La storia della pulce
Un gruppo di ricercatori ha formulato questa domanda: “si può ammaestrare una pulce?” Così presero una pulce e la misero in un barattolo, chiudendolo. Questa pulce dapprincipio continuò a fare i salti che sempre faceva, ma così facendo pigliava un sacco di capocciate contro il tappo. Quando capì questo, modulò il salto in modo da non andarci più a sbattere contro. A questo punto anche togliendo il tappo la pulce rimaneva nel barattolo.
“Abbiamo ammaestrato la pulce” dissero i ricercatori, “possiamo a questo punto disammaestrarla?” Presero quel barattolo con la pulce, tolsero il tappo e lo misero sopra una fonte di calore. A questo punto la pulce aveva due problemi: uno reale (se non saltava si scottava) e uno immaginario (il tappo) Salta che ti risalta alla fine si sbaglia e fa un salto più in alto. Inutile dire che al salto successivo la pulce esce dal barattolo.
“Abbiamo disammaestrato la pulce” dissero i ricercatori, “possiamo riammaestrarla di nuovo?” E ripresero sta povera pulce e la rimisero dentro un barattolo chiuso. E lei riprese piano piano a modulare il salto.
“Abbiamo riammaestrato la pulce” E invece no, perché dopo un po’ si accorsero che la pulce ogni tot di salti ne faceva uno più alto, mettendo in preventivo che forse avrebbe preso la testata, ma se fosse andata bene avrebbe potuto andarsene da quel cavolo di barattolo e trovare il primo cane che passava di lì.
Morale della favola: perché la pulce che è un cosino stupidissimo fa questa cosa, mentre tante persone hanno sempre paura di prendere la testata e non provano mai? Tanta gente infatti si fissa su dei limiti che non sono reali, o almeno che non lo sono più, e non provano mai a superarli perché si fanno una domanda: “e se poi va male?” Molto meglio invece sarebbe chiedersi, per qualsiasi tipo di occasione: “e se poi va bene?”
















