Qui annoto i miei pensieri. Lo faccio come politico, come speaker radio, o semplicemente come uomo… La vita è un viaggio e fare un po' di strada assieme può essere bellissimo. Buona lettura.
Viene a prendersi un simbolo, meglio, viene a sfruttarlo. È decenni che “da fuori” Bologna viene usata come palcoscenico nazionale, nel bene o nel male, quando si vuole fare qualcosa contro o a favore della sinistra. Non è stato un caso che il primo “Vaffa Day” organizzato dall'allora nascente Movimento 5 Stelle, iniziò proprio in piazza Maggiore, e non è un caso che sia tornato (questa volta a Imola) poche settimane fa.
Siamo, a torto o a ragione, una terra simbolo della sinistra. Non possiamo farci niente. Essere simboli ha risvolti positivi e negativi. Anche questo è fisiologico.
In questi giorni ne ho sentite di tutti i colori sull'arrivo della Lega, sulla presenza o meno di Berlusconi. Il copione è stato rispettato alla grande: provocazioni e controprovocazioni, si parla dell'altro come di una zecca se non peggio, e poi i numeri, le previsioni…
Poi la gara nel definire gli spazi e i confini. “Questa città è nostra”, “le camicie verdi non entreranno” e via dicendo. Insomma, gli stessi toni che la Lega riserva ad immigrati e rifugiati (non li vogliamo a casa nostra), vengono utilizzati sfornando un razzismo ideologico che con la storia di Bologna ha poco a che fare.
Che delusione. La politica, quella bella, appassionata, in tutto questo dov'è? Mi sa che non c'è, e nemmeno i media sembrano aiutare nella ricerca.
Perfino l'ANPI, l'Associazione dei partigiani, chiede formalmente al sindaco, di proteggere il sacrario ai caduti in Piazza del Nettuno, e mi trova d'accordo, peccato però non lo faccia quando ci sono altre manifestazioni, che al sacrario appende bellamente striscioni e quant'altro, dimostrando che la storia e i suoi simboli, anche quelli, si utilizzano a corrente alternata, a proprio piacimento politico.
Questo manca. La politica. A chi chiede al PD o ad altri di infarcire la giornata con contromanifestazioni, dico che sbaglia.
Bologna, la sua piazza, la città, non è di nessuno se non di tutti. Come comunità ci siamo dati delle regole su come possa essere utilizzata Piazza Maggiore, tra manifestazioni politiche, culturali o commerciali, e finché si sta dentro quel perimetro, piaccia o meno, si può fare. Quindi? Anche basta con una prosopopea da secolo scorso, urletti modello “no pasaran”, che francamente, hanno davvero fatto il loro tempo.
Francamente, non sono nemmeno preoccupato di quello che verrà detto da quel palco. Il ritornello trito e ritrito del leghismo lo si conosce a memoria. Tutte le cose che vanno male trovano i loro colpevoli tra gli immigrati, i rifugiati e coloro che dovrebbero essere in carcere ma non ci sono. Proposte? Zero. Nessuna traccia.
La stessa cosa avviene sul terreno politico locale. È quattro anni e mezzo che ascolto gli accoliti di Salvini in consiglio comunale. Di riffa o di raffa la stessa pasta.
Domani a quell'ora sarò di corvé in sala rossa a officiare matrimoni, come di consueto, ma la cosa che più mi infastidirà non sarà il rumore della piazza, ma il fatto che più quella piazza sarà piena più sarà chiaro il segno di un disagio che non si riesce a cogliere.
Perché seguire e plaudire il leghismo salviniano segna per tutti una grande sconfitta, prima che politica, culturale. La paura del diverso, il trovare le colpe della propria situazione sempre e comunque nell'altro, è segno chiaro che qualcosa, in tanti decenni, è stata lasciata indietro. Parlo di cultura, quella di base, quell'educazione civica desaparecida da troppo tempo nelle scuole italiane: quella che ti insegna i diritti che stanno alla base della convivenza democratica, che ti insegna chi sono gli ultimi. Poi ci sono alcune cose che invece non stanno sui libri di testo, ma dovrebbero stare nella testa e nei cuori delle persone che insegnano, o che per lo meno sono deputate a farlo. La curiosità per la diversità, la consapevolezza che il mélange fa parte del DNA, non solo bolognese o italiano, ma del mondo intero.
Quando si parla di “casa nostra” a me viene da sorridere. In che senso? Che vuol dire? Lunedì scorso ho sentito fare affermazioni di questo tipo ad una consigliera leghista. Non fosse però che la ragazza è nata in Puglia ed emigrata a Bologna. Possibile sentire queste persone parlare di “casa nostra”? Nel 2015? A me tutto questo fa sorridere e indignare nel contempo.
Continuo a pensare che le famiglie e le scuole e in generale tutte le agenzie educative devono essere messe nella condizione di insegnare queste cose: il concetto di cittadinanza, i diritti umani e tutto il resto. Altrimenti le piazze populiste saranno sempre più piene e le contromanifestazioni organizzate non saranno altro che una cassa di risonanza in più.
L'inchiesta sulle presunte scorie tossiche sul terreno della sede di Hera. Alcune considerazioni
Due milioni e trecentomila persone, e tra loro immagino tanti cittadini della nostra città, hanno guardato la puntata di Report trasmessa ieri sera sulla presunta presenza di scorie tossiche nel terreno sottostante la sede di Hera a Bologna, in viale Berti Pichat.
Il racconto sotto forma di inchiesta, se fosse confermato dalle indagini, a cui è bene dirlo è seguita una contro denuncia di Hera stessa, è inquietante. Se fosse vero denoterebbe una totale mancanza di professionalità e attenzione per i lavoratori dell’azienda, ma non solo: il tema presentato dei bilanci legato al debito aziendale è preoccupante, la non attenzione verso la città e la sua amministrazione, di fronte alla quale ci si ricopre di profumo con progetti di ambiente sostenibile o a difesa dell’ambiente e si farebbe davvero poco per ciò che si ha, come dirigenti della multiutility, sotto i piedi, quotidianamente, non fa dormire tranquilli.
Non ritorno poi sul tema dei compensi al Presidente e al top management, che ho già affrontato in questa sede il 29 Aprile scorso, giorno in cui sottolineavo che il tema è quello della “responsabilità sociale di un’impresa a maggioranza pubblica” che non è rappresentata solo dalle “scelte di un’azienda, ma anche da chi quell’azienda rappresenta, quindi anche e soprattutto del top management.”
Maggiore sobrietà, continuo a pensarlo, è possibile e questo consiglio lo ha chiesto più volte con tutti i mezzi a sua disposizione.
Se fossero appurate come vere le accuse mosse, spererei che oltre alle sue dimissioni, il Presidente e il top management eventualmente responsabile, provvedessero alla restituzione dei lauti premi di produttività che in questi anni hanno percepito.
