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Ho sempre avuto un sogno: fare schifo

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Ho sempre avuto un sogno: fare schifo
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Questo è il mio progettino di Muzika. Senza pretese, racconta di questo ragazzino, di cui non ho ancora scoperto il nome, che soffre di sonnambulismo. Una notte si alza dal letto, vaga per casa sua, come d’altra parte gli succede spesso, e allora succede che, guardando attraverso la finestra, vede sé stesso riflesso nel vetro e si innamora di quella persona. Insomma, si innamora di sé stesso, ma non rivedrà mai più quella figura un po’ sfocata, e allora comincia a vagare per i suoi sogni incontrando personaggi usciti di testa, camminerà in paesaggi disegnati da Philip Dick, trascorrerà inverni intorno allo spazio insieme ad un uomo fatto di argento… Insomma, è ‘na merda, ma a me piace.
(Once We Were Trees)
Qui faccio bling bling con le chitarre psichedeliche e canto dei fratelli Strugackij.
Ho sempre avuto un sogno: fare schifo.
Ho notato che gli animali regnano nello spazio, mentre gli Alberi regnano nel tempo. Ed è il motivo per cui parlo più con questi ultimi che con le persone.
Il venerdì Pànc
Small Faces
Il sabato pomeriggio piovoso è come essere sulla Barca.
Listen to Once We Were Trees | Explore the largest community of artists, bands, podcasters and creators of music & audio.
Questa è la pagina dove faccio “bling bling!” con le chitarre e “Scroosh sbraaang brooooom!!!” con i distorsori.
Poi è il mio progettino musicale in cui racconto la storia di un bambino sonnambulo e della Luna, ovvero l’ombelico del Mago Buono.
Listen to Springtime Sleepwalker (Take 1)(Demo) by Once We Were Trees #np on #SoundCloud
Quando, da piccolo, andai in sonnambula e mi autoipnotizzai per tre giorni filati.
L’ho scritto qui, con le sue curve stonate e i suoni mal digeriti.
VORREI LASCIARE IL SOCIAL
Penso che vorrei lasciare il social, ma sarà difficile. Penso che se lasciassi il social, lo lascerei con un messaggio roboante...pardòn, un post. Ho messo una foto, ma ho la bocca storta. L'ho aperta, nessuno lo noterà. Penso che se lasciassi il social, il mio post d'addio raccoglierebbe valanghe di cuori, che coraggio che ci vuole a lasciare il social. Ho paura di non averlo. Una canzone potrebbe ammorbidire la caduta nel regno dei vivi, che si sa, siamo dei duri. So Called Social, mi risuona in mente da qualche giorno. Ho pensato, però, che vorrei scrivere una canzone su qualcuno che lascia il social. Poi però dovrei pubblicarla...oops, no! Questo è un problema. Mia madre non la ascolterebbe mai. Parla di un problema con i social. Ho pensato ad una grande idea...no no, ho avuto una grande idea! Potrei lasciare il social per qualche tempo, mi prendo una pausa di riflessione! Diceva a voce alta quello là, quello che scriveva bene. Mi prendo una pausa e poi rientro, un po' come quelli a scuola che andavano a fumarsi le zizze. Due minuti e tredici, forse quattordici secondi, e poi rientravano in aula con la puzza delle loro zizze nelle dita. Forse mi sono innamorata, sul social, nel social. Il suo odore non l'ho mai sentito, ma lo leggo sempre, sembra che sogni, forse fuma le zizze, ma il suo odore no, proprio non ce l'ho. Secondo me puzza di Cesare Pavese, me lo immagino mentre legge Pavese. C. Pavese, per me, è sempre stato vecchio anche se vecchio non lo è stato mai. Ho visto la foto di una capanna nel bosco. Ci sono! Vado nella capanna! C'è il fuoco acceso, gli alberi spogli, il freddo c'è perché hanno applicato il filtro cobalto. Ma sono qua. Il social è il presente, senza passato e senza futuro. "A breve ti inoltro l'email", mi suona strano. Il social è un presente marzianamente futuribile, è il futuro dei marziani, degli anziani che però sono giovani e non vedono l'ora di essere anziani, è voler essere vecchi nella capanna adesso, ma adesso dico. Voglio essere stanca senza esserla, voglio un cuore nuovo sempre illuminato, voglio non esserci, voglio innamorarmi senza puzzare di sudore dopo aver fatto all'amore, voglio lasciare il social. Penso che se lasciassi il social la mia vita riprenderebbe vigore, colore, entusiasmo. Vorrei ascoltare Tom Jones senza dirlo a nessuno. Dio, che voce! Vorrei ascoltarlo seduta a gambe incrociate sul tappeto della stanza e battere le dita a ritmo sull'incavo della coscia. Vorrei farmi l'ultimo selfie, quello dell'addio ma non troppo, a presto! Ma devo resistere, ho i muscoli atrofizzati e l'acido lattico mi sta spaccando in due. Cazzo che palle! Dovrei dirlo al social, lo dico sul social, magari qualcuno apre un forum, magari c'è un medico tra di noi. Lo dico al social. Penso che vorrei lasciare il social. Lo lascerò, ma in un futuro più semplice. Mi sento un marziano. Sono ferma qui, ora, davanti alla capanna, ma ho paura ad entrare.
Nel futuro ognuno sarà taglialegna per quindici minuti.
Tagliare legna.
Hardcore will never die, but you will
Bruges pt. II
Bruxelles
Noir
Bruges
Uber capitalism