1+1=3
Giulia mi ha detto una cosa l'altra mattina. Eravamo sedute davanti a un cappuccino e se ne è uscita con questa storia che, in amore, uno più uno fa tre. Proprio così ha detto. "Uno più uno, in amore, fa tre". L'ho guardata con aria interdetta, avevo addosso la faccia di chi non ha capito granché, ma non vuole darlo a vedere. A me m'hanno insegnato che uno più uno fa due. A scuola, la maestra di matematica me lo diceva sempre. "Antonia, uno più uno fa due". A voi lo diceva? A me sì. E sono venuta su con questa convinzione, capiamoci. Una di quelle poche certezze che ti tengono in piedi, nella vita, che non ti smarriscono come una barchetta di carta spinta e sospinta dai flutti del mare. "Uno più uno fa due" era come sentirsi dire che "solo alla morte non ci sta rimedio", oppure che "a lavare la testa all'asino si perdono l'acqua ed il sapone". Un fatto così insomma, una verità incontrovertibile, incontestabile.
Poi è arrivata Giulia, e davanti a un cappuccino mi ha detto: "Uno più uno, in amore, fa tre". Tu, l'altro, e la coppia. Che è un'entità terza, creata dai primi due, ma da loro, paradossalmente, indipendente. Perché la coppia nasce per mezzo di me e di te, che siamo due individui interi, non rappresentiamo la metà di niente, e non cerchiamo alcuna completezza nella nostra unione. Siamo già completi, siamo già sani, perfettamente dotati, manchevoli di nulla, con ogni pezzo montato al posto giusto sebbene non sempre consapevoli del suo funzionamento. Perciò, io prendo la mia interezza, fatta di bello e di brutto, di coni di luce e zone d'ombra, e tu prendi la tua interezza, fatta delle cose che amo e di quelle che vorrei "aggiustarti" perché, nella mia mappa mentale, sono un poco storte, un po' sbagliate, ma la mia mappa mentale non è uguale alla tua mappa mentale, perciò mi fermo, sono saggia e mi fermo, non ti aggiusto niente, non sei mica rotto, ti amo così come sei, tu vai bene così come sei, pure io vado bene così come sono, e al massimo ti guido con l'esempio, e mi faccio guidare con l'esempio, e di esempio in esempio ci miglioriamo ma non ci aggiustiamo, perché non siamo rotti, e non ti urlo addosso, non ti dico: "Devi fare questo o quello; devi essere così o cosà".
E perciò, tornando a noi, io prendo la mia completezza, tu prendi la tua completezza, e con queste nostre completezze messe insieme, messe vicine, sommate l'una all'altra, l'una accanto all'altra, o l'una sopra l'altra, o quello che è, con queste due completezze io e te facciamo la coppia, che è come un figlio, una creazione che nasce da noi e di cui è bello prendersi cura, ma senza la quale io mi sento io lo stesso, e tu ti senti tu comunque, e se la coppia finisce, perché l'amore può finire persino quando ci scordiamo che possa finire per davvero, ecco, quando la coppia finisce, io e te non finiamo, restiamo integri, con qualche ammaccatura, questo sì, ma con ogni pezzo montato ancora al posto giusto.
L'amore, l'amore che arricchisce e non saccheggia, secondo me, assomiglia a una roba così. A uno più uno quando fa tre. Tutto il resto è dipendenza, è convenienza, è la parte insana di un compresso a cui ci arrendiamo, a cui ci pieghiamo, pur di non correre la fatica - non il rischio, la fatica - di edificare noi stessi, di scoprire chi siamo e di esserlo con coraggio, con ardimento. Che uno pensa che essere se stessi sia facile, invece è la cosa più bella e spaventosa del mondo.
Antonia Storace