In ultimo. Ho unito la mia firma alla richiesta che già questa mattina il mio capogruppo ha inoltrato alla competente commissione di procedere celermente ad una udienza conoscitiva per ascoltare i vertici di Hera, l'Assessore Gabellini, Arpa, i rappresentanti dei lavoratori e i membri del consiglio di amministrazione che questa amministrazione ha nominato. Amministrare vuol dire avere orecchie e occhi attenti nei confronti dell’azienda che si è nominati a guidare a nome di chi è stato eletto dai cittadini. Anche per loro valga lo stesso ragionamento fatto per il top management. Non si sentano su quelle poltrone a vita e svolgano il proprio dovere a nome dei cittadini, che seppur mediatamente, rappresentano.
Hanno detto 20mila persone. Ventimila volti, ventimila colori che hanno allegramente percorso le vie della città con delle richieste precise.
La cosa bella dei Pride, dal mio punto di vista, è che a differenza di chi ci ha abituato, anche nella nostra città, a protestare in modo scomposto, rovinando il paesaggio urbano fino ad arrivare in sala di consiglio gettandoci addosso perfino lo sterco, beh, il Pride colora, ma non i muri con lo spray mosso dalla demenza,ma con le voci e i suoni della festa che coinvolge e non esclude.
A volte lo definiscono carrozzone mentre a me piace vederci la passione di chi desidera essere cittadino del tutto, a pieno titolo e non a responsabilità limitata. Perché il tema, che piaccia o no, nella richiesta di diritti, che vengano dalla minoranza GLBT o altre minoranze va letto come richiesta di poter esercitare in pienezza e quindi responsabilmente il proprio essere cittadini.
Dal palco di Sabato scorso chi rappresentava l’Amministrazione cittadina ha detto parole chiare e forti e ha registrato il livello della risposta sulle richieste di chi ha organizzato il Pride. Ottimo.
Sono contento. Non ho mai pensato di sedere su questi banchi in rappresentanza esclusiva o monopolistica delle istanze del mondo GLBT e penso nessuno ne possa avere il monopolio o l’esclusività e le mie parole, pronunciate da questo banco nei tre anni di mandato che fino ad oggi ho esercitato, ne sono la prova.
Ora, sentire un assessore che accoglie quelle richieste mi riempie di soddisfazione, consapevole che nessuno, ne io ne lui, si voglia intestare una battaglia che è più grande di me e di lui, ma ha l’ampiezza della giustizia che ancora, su questi temi, è purtroppo deficitaria.
Vengo al concreto, perché la politica a me piace così. Ho tre richieste che avanzo dal mio seggio, tre richieste che dimostreranno alla città che la Giunta non è fatta solo di parole ma che alle proprie affermazioni fa seguire atti concreti, perché è da quelli che i cittadini giudicano.
Le tre richieste sono semplici. Punti di partenza significativi. Due divengono direttamente da quelle presentate in piazza, la terza dalle parole stesse dell’assessore Lepore. Per tutte e tre non servono passaggi consigliari, basta un atto amministrativo del Sindaco o della Giunta, per cui si possono fare domani, senza perdere tempo.
La prima.
Si proceda, come già altri sindaci italiani hanno fatto alla trascrizione anagrafica dei matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero.
La seconda
Si proceda amministrativamente a ritirare l’obbligo di delega per il genitore elettivo nel ritiro del figlio dall’asilo o dalla scuola che frequenta se la famiglia si iscrive al registro delle unioni affettive che inizierebbe così ad avere un senso vero. L’atto permetterebbe inoltre la partecipazione del genitore elettivo all’elettorato passivo nelle cariche scolastiche di rappresentanza.
La terza
In maniera opportuna, nei confronti di Atlantide che protestando in Piazza ha appeso il proprio striscione rivendicativo al sacrario dei partigiani che sta di fianco all’ingresso di Sala Borsa, l’Assessore Lepore ha chiesto giustamente e prontamente di ritirarlo per rispetto nei confronti di coloro che sono morti per la libertà.
In questo senso, sarebbe ancora più opportuno ridare visibilità piena a quel monumento, sotto al quale le persone si siedono e, purtroppo, bivaccano ogni giorno. Basterebbe una fila di siepi, un cordone, o qualcosa di creativo per ridare visibilità e decoro pieni a quello che per noi è un monumento che ha lo stesso peso nella memoria collettiva cittadina dell’altare della patria a Roma o del monumento a ricordo dei Martiri delle Fosse Ardeatine.
Anche qui, basta un gesto amministrativo.
Non ho altro da dire, il mio elenco finisce qui, aggiungo solo e ripeto che, essendo gesti concreti e rapidi, già da domani, dopo la riunione di Giunta, questo primo passo venga fatto davvero.
Non ci si preoccupi dei rossori che ci possono essere in questa sala, visto che negli ultimi anni, quando la Giunta ha chiesto con forza il nostro assenso, alla fine è arrivato. Ci si armi di coraggio, e si parta. Solo allora avrà avuto un senso stare in testa al corteo di sabato e reggere quello striscione con scritto “contiAMO”.
Io ci sono, non da monopolista delle richieste GLBT, ma da cittadino e consigliere comunale che era in piazza sabato, e non mi sembra di essere solo, stando bassi ci sono altre 19999 persone.
DA PROVINCIA A METROPOLI IL PASSO NON È BREVE MA PUÒ ESSERE DECISIVO
Dopo 155 anni sul nostro territorio scompare la Provincia di Bologna. Da domani, con l’ultimo consiglio provinciale, la politica amministrativa lascia definitivamente palazzo Malvezzi.
Da anni se ne parlava. Possiamo discutere sui modi, ma il fatto è compiuto. Con quella scomparsa nasce la città metropolitana: della stessa si discute da anni e se ne discuterà tanto nel futuro più prossimo.
Se da una parte va un saluto e un grazie alla Presidente Draghetti, alla sua giunta, ai colleghi consiglieri e ai loro predecessori, dall’altra si guarda al nuovo ente che nasce, guidato dal nostro Sindaco e quindi dal Capoluogo.
I passaggi istituzionali li conosciamo tutti, ma saranno secchi e inutili se non avranno una preparazione e un attento attecchimento sul terreno metropolitano e quindi tra i cittadini che abitano la nostra città che diventa più grande.
Se da una parte viene spontaneo pensare alla necessità di un ente di primo grado sappiamo che la prima cosa a cui pensare è la distribuzione delle competenze amministrative, seguendo vie nuove e non solo distribuendole come se fossero carte di un mazzo per una partita qualunque. Perché quello in cui, ognuno di noi, con le sue competenze, dovrà cimentarsi nei prossimi mesi sarà un gioco nuovo.
I mesi che ci troviamo di fronte sono quelli di una sfida che per noi che ci occupiamo di questi temi può e deve essere appassionante. La costruzione di un livello amministrativo inedito, che non può essere la copia sbiadita di quello che domani chiude i battenti, altrimenti non si capirebbe perché eliminarlo, la sua ideazione e la sua costruzione potranno essere avvincenti.
La sfida che tutti abbiamo davanti, maggioranze e opposizioni, partiti politici e società civile è quella di immaginare una struttura realmente nuova che risponda alle domande del cittadino con velocità e efficacia inedite per i nostri parametri.
Saranno mesi in cui condurre una battaglia al rialzo, con l’orizzonte di una metropoli che il prima possibile arrivi ad essere amministrata da un Sindaco eletto da tutti i suoi cittadini, senza le paure che in noi bolognesi può generare il fatto di riorganizzare la nostra istituzione in municipalità. La paura non può esserci, se non quella di diventare più grandi, paura comprensibile e per questo il lavoro che ci sta davanti è quanto di più delicato possiamo immaginare. Anche per i comuni dell’area metropolitana non sarà facile: condividere prerogative che fino ad oggi sono state schiettamente comunali, come ad esempio la fiscalità, non sarà un passo semplice, ma in cambio di poteri più ampi, ancorché da condividere.
Per questo il primo step non potrà che essere culturale, partendo dalle comuni radici, quelle della “bolognesità”, che da Piazza Maggiore, nei secoli si è irradiata fino ai confini di quella che oggi ancora esiste soltanto come nome ma che insieme, tutti, dobbiamo riempire di contenuti credibili nei confronti dei nostri cittadini.
La sfida. A chi chiude le porte diciamo grazie, alla modernità che ci aspetta diciamo benvenuta. È ora di uscire dall’adolescenza amministrativa, è ora di non avere paura di diventare grandi. Da questi banchi siamo pronti, chiediamo a tutto il territorio provinciale, ai sindaci appena eletti come a quelli che sono già in carica, alle loro giunte e ai loro consigli, di apprestarsi a un lavoro che potrà essere bello e appassionante quanto il servizio ai cittadini che ogni giorno ci fa svegliare e faticare per tutti e per il futuro di questa terra, che da domani avrà una possibilità nuova per essere all’altezza del suo passato.
Sui quei maledetti applausi, su quello scroscio indegno è già stato scritto e detto di tutto. Le più alte cariche dello Stato, dal Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio, si sono espresse. Il segretario nazionale del Sindacato Sap ha già cambiato versione più volte, prima alla Radio dice di aver applaudito, poi che non sono cinque minuti ma solo trentotto secondi, e stamattina che gli applausi non erano per dare solidarietà agli agenti condannati per il caso Aldrovandi. Che non siano cinque minuti ma trentotto secondi non cambia nulla.
Quelle mani plaudenti sono altri schiaffi, pugni, manganellate, che riaprono una ferita che fatica a chiudersi. L'immagine di una polizia arroccata, che non riconosce i suoi errori e si chiude a riccio difendendo e acclamando parti colpevoli al suo interno; colpevoli di non aver difeso un cittadino ma di averlo portato alla morte.
È possibile questo nel 2014? L'indignazione è stata generale. Financo il fondatore di quel sindacato autonomo di polizia ha sconfessato quel gesto dalle colonne di un quotidiano locale, affermando la sua vergogna. Tutti in città abbiamo detto qualcosa, tutti diciamo e censuriamo, anche perché ad essere colpita, per prima, è Patrizia Moretti, cittadina onoraria della nostra città da poco più di un anno, e ancora una volta con il suo atteggiamento e con le sue parole ha confermato in pieno quello che questo consiglio ha visto in lei, motivando quella cittadinanza: perché Patrizia "si pone (e continua a porsi) ad esempio per tutti i cittadini. Ha operato e cooperato perché verità e giustizia fossero raggiunte, riponendo piena fiducia nello Stato e nelle sue istituzioni, dimostrando, nonostante tutto, altissima coscienza civica." In tutto questo ci sono alcuni silenzi che lasciano stupiti. Se il Sindaco della città ha parlato, non sono giunte pubbliche riprovazioni da chi, nella nostra città, ha il compito massimo della sicurezza e di comando delle forze dell'ordine. Sarebbe importante sapere che chi comanda le donne e gli uomini in divisa non condivide e condanna quegli applausi. Perché noi, nelle nostre forze dell'ordine continuiamo ad evere fiducia, fiducia nel loro operare a difesa dell'ordine pubblico e anche per questo continuiamo ad avvicinarli quando abbiamo bisogno. In questi casi non ci possono essere dubbi o parole non dette. In ultimo, dopo aver chiesto ai capigruppo in Consiglio e riscontrato la loro disponibilità chiedo alla presidenza di consentire al Consiglio tutto, rappresentante la tutta la città, di contrapporre al rumore scomposto e indegno di quegli applausi, un minuto di simbolico silenzio in ricordo di Federico Aldrovandi, vittima vera di questa orribile vicenda. Bologna, 5 Maggio 2014
Si è fatto un gran parlare in questi giorni di compensi di manager di aziende pubbliche o a partecipazione pubblica. Nello specifico, sulla nostra città, gli animi si sono scaldati a seguito dell'affermazione del Presidente della Società Hera secondo cui "non sente il bisogno di ridursi lo stipendio".
Sono d'accordo con lui. Penso lo siano tutti gli italiani. Se chiedessi di alzare la mano ai bolognesi che intendono abbassarsi lo stipendio penso ci troveremmo davanti a un caso di unanimità più unico che raro. Il tema però è che l'affermazione in questione non è stata fatta da una persona qualunque, ma dal Presidente di una società semi pubblica.
Proprio perché quella società ha una maggioritaria partecipazione pubblica ho nei giorni scorsi ravvisato che quelle affermazioni fossero quantomeno improvvide, se non, nell'attuale momento di crisi economica generale, fuori dalla realtà. Perché il punto del tema è la responsabilità sociale di un'impresa a maggioranza pubblica. I progetti sociali di Hera ci sono, sono tanti e sono buoni. Ma la responsabilità sociale non è solo nelle scelte di un'azienda, ma anche di chi quell'azienda rappresenta, quindi anche e soprattutto del top management. I positivi risultati della Società Hera s.p.a. deducibili dal bilancio approvato nell'assemblea del 23 Aprile u.s. evidenziano come la società e il suo management abbiano e stiano ben operando nella gestione del Gruppo. Tenuto conto poi che nell'ultima assemblea dei soci di Hera s.p.a. si è proceduto al rinnovo del consiglio d'amministrazione per il prossimo triennio, i cui componenti sono scesi del 30% e che su proposta del Presidente del comitato di sindacato dei soci pubblici, l'Assemblea ha approvato una riduzione degli emolumenti dei componenti del consiglio d'amministrazione del 20%, mi sembrerebbe naturale che la stessa sobrietà fosse agita anche dal Presidente del gruppo e dal top management. Per questo avevo pensato a un ordine del giorno specifico. Ma visto e considerato il fatto che nel corso della presente consigliatura ne abbiamo già approvati tre e all'unanimità e che tutti vanno in questa direzione, non persevero, seppur non retrocedo nel credere che quella via di sobrietà debba e possa essere continuata, senza paura, ma con coraggio. Ultima cosa. Renziani o non renziani c'entra poco. Quegli odg vennero, tra gli altri, presentati anche dalla collega Santi Casali, ben prima di Renzi segretario o primo ministro. Qui c'entra la realtà, la crisi e la responsabilità sociale, che va esercitata sempre e il fatto che un segnale va dato, soprattutto da chi è alla guida di un gruppo importante come Hera. Ben contento che tutto il mio gruppo, tutto, Sindaco compreso, si sia dimostrato d'accordo sulla improvvidita delle dichiarazioni del Presidente Tommasi della settimana scorsa. Mi aspetto si abbia il coraggio di proseguire su questa strada. Non siamo al punto zero, è vero, ma ci piace pensare che abbiamo voglia di segnarne altri. Lo dobbiamo a tutti i nostri cittadini. È demagogia? Non penso. È sostanza vera, quanto vera è la realtà di tutti quelli che faticano ad arrivare alla fine del mese. Bologna, 28 Aprile 2014
Quando in una comunità si parte da una situazione di sofferenza e si cerca di risolverla creandone una nuova, a danno di altri, la soluzione individuata è sbagliata. Mi riferisco alla prassi secondo cui le occupazioni di case o spazi in disuso venga vista come un diritto quando invece si tratta di una prevaricazione inaccettabile. Certo, si tocca un tema molto delicato.
