Oggi ha grandinato
Poi ci sei tu,
che mi hai spettinata come un ciuffo d’erba dopo il temporale.

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@bluette92
Oggi ha grandinato
Poi ci sei tu,
che mi hai spettinata come un ciuffo d’erba dopo il temporale.
San Vittore
Brezza tra i capelli, sensazioni nuove.
Il profumo dell’addio odora di terra bagnata. Lo porta il vento dell’ovest, quello che dall’Irlanda arriva a Bagno di Romagna nell’arco di quattro anni. La luna stasera ha la stessa forma del cuore malato: i miei occhi la osservano ed è come scrutarsi dentro. Crateri bui e profondi la abitano, ma nonostante questo lei rimane lì, con tutte le sue ferite di guerra e la sua bellezza, come un soldato innamorato a guardia della sua regina. E’ capitato spesso che alzasse la mano sopra la trincea per una ferita in più, alla ricerca di quel congedo che non è mai arrivato. Tirava fuori l’accendino, lui che non ha mai toccato una sigaretta in vita sua, e alzava la mano destra al cielo.
E trema il terreno sotto ai piedi, trema il suolo, tremano i piedi, le gambe, e le mani. Trema tutto il corpo. Trema la voce. Non rimane niente se non un sincopato e primordiale istinto di sopravvivenza. Forte, a spazzare via i pensieri e con loro tutto il resto. La città va in fiamme, ma non per tutti. Per chi ha certi occhi ci sono i fuochi fatui ad indicare la via del ritorno.
E occorre seguirli.
What about us
Siamo come il pattern di queste piastrelle, dello stesso materiale, ma disposte in modo da non toccarsi mai davvero. Ci ammiriamo attraverso una scanalatura sporca di altre persone. Ci fu un tempo in cui incontri fugaci potevano bastare, un tempo in cui lo sfiorarsi le bocche non risiedeva solo nell’immaginazione di una stanza vuota. Poi questa canzone ripetuta in un loop infinito, per non perdere la concentrazione su di noi, come quando il sogno sta per finire ma si richiudono gli occhi per tornarci dentro. E Il gesto meccanico della mia mano, farla ripartire da capo per non perdere il filo di te. Sbiadisci, play, riprendi forma e colore. E temo che sarà così per sempre.
Hs
Lettera d’amore per te
Il tuono tuona mentre la pioggia, piove. Il vivo, vive; perfino la notte, nota, degli occhi, azzurri, ora blu. E l’amato, ama, a modo suo. Egli sente, con la mente, con il corpo, con il mento, ma non mente, mentre prova, un sentimento, mestamente. Nel subbuglio, due delfini, blu come quegli occhi, immobili come quel corpo, nuotano in un mare di parole. Il vetro non vetra, perché taglia, squarcia; è un dono che dona e toglie, e taglia, e toglie, e dona, e suona, la sua musica, che è un blues. Sono vetri blues per occhi blues, i tuoi. E quando ti guardo lo sento, il blues, nelle vene, e te lo dico, all’orecchio, tra un accordo e l’altro. Che io ti blues. E mi stringi. E balliamo, sulla porta di casa, su quel blues che è anche un colore. Che è anche calore, in questa freddanotte. E intanto il tuono ha smesso di tuonare, e la pioggia di piovere. E l’amato diventa ricordo, si reinventa parola, lettera, d’amore, per te.
Solo, con la tua solitudine sola.
Sono il risultato dei tuoi fallimenti.
Porto con me le tue sconfitte, che mi piegano la schiena, sommate alle mie; e il naso aquilino, dallo sguardo sempre basso. Mai eretta e mai neanche di profilo. Mi hai riempita di nozioni false quando ancora ero al tempo dei perché, e ora non ti ascolto più. Solo, con la tua solitudine sola. Da quanto non hai una donna, a parte tua madre. Ho passato notti insonni al tuo fianco, perché la casa che hai voluto comprare non aveva stanze per me; 12 anni su una brandina ogni week-end, tra i rumori della tua roncopatia e le hot-line che mettevi in tv. A 22 anni hai cercato di costruirmi una stanza ricavandola dalla cucina. Aveva muri storti di cartongesso bagnato, pezzi di ferro piegati e viti arrugginite. A 22 anni, quando mi è caduto il cellulare dall'alto dallo sgabