musica di Canterbury o di Frank Zappa (tra poco ci arriviamo) sono una chiave.
Canterbury. Tanti nomi ma uno su tutti, Soft Machine. Soft Machine. Tanti bei dischi ma uno su tutti: “Third”. Mamma mia Third! Non ho parole perché è difficile esprimere cosa sia questo disco, di certo sta nell’Olimpo della musica rock, ma è estremamente riduttivo chiamarlo rock ormai.
Canterbury vuol dire l’incontro tra due personaggi geniali come Robert Wyatt e Daevid Allen, e quindi da quest’ultimo un altro gruppo innovativo e stupefacente come i Gong e un altro capolavoro che si chiama “Flying Teapot” o meglio la trilogia di Radio Gnome che non può mancare sugli scaffali di chi ama il rock.
A proposito di Festival Rock i Gong furono tra le principali attrattive del “festival di Amougies”, uno straordinario evento di quelli che c’erano in quegli anni organizzato nell’ottobre del ’69 nelle campagne francesi dall’etichetta indipendente BYG Actuel. Oltre a loro suonarono gli stessi Soft Machine, i Ten Years after, i Colosseum, i Renaissance, i Pink Floyd, i Caravan, gli Yes e il presentatore (!) era un certo signor Frank Zappa.. Di Canterbury o comunque di JazzRock altri due dischi che adoro sono sicuramente “In the Land of Grey and Pink” dei Caravan, un po meno dissonante e con suoni più alla mano ma un gran lavoro e poi il bellissimo “Valentyne Suite” dei Colosseum, che al pari di “In the Court of the Crimson King” dei King Crimson è stato un autentico precursore considerando che è stato inciso tra il ’68 e il ’69. Un altro grandissimo lavoro è “The Rotter’s Club” di Hatfield and the North, con passaggi jazzistici di altissimo livello. Ma prima parlavamo di personaggi e abbiamo già citato il Sig. Robert Wyatt. Anche lui è un autentico illuminato (e anche miracolato) della musica mondiale nonché grandissimo dispensatore di emozioni. E’ tra i fondatori dei Soft Machine e nel capolavoro “Third” scrive la sua “Moon in June” (pelle d’oca a volontà ). La caratteristica di “Third” è che ogni pezzo che lo compone è un lavoro personale dei membri della band: “Facelift” scritta da Hugh Hopper, “Slightly all the time” e “Out-Bloody-Rageous” scritta da Mike Ratledge e la già citata “Moon in June”. Qua c’e’ tanto Miles Davis “elettrico” e non posso prescindere dal citarlo perché nel jazz la svolta elettrica di Davis ha coinciso con la nascita del JazzRock, da “Hot Rats” di Zappa in avanti. Robert Wyatt non rinnegherà mai il rock a differenza dei suoi soci, così fuoriesce dal gruppo e fonda i Matching Mole (il termine francese machine molle inglesizzato, ovvero Soft Machine!!); qua insieme ad altri grandissimi musicisti tra cui Phil Miller futuro fondatore degli Hatfield and the North incide due lavori come “Matching Mole” e “Little Red Records”, altri due dischi che adoro. Ma è subito dopo che avvengono due miracoli: il primo è che Robert Wyatt cade dal quarto piano durante una festa ma è talmente sbronzo che atterra morbidamente e non muore, ma rimarrà a vita sulla sedia a rotelle (e se vogliamo diventerà ancora più introspettivo e intimista proprio a causa di ciò); la seconda è che durante la degenza a fianco della sua futura moglie in ospedale scrive “Rock Bottom”, un altro caposaldo della musica mondiale, un capolavoro assoluto. Molti critici lo considerano il primo o uno dei primi album più belli della storia del rock; non posso che essere d’accordo. Come tutti i grandi lavori di cui sopra o di cui parlerò dopo non è esattamente etichettabile come rock o jazz o fusion o world music ma è tutto e il contrario di tutto. Di certo non è banale, di certo è ricco, introspettivo, curato, profondo.. Da ultimo cito alcuni dei musicisti che ci hanno lavorato insieme a Robert: Mike Oldfield, Hugh Hopper, Richard Sinclair… E così ormai sono arrivato alla soglia dei 40 anni e dagli ardori adolescenziali hard rock sono passato alle contaminazioni classiche e fantastiche del prog romantico, fino a quello dark e introspettivo dei miei 30 anni per giungere alle dissonanze canterburiane e del JazzRock. Ma esiste qualcosa che metta insieme tutto questo, lo condensi, lo centrifughi, arrivi persino a banalizzarlo, a decontestualizzarlo, a destrutturarlo e a condirlo persino con un linguaggio volgare e scurrile? Esiste, esiste e ovviamente mentre tutto quanto sopra aveva sede nella vecchia Europa questo genio che sta al di sopra o meglio al di fuori di tutto quanto, del rock, del jazz, della musica contemporanea, del blues, della musica etnica dell’est europa piuttosto che indiana o africana arriva dalla patria del trash, della mancanza di cultura e di senso estetico per antonomasia: dagli Stati Uniti. Lui però a dire il vero è figlio di italiani, di siciliani immigrati e quindi non è proprio vero che non sia europeo. Di certo il suo “brodo di cultura” sono i messicani immigrati mangiatori di fagioli della California e i neri suonatori di free jazz fino a notte fonda nei locali più oscuri di Los Angeles. Probabilmente è come la musica che esprime, un miscuglio, un incrocio di culture varie come può essere un immigrato di seconda generazione in America. A differenza dei musicisti citati fin qui non ha studiato musica nei conservatori, anche se da una certa età in avanti passerà giorni e notti a farlo da autodidatta e non solo (frequenterà anche qualche corso paraconservatorio); di certo la natura con lui è stata benevola come a volte succede (vedi Hendrix che manco leggeva le note sullo spartito) rendendolo assolutamente geniale. Parliamo ovviamente del Signor Frank Zappa. Di lui non posso ancora parlare in maniera compiuta, la sua discografia è talmente immensa che ci vorranno ancora anni per conoscerlo veramente (se mai si può conoscere veramente fino in fondo). So solo che se si parla di metagenere e di dissonanza lui è emblematico, e posso dire che i primi capolavori che sto imparando a conoscere e ad apprezzare sono la trilogia “Hot Rats” "Waka/jawaka" e "The Grand Wazoo". Questo “articolo” dunque è in divenire, ora ho quasi 40 anni e ho raggiunto la stanza del JazzRock e di Zappa, domani probabilmente mi attende il Miles Davis elettrico o Chick Corea, Al di Meola o chissà .. A tutti i ragazzi dico solo di essere curiosi, di approfondire e nutrire la mente con qualcosa, se non è musica di farlo con la letteratura o con la pittura o con qualche gioco come gli scacchi o il backgammon. Oppure viaggiare, conoscere altre culture significa superare la paura che si ha di esse, e superare la paura significa costruire una società migliore libera dalla xenofobia e dal razzismo che dominano quella attuale. Di seguito alcuni dei miei capolavori (non è una classifica ma un mio ordine cronologico). In un certo senso partendo dal basso verso l’alto sono simbolici del mio percorso musicale da un certo punto in avanti. I passaggi non sono affatto scontati e facili. Frank Zappa: “Hot Rats” – completamente strumentale e il primo album fusion conosciuto
Soft Machine: “Third” – fusion canterburiano, certi passaggi sono monumentali
Robert Wyatt: “Rock Bottom” – capolavoro intimista, free jazz, fusion, world music..
Gong: “Flying Teapot” – space rock condito da del gran jazz
Matching Mole: “Little Red Record” – fusion militante
Colosseum: “Valentyne Suite” – forse il disco jazzrock più rappresentativo
Perigeo: “Abbiamo tutti un blues da piangere” – Canterbury all’italiana, nient’affatto inferiore..
Osanna: “Palepoli” – etno prog, sovrapposizioni tra musica popolana e rock, capolavoro
Area International POPular Group: “Arbeit Macht Frei” – immenso come il suo titolo
King Crimson: “Larks Tongue in Aspic” – rock e musica contemporanea, Bela Bartok su tutti
Van der Graaf Generator: “Pawn Hearts” – dark rock introspettico, psicologico, esistenzialista
Gentle Giant: “Octopus” – la dissonanza e le sperimentazioni condite da jazz e folk
Banco del Mutuo Soccorso: “Io sono nato libero” – rock mediterraneo militante
Yes: “Fragile” – se di rock sinfonico vogliam parlare, qua siamo al vertice
Genesis: “The Lamb Lies Down on Broadway” – se di rock barocco vogliam parlare, qua siamo al vertice
Pink Floyd: “The Piper at the Gates of Dawn” – psichedelico e geniale come Syd Barrett
Led Zeppelin: “Led Zeppelin II”- hard rock di alto livello
The Jimi Hendrix Experience: “Axis: Bold as Love” – fondamentale opera rock-funk
Queen: “A night at the Opera” – uno dei capolavori del rock