Perdere la casa, non avere un tetto sopra la testa, relega chiunque in uno stato di imbarazzo sociale e di sofferenza personale non indifferente. Ma non penso questo possa giustificare il prendere possesso di cose che non sono di proprietà e in questo modo rivendicare un diritto. L'ultimo caso in città è rappresentato dall'occupazione di una palazzina di Via De Maria. Da tre settimane alcune persone, che fanno capo al Collettivo SocialLog, hanno occupato una palazzina definendo l'azione una autogestione.
Il problema è che non sono né proprietari né affittuari. Ora, penso sia urgente liberare quei posti, secondo un principio di equità, perché la lotta, in questi casi legittima, non può trasformarsi in prevaricazione. Se da un lato quindi appare urgente che quegli spazi vengano liberati e mi appello al Signor Questore e al magistrato che deve provvedere a firmare l'ordine di sgombero, non dimentico però che stiamo parlando di persone e famiglie in difficoltà. Su questo non possiamo dire l'amministrazione sia ferma. La richiesta fatta al Signor Prefetto qualche settimana fa dagli assessori Malagoli e Frascaroli ha trovato una pronta risposta: un tavolo si è già insediato per fare in modo che tutte quelle aziende pubbliche e il demanio che hanno a disposizione sia alloggi sfitti sia spazi attrezzati li mettano a disposizione per l'emergenza abitativa della comunità. Il tempo, in questi casi è essenziale. Sia della liberazione di quegli spazi sia dell'azione coordinata dalla Prefettura, per fare in modo di poter alleviare il più possibile le emergenze che questa crisi ha acuito e aumentato. Sono fiducioso, ma chiedo prontezza di riflessi, nei confronti della comunità, di quei cittadini che abitano quelle zone e di quelli che sono in difficoltà. Bologna, 31 Marzo 2014
A volte la politica fatta ai livelli locali ti fa notare cose che possono sembrare banali ma sono la vita di tutti i giorni dei cittadini. Il mio intervento di oggi in consiglio comunale.
Sono passati tre anni dal momento in cui la Basilica di San Petronio è stata “impacchettata” per una grande opera di restauro che ormai si è conclusa.
Per tre anni abbiamo aspettato pazientemente di poter rivedere la sua facciata che deve parte della sua bellezza incomparabile al fatto di essere incompiuta, quasi a ricordarci quotidianamente che quando l’uomo inizia una grande opera è bene calcolare le risorse per bene di modo tale da non fare il passo più lungo della gamba e rimanere fermi a metà.
Siamo comunque alla fine e la festa sarà grande, i marmi, i loro colori, torneranno ad arricchire la nostra piazza, una delle più belle d’Europa.
Se da un lato la fantasia vola fremente aspettando il giorno dello svelamento, dall’altro la preoccupazione che la nuova bellezza che ci verrà consegnata corra il rischio di essere deturpata va di pari passo.
La speranza è però che la consegna di quella che potremmo definire la vera grande bellezza della nostra città non si lesini nel lasciare che non solo gli occhi ne possano usufruire. Mi riferisco al fatto che ancora insistono, all’inizio del sagrato le transenne con base in cemento che erano presenti anche prima degli inizi del restauro, più le impalcature laterali ricettacolo infinito di rifiuti.
Spesso ci è detto che tutto è finalizzato alla sicurezza della basilica, potenziale obbiettivo del terrorismo internazionale per la presenza al suo interno dell’affresco sull’inferno, opera di Giovanni da Modena nella cappella Bolognini.
Io capisco ci siano motivi seri, serissimi, di prevenzione, ma credo che la decisione che portò l’allora ministro degli interni Maroni alla transennatura e allo stazionamento della camionetta del nostro esercito, debba essere modificata.
Non posso immaginare che venga restituita ai bolognesi la bellezza di san Petronio, ma non la possibilità di accedere liberamente al suo sagrato, di stazionare sui gradini o sui gradoni come da sempre è stato.
Spero che il nuovo ministro degli interni, e chi per suo conto se ne dovrà occupare in città, possa nel 2014 conciliare le esigenze della sicurezza con quelle della bellezza. Capisco i metaldetector all’ingresso e una presenza vigile all’esterno, ma che questo non vada a detrimento della fruizione piena di quella bellezza, che vuota resta desolante. E quella camionetta sia utilizzata da altre parti, il suo slalom dei fine settimana tra i turisti e i cittadini, atto a dispensare fumi nocivi ad altezza bimbo, ancora non capisco a cosa serve, non me ne faccio una ragione.
Sembrerà un discorso vuoto e di poco conto, ma se siamo onesti, sappiamo benissimo che la bellezza dell’opera d’arte nelle nostre città è quella di poterne usufruire, di viverla. È uno dei motivi per cui tanti turisti amano tornare da noi, perché quel medioevo non solo lo possono vedere, ma toccare e, in un certo senso, vivere.
Non è una sciocchezza. Chiedo quindi all’amministrazione che si attivi preventivamente con la Questura e la Prefettura, perché oltre alla facciata, al momento dello svelamento, sia restituito ai bolognesi e a coloro che passeranno da piazza maggiore, anche il sagrato. Ne faccio una questione di estetica, di fruizione del bello e di identità. Prevenire è meglio che curare e in questo caso, basta davvero poco.
Anche una città, nel suo piccolo può fare qualcosa su fatti che sono più grandi di lei. Questo il mio intervento, oggi in consiglio comunale
"Il solo riferimento geografico ci porta immediatamente alla parola guerra. Quella guerra di Crimea che abbiamo studiato tutti sui banchi di scuola. Una guerra scoppiata quasi 160 anni fa. Come ha scritto lo storico statunitense Shepard Clough, quella guerra "non fu il risultato di un piano calcolato e nemmeno di una decisione presa sotto pressione all’ultimo minuto. Fu la conseguenza di più di due anni di sviste fatali da parte di uomini di stato incapaci che avevano avuto mesi per riflettere sulle azioni che decisero di prendere".
Temo che in certo senso il giudizio di quello storico su quella guerra si potrebbe rimodulare anche a giudizio della situazione attuale. Forse non si può parlare di sviste, ma sicuramente di debolezze diplomatiche, di una Europa che ancora fatica a parlare con una voce sola, di una Unione Europea la cui voce arriva sempre dopo quella degli Stati Uniti e della NATO. Noi, noi europei, che con l'Ucraina confiniamo, non possiamo voltarci dall'altra parte. Certo, non possiamo essere quelli che imbracciano i fucili o bombardano, perché noi, Unione Europea, siamo Nobel per la Pace e sulla scorta di quel riconoscimento la nostra voce deve diventare sempre più unitaria e forte. Non desidero però dilungarmi su questioni più grandi di questo Consiglio. Mi interessa però ricordarci che l'Europa si costruisce anche dal basso e coi comportamenti amministrativi di tutti i giorni. L'Ucraina può sembrarci lontana e geograficamente lo è, ma è anche molto vicina, più di quanto possiamo pensare. Nella nostra città risiedono 3447 cittadini ucraini, persone che qui lavorano, molto spesso accanto ai nostri anziani, persone che costituiscono un welfare di base sussidiario. A quelle persone dobbiamo essere capaci di far giungere la nostra solidarietà. Erano tanti i cittadini ucraini in piazza del Nettuno qualche giorno fa che hanno pregato per i giovani che sono morti negli scontri a Kiev. A loro dobbiamo fare sapere che ci siamo, che in caso di bisogno la comunità bolognese è pronta ad aiutare, allungando e tessendo, ancora una volta, quel filo rosso che permea tutta la storia della nostra comunità che è quello della solidarietà e della libertà. Sono tante le mamme ucraine che vivono sotto le due torri i cui figli sono stati in queste ore richiamati come riservisti nell'esercito del loro Paese e sappiamo cosa voglia dire in termini di apprensione e preoccupazione. Le loro preoccupazioni siano le nostre preoccupazioni, sentano Bologna come casa, seppur non casa natale, ma comunque accogliente. Casa rispettosa, di un popolo che guarda all'Europa come orizzonte del suo futuro ma che oggi soffre e non se lo merita. Ma la nostra solidarietà può varcare anche i confini, in nome di un gemellaggio che abbiamo da tempo con la città Ucraina di Kharkiv e il nostro pensiero volgersi anche, quindi, a un punto specifico di quel paese, dove dalle ultime notizie, anche se confuse, abbiamo appreso che il Sindaco si sarebbe dimesso. Per questo, penso sia opportuno che il consiglio esprima la sua solidarietà, e lo faccia attraverso un suo atto, semplice, ma concreto, che è quello di un ordine del giorno, che non si vuole esprimere su questioni di politica estera che non ci competono, ma fare arrivare ai cittadini ucraini, prima di tutto i nostri concittadini ucraini, un segno di attenzione concreto. È il nostro modo, ed è quello necessario." Bologna, 3 Marzo 2014
Oggi, sulle pagine del Resto del Carlino, è pubblicata una mia breve intervista sul momento politico e il "dopo Letta". Ringrazio Andrea Zanchi che è ben riuscito a ottimizzare le esigenze di spazio del quotidiano con la mia logorrea. Allego comunque, per chi è interessato, il testo completo.
Le dimissioni di Letta erano necessarie?
Prima di tutto va riconosciuto il lavoro fatto da Letta, che se esce di scena lasciandoci uno spread a livelli pre 2006, qualcosa vuol dire che è stato fatto.
L’avvitamento vero è però avvenuto su questioni come l’imu, che ci hanno tenuto sospesi per un anno. È la sconfitta dei tecnici che inventano acronimi sulle spalle del Paese.
Ormai l’esecutivo era diventato il governo di nessuno. La compagine era oggettivamente sfilacciata. A ogni stimolo, che venisse dal PD o da altri non c’era una reazione né efficace né credibile.
Renzi a Palazzo Chigi senza passare da elezioni: non rischia di essere una manovra ‘di Palazzo’ che fa perdere consensi al rottamatore?
È di Palazzo solo nelle letture giornalistiche. Confindustria aveva detto basta, il sindacato lo stesso, i ministri non esistevano più, il parlamento era fuori controllo. Dov’è in tutto questo marasma il palazzo?
Il vero giudizio va dato fra 4 mesi, perché Il prossimo governo sarà più “politico”, con obbiettivi misurabili per il Paese.
Oggi si riparte da un partito di maggioranza che è cambiato, con un leader che prende in mano il Paese e come Premier si gioca tutto: consapevole che tutta la sua carriera politica è sul piatto di un parlamento che è quel che è. Lo fa perché ci crede. Si chiama politica coraggiosa: in Italia non ci eravamo più abituati.
In troppi si scordano che Letta è andato al governo senza nemmeno le primarie, Renzi almeno quel passaggio lo ha fatto.
La base Pd è favorevole a questo scenario o si rischia una spaccatura tra militanti e classe dirigente?
La base in questo momento è disorientata, ed è naturale. Se arriveranno i risultati sarà compatta. Non possiamo che avere fiducia in un Segretario che in un mese e mezzo ha cambiato la politica e la sue liturgie. Mi fido. Renzi ha rimesso il PD al centro del ring, mentre prima era all’angolo e consumato.
Quali devono essere le priorità del governo Renzi?
Le riforme, quelle utili a un rilancio di una politica utile e non zavorra del Paese. Il lavoro (jobsact) e la sburocratizzazione. Solo così potremo ridiscutere con l’Europa come si rilancia un Paese e di conseguenza l’UE.
Su questo, comunque, ascolteremo Renzi. Siamo nelle mani di una persona che non so se arriverà alla meta ma sono sicuro che partirà in quarta per arrivarci. È il primo in Italia che si carica una responsabilità sulle sue spalle in modo cristallino: si chiama ambizione? Ben venga l’ambizione.
Tra i renziani bolognesi come è stata presa questa svolta?
Siamo tutti in attesa, magari tra i renziani c’è più fiducia, ma il passaggio è stato così veloce che si fa fatica a giudicarlo adesso. Personalmente non vedo l’ora di partire: la politica lo deve agli italiani, che fino ad oggi sono stati anche troppo pazienti.
Intervento di INZIO seduta su "DEHOR E CENTRO STORICO"
È della settimana scorsa la notizia apparse su tante pagine di quotidiani locali che descriveva la situazione dei permessi, dati o non dati dalla nostra amministrazione, ai commercianti che avevano fatto richiesta, per i loro esercizi, di installazione di dehor.
Proprio perché solo qualche mese fa in quest'aula abbiamo varato il nuovo regolamento che ci ha coinvolto per tanto tempo, sappiamo che il discorso va legato, non si può fare altrimenti, alla qualità della vita urbana, al commercio e quindi al lavoro e in ultimo, anche se non per importanza, all'attrattività del nostro territorio.
Quando abbiamo dato il via al nuovo regolamento ci siamo detti per mille volte che dall'impianto base non ci si poteva discostare, ma anche alcuni aggiustamenti in itinere si potevano e possono essere fatti. Le denuncia pervenute da alcuni commercianti a cui è stato sollevato il diniego ci fanno capire che di qualche aggiustamento c'è bisogno per risolvere alcune situazioni precise e puntuali. Bene ha detto, dalle colonne del Carlino, l'assessore Lepore per cui l'azione deve essere improntata al buon senso e sono sicuro che le soluzioni siano possibili. È per questo che chiedo alla Giunta di provvedere, trattandosi di una delibera, a prendere in esame la possibilità di alcune variazioni o rimodulazioni a partire da quei dehor che sono previsti su aree di parcheggio. Si può, e lo dobbiamo prima di tutto a noi stessi, per portare a compimento il lavoro che insieme abbiamo fatto, ma lo dobbiamo anche a quei commercianti che fanno di tutto per rendere bologna più bella, viva e vivibile, sapendo, tutti, che i dehor sono anche un presidio di qualità per la sicurezza di quelle strade nelle quali insistono. A proposito di sicurezza. Poco meno di un mese fa intervenivo su questo tema per la seconda volta in Consiglio. Non c'è due senza tre. Mi auto cito, non è mio uso ma può aiutare, e mi completo. Dicevo il 13 Gennaio: "L'ho già detto e lo ripeto, i vigili, le forze dell'ordine, devono girare di più, (…) dare la certezza a chi sta in strada che in caso di frizioni siano presenti e pronti a intervenire. Sarebbe bene che il modo di stare cambiasse o per lo meno ne si valutasse l'efficacia, che ai miei occhi non esiste. Stessa cosa mi verrebbe da dire sulle auto delle forze dell'ordine che circolano per le zone pedonali o l'inutile camionetta dell'esercito della quale, mi si perdoni, l'idea di prevenzione e dissuasione nei confronti del terrorismo mi sembra poco utile." Non pretendo che in un mese dalle mie parole le cose siano cambiate, ma chiedo, soprattutto all'assessore Monti di agire sul Questore con tutta l'insistenza che si può perché il modo cambi, che le macchine, soprattutto in zone pedonali, spengano i motori e gli agenti ci siano a piedi. Sottolineo che gli agenti, quelli della polizia municipale come quelli delle altre forze dell'ordine, vanno ringraziati per i loro sforzi continui e per la loro professionalità. La squadra, le squadre, hanno ottimi elementi; temo che quello che non va sia lo schema di gioco. Se ne provino altri per aumentare l'efficacia. Un ultimo accenno alla zona di via Irnerio. Anche su quella zona ero già intervenuto prima dell'estate. In principio sembrava in via di risoluzione, oggi torna all'ordine del giorno insieme a via Marconi. Questo ci fa capire che tutto si tiene e tutto si deve tenere. Non riesco a seguire l'allarmismo da terremoto delle opposizioni, ma sono del parere che un occhio di riguardo vada usato e che il nodo del trasporto pubblico locale in quelle strade durante i weekend debba essere risolto a sua volta. I Tdays vanno bene, tutti ne sembrano contenti, guardiamo ora anche al resto, con la prontezza di soluzioni che possiamo avere. Sono sicuro che anche l'assessore Colombo non sia insensibile, ma anzi, sia già al lavoro. Il mio desiderio? Intervenire tra un mese e dire "avevo ragione, qualcosa si muove". Bologna, 10 Febbraio 2014
Zactweet #131: I libri, quelli di carta, servono ancora, anche alla convivenza. Un caso concreto
Il Venerdì successivo al primo dell’anno, un gruppo di uomini ha fatto irruzione in una libreria nel nord della capitale libanese, Tripoli e le ha dato fuoco. Il negozio apparteneva a Padre Ibrahim Sarrouj, un prete ortodosso greco. Da lungo tempo residente nel quartiere nord della città, in quarant’anni aveva messo in piedi una grande collezione di libri, prime rare edizioni di testi scolastici, romanzi in traduzioni differenti, dizionari, enciclopedie, riviste che ormai non si stampano più.
L’incendio è durato meno di un’ora ma moltissimi libri sono stati distrutti.
Tripoli sembra essere un disastro. A pochi chilometri dal confine con la Siria con una popolazione mista dal punto di vista religioso, sta diventando uno dei posti più pericolosi del Libano. Sunniti e alawiti si lanciano granate tra diversi quartieri che vivono come feudi mentre esplodono autobomba fuori dalle moschee. Con tanti piccoli leader religiosi e politici anche l’esercito fa fatica a mantenere l’ordine. L’islamismo radicale era un tempo una frangia bizzarra ed eccentrica nella politica libanese ma oggi attrae proseliti quotidianamente, affascinati dal coinvolgimento di Hezbollah dalla parte del regime di Assad nella guerra civile siriana, che ha portato un milione di rifugiati in Libano. Nel contempo i signorotti di quartiere competono nell’influenzare i veri potenti, tra cui due miliardari politici sunniti e il responsabile della sicurezza.
L’incendio della “libreria del Pellegrino”, ha toccato il senso profondo dei libanesi, nel pensarsi come terra simbolo della coesistenza tra diverse religioni, mosaico di diverse comunità, culla delle civiltà, tant’è che tutti, persino uno sceicco miliardario salafita, che predica la guerra santa contro gli infedeli in Siria, ha dimostrato pubblicamente il proprio disappunto sull’accaduto.
La mitologia e la simbologia del Libano ha costruito la narrazione secondo cui Tripoli è il paradiso arabo degli scrittori e intellettuali cacciati dalle altre capitali mediorientali. La stampa è sì schierata, ma libera e i giornalisti più irriverenti sono delle piccole celebrità. Le università sono culla di attivismo politico e di dissidenza. La censura è rara. Ti può capitare di chiedere un libro censurato in una libreria e di piegare il diniego del libraio con poca insistenza per ottenere quello che cerchi.
In modo sorprendente l’incendio della libreria ha scatenato quel clamore e quella indignazione che due anni di autobombe e attentati non avevano ottenuto. I libanesi hanno assorbito i venti della guerra siriana desinsibilizzandosi, ma quell’incendio sembra avere toccato un nervo ancora scoperto. In poche ore gruppi di società civile hanno organizzato azioni per mettere in sicurezza e catalogare tutti i libri non distrutti, pulire il negozio dalle macerie e rimettere tutto in funzione. Qualcuno ha lanciato una iniziativa di foundraising, un corriere internazionale ha annunciato che avrebbe spedito libri da tutto il Paese per rifornire nuovamente la libreria
Insomma, la storia ha avuto un lieto fine ed è diventata simbolo della convivenza oltre il settarismo. La libreria ha rappresentato il palcoscenico per un momento vero di catarsi nazionale, un piccolo problema che si è riusciti a risolvere in un mondo di conflitti. Un prete cristiano che vive tra i musulmani la cui libreria è salvata da una comunità che mostra la sua gratitudine per gli anni di lavoro messi in campo: quasi da farci un film. Una trasposizione di significato di come il Libano e i libanesi vorrebbero descriversi: l’armonia religiosa, il cosmopolitismo illuminato e l’imprenditoria civica, a servizio della comunità.
Alla fine, quell’atto, quell’incendio, le cui cause ancora si devono individuare, è diventato metafora di un Paese che vuole rinascere nel segno del suo passato, dove la convivenza era un tratto preciso di quella società.
In un modo o nell’altro i libri possono ancora fare molto per la società, anche quando vengono bruciati.
Ci siamo di nuovo. Esattamente quattro mesi dopo la “prima” ai giardini Margherita, a mezzo stampa impariamo che la guerra tra i censi bolognesi non si è fermata, anzi. Solo l’impegno delle forze dell’ordine attive da mesi nell’ambito della prevenzione sembra avere smontato una nuova rissa tra ragazzi, questa volta nel pieno centro della città.
Bene ha detto il procuratore Giovannini, che l’operazione di prevenzione non può essere effettuata solo ed unicamente dalla polizia, ma deve essere un’operazione a tutto tondo in cui i genitori, la famiglia hanno un ruolo fondamentale. Tutto questo senza scordarci della scuola e dell’impegno totale del mondo degli adulti.
Che non esista una prevenzione perfetta, di questo sono cosciente, ma che insieme, il mondo degli adulti possa fare molto ne sono altrettanto convinto.
La litigiosità continua che permea le trasmissioni televisive anche quando si tratta di scegliere un cantante o un ballerino più bravo e meritevole di altri, le gare sportive, troppo spesso esacerbate a cominciare dal comportamento dei giocatori in campo o le trasmissioni politiche e la politica dal vivo che riesce a trasformare in rissa verbale molti scontri che potrebbero essere più civili, non aiutano nel descrivere il mondo degli adulti al mondo dei ragazzi che ci guardano più di quanto possiamo pensare o immaginare.
Allargo la riflessione al tema del nostro centro cittadino e a quello che definiamo, a mio parere, troppo spesso e con troppa fretta, degrado o problema sicurezza.
Chiunque abbia fatto un giro sabato sera tra via delle moline, piazza verdi, via Petroni, Zamboni, piazza della mercanzia e via capreria, è stato travolto da una sensazione di vivacità nuova. Strade stracolme di persone, socialità diffusa come nelle città europee, quelle città che quando si torna da un viaggio siamo sempre pronti a lodare per la bellezza, data soprattutto dalla vita che si respira.
Ho però colto, in quelle strade e non solo alcuni dati che se presi in esame, laddove rappresentino dei problemi possono essere risolti e migliorare significativamente il panorama urbano serale.
I punti sono due. Quello della percezione di sicurezza e le sacche di degrado puro.
L’ho già detto e lo ripeto, i vigili, le forze dell’ordine, devono girare di più, non in un gruppo gregge di una decina di persone, ma semplicemente a coppie o in tre, semplicemente esserci, girare, dare la certezza a chi sta in strada che in caso di frizioni siano presenti e pronti a intervenire.
Lo stazionare a fianco del solo teatro comunale, trasmette un’idea di totale passività e inutilità. Sarebbe bene che il modo di stare cambiasse o per lo meno ne si valutasse l’efficacia, che ai miei occhi non esiste. Stessa cosa mi verrebbe da dire sulle auto delle forze dell’ordine che circolano per le zone pedonali o l’inutile camionetta dell’esercito della quale, mi si perdoni, l’idea di prevenzione e dissuasione nei confronti del terrorismo mi sembra poco utile.
Il secondo dato sono le sacche di degrado. Ovunque, nel mondo, abbandonare le zone più vivaci di una città, quelle che i nostri giornalisti definiscono “le strade della movida” o le “ramblas bolognesi”, in casi normali porta a una sensazione di vuoto improvvisa, che non è male in sè, succede dappertutto. Ma non succede, e non deve succedere di approdare in strade come via Irnerio, dove i problemi che già in estate si erano segnalati, non sono finiti. Il senso del brutto assale in quella strada e sembra lasciata a se stessa, generando, soprattutto di sera, un senso di insicurezza generale che è più che giustificato, soprattutto nelle persone che lì si recano per prendere gli autobus. Anche qui basterebbero poche mosse. Comprendo la polizia in borghese, soprattutto per operazioni delicate, ma qualche divisa identificabile, aumenterebbe l’efficacia.
Continuo a pensare che le pedonalizzazioni siano un bene, in questo senso, che la stessa via Petroni, se almeno i venerdì e i sabati, fosse sgombera dalle auto, migliorerebbe di gran lunga, perché lì si vive una congestione disordinata che non aiuta nemmeno i controlli o il flusso di persone.
La direzione è quella giusta, mi piacerebbe si fosse più incisivi, non nel segno di chissà quale repressione (che in certi casi va comunque attuata con forza e decisione), ma in quello della prevenzione. In una Bologna così, più distesa nella sua vivacità è un piacere, per autoctoni, studenti e turisti passeggiare in tranquillità. Quella Bologna è possibile, una Bologna che cambia passo e non ha paura di se stessa e che sarebbe, anche per mezzo dell’urbanistica pronta a dare idee che aiutano a calmare gli animi di chi della rissa e della lotta animale ha fatto l’unico mezzo della “risoluzione”, chiamiamola così, dei propri conflitti sociali.
Sono convinto che da Bolobene e bolofeccia si può passare a una Bologna libera di essere se stessa. Basta volerlo.
Zactweet #130: Milleproroghe alla responsabilità e la situazione nel mediterraneo
Provando a riprendere in mano l'ordinarietà dopo l'abbuffata natalizia leggo di dove i politici nazionali passeranno le loro giornate di festa, per lo più in famiglia, eccezion fatta per il nostro Ministro della difesa che sarà in visita ai nostri militari all'estero e passerà le feste con loro.
Le vacanze saranno brevi, visto che domani ci sarà un consiglio dei ministri che dovrà varare il famoso decreto milleproroghe, italica prassi su cui si potrebbe scrivere un romanzo. Sì, perchè il milleproroghe altri non è che il segno effettivo di una macchina ormai obsoleta, che va a rilento e che non è capace di risolvere i problemi.
Lo strumento piacque molto, tanto che ininterrottamente da allora viene adottato da tutti i governi che si sono succeduti. Per due anni il secondo governo Prodi, poi per tre successivi il quarto governo berlusconi, per due volte il governo Monti e domani, alla sua prima volta, il Governo Letta.
Ora, che qualche esigenza di proroga di qualche scadenza sia necessaria e possibile, non è scandaloso, ma che il decreto, ogni anno si gonfi sempre di più è il segno che lo Stato tende a prorogare situazioni in sospeso o insolute.
Usualmente dentro quel decreto ci finisce di tutto, tanto che ci si è messo anche il decreto "salva Roma", di cui abbiamo sentito tanto parlare nei giorni scorsi e che non riguarda il campionato di calcio e la squadra capitanata da Totti, ma i conti della Capitale ormai in dissesto finanziario. In più si inserirà anche la risoluzione sui cosiddetti "affitti d'oro", la correzione, annunciata in Parlamento, alla norma relativa agli affitti di immobili da parte della pubblica amministrazione.
Due considerazioni.
La prima riguarda le condizione delle casse della capitale che è oggi accertata, per cui l'aiuto arriva direttamente dallo Stato. Un buco che ammonta a 864 milioni di Euro. Mi chiedo se interessi a qualcuno trovare qualche responsabile di quel cratere economico. Mi sembra che news in merito non ce ne siano.
La seconda. Il fatto che si sia arrivato a questo pasticcio, tra salva Roma e Affitti d'oro, perchè i decreti erano stati usati in precedenza da molti parlamentari per ottenere il finanziamento per diverse città d'Italia, tra cui quello clamoroso che in un certo senso "puniva" le città che tentavano di opporsi al dilagare del gioco d'azzardo e delle "macchinette", con meno trasferimenti dallo Stato, prima votato anche dal PD, con il dietro front imposto dal Segretario Renzi.
Ora. I nomi degli autori di tutti quegli emendamenti? Si possono sapere? Possiamo abituare i nostriparlamentari a una responsabilità personale, per cui chi fa delle "porcate" (come ha definito lo stesso Renzi l'emendamento sulle slot) sarà riconoscibile e difficilemente tornerà a sedere tra quei banchi dove per alcuni i rapporti personali e locali differiscano dall'interesse generale della nazione, che un parlamentare rappresenta in toto?
Sarebbe un primo risultato, un primo messaggio, che anche nel mestiere del parlamentare qualcosa cambia. Chissà…
Le notizie in arrivo dall'Egitto e dalla Turchia confermano la tesi per cui i due Paesi vivono in parallelo movimenti carsici che ogni tanto riesplodono. Possono sembrare distanti e diversi, ma non è poi così vero…
Il Premier turco è nel bel mezzo di una tempesta che in Italia avremmo definito come "parentopoli" o "tangentopoli". Storie di tre ministri che si dimettono perchè hanno favorito i loro figli e che costringono il premier Erdogan ad un rimpasto che sancisce la crisi di governo più grave degli ultimi dieci anni.
Tutto questo avviene nei palazzi mentre di nuovo migliaia di persone sono scese in piazza contro il Primo Ministro, chiedendone le dimissioni.
Poi l'Egitto, dove continuano i tumulti.
L'esercito, al potere dal 3 Luglio, ha deciso ieri di mettere al bando l'organizzazione politica dei Fratelli musulmani, bollandola come organizzazione terroristica. Sotto quello che viene definito colpo di Stato, anche se ancora ci ricordiamo l'esultanza della folla cairota attorno alla destituzione del Presidente Morsi, che ad oggi rischia la pena di morte, la confusione regna sovrana e aumenterà, visto che il prossimo Gennaio si voterà il referendum per l'approvazione della nuova Costituzione a cui seguiranno le nuove elezioni parlamentari e presidenziali.
In tutto questo disordine la voce dell'Europa sia ancora latitante. Continuiamo ad essere spettatori muti di quello che avviene sulle sponde del mediterraneo senza comprendere che i nostri primi rapporti naturali sono lì e che, soprattutto per quanto riguarda la Turchia, si tratta di un Paese che vive un boom economico in cui la classe media che si rafforza non riesce più a sopportare un governo dove ci sia corruzione e che si ispiri troppo a principi religiosi cercando di rafforzarsi.
Una cosa importante e da non dimenticare è la prospettiva turca su quella regione. Non fu un caso che Erdogan nel Settembre 2011 intraprese un viaggio tra Egitto, Tunisia e Libia per intestarsi idealmente gli ideali delle primavere arabe, e tentare uno scatto su tutto quei territori che una volta facevano parte dell'impero Ottomano. La riprova è la visita di due settimane fa di Erdogan in Kosovo, dove, parlando a migliaia di persone ha dichiarato : ""Cari fratelli e sorelle, noi condividiamo una storia e una civilizzazione comune. Non dimenticatelo, la Turchia e' il Kosovo e il Kosovo e' la Turchia."
Un po' di attenzione in più non guasterebbe. Il Mediterraneo non è fatto solo di sbarchi, ma di politiche concrete di cui l'Italia e l'Europa non possono non tenere conto.
Zactweet #129: Da Lampedusa fino a Betlemme passando per la Grecia…Καλά Χριστούγεννα
Da Lampedusa fino a Roma per non parlare degli altri centri di detenzione ed espulsione presenti sul nostro territorio nazionale, è tutto un gran vociare. Persone immigrate detenute nel CIE di Roma si cuciono la bocca in segno di protesta e iniziano lo sciopero della fame.
Ieri ho ascoltato per caso uno scambio in un bar tra due italiani e il leitmotiv era una sorta di "…si lamentano? Se non gli va bene che se ne tornino a casa loro". Purtroppo quando la pancia parla, soprattutto se piena, non c'è modo che i neuroni possano compiere il loro dovere e comprendere che quelle persone, per la maggioranza, arrivano qui perché una casa non l'hanno più.
Sul tema abbiamo assistito a ore infinite di dibattiti televisivi replicate poi nei bar ed è ora che la politica, se è seria, affronti il problema, perchè nonostante le leggi in campo la situazione peggiora e si aggrava.
La politica, i partiti (quelli che ancora sono rimasti) e i movimenti debbono fare la loro parte assieme al sistema cultura del Paese. È inaccettabile che le parole Italia e Europa siano associate a disumanità, respingimento ed espulsione. La nostra storia, l'eredità di chi ci ha preceduto e ci ha costruito nel segno della solidarietà e dell'accoglienza non può essere tradita: possiamo essere all'altezza di questo passato, se non di più, basta impegnarsi tutti in uno sforzo che nulla ha di sovrumano e tanto ha di umano, terribilmente umano…
Ci aiutasse almeno il Natale a capire che qui siamo solo più fortunati di altri ma che non abbiamo poi tutti questi meriti nell'esserlo.
Per chi ci crede sarebbe come continuare a rifiutare un rifugio a quella famiglia di Nazaret in viaggio verso Betlemme…
Siamo alla Vigilia di Natale. Ormai i regali sono tutti impacchettati, i camini, per chi li ha scoppiettano, le tovaglie sulle tavole sono rosse, come le candele. Inizia un tour de force culinario che, nonostante la crisi, per parecchie ore ci incollerà alle sedie attorno ai tavoli con i nostri familiari e soprattutto con i bambini, coi loro sguardi, con quell'idea di futuro che ogni volta che ne vedi uno ti viene buttata addosso e ti impegna a costruire qualcosa di migliore ogni giorno.
Questo il quadretto che sarà in tante case italiane in queste ore. E gli italiani se lo meritano. È anni che senza proteste particolari gli italiani hanno stretto la cinghia, hanno pagato le tasse che sono aumentate, hanno sopportato i tanti vincoli che lo Stato, la comunità, ha stretto attorno alle loro vite. Si viaggia meno di una volta, si comprano meno vestiti, si compra meno in generale. Quasi l'imposizione di un ritorno all'essenziale.
Poi ci sono gli ultimi, da non dimenticare mai, quelli che le tovaglie e le candele rosse se le sognano, che magari i loro bambini li hanno in un altro Paese. Magari direttamente per loro non possiamo fare nulla, ma è molto già ricordarcene, sapere che la gioia non può essere vera se non condivisa con tutti. Basta un piccolo gesto di bontà…
Il mio ricordo oggi vola particolarmente ai poco più di 11 milioni di cittadini europei che stanno in Grecia, l'ultima ruota del carro economico europeo. Ci basti sapere che più di mezzo milione di abitazioni hanno rinunciato al riscaldamento perchè troppo caro per loro, segno di una estrema povertà che gli europei non si meritano…se veramente l'Europa è quell'idea di solidarietà tra le nazioni che ne fanno parte, idea che l'ha fatta nascere e l'ha resa forte: quell'idea deve tornare ad essere la prima ragione per stare assieme…anche e soprattutto la vigilia di Natale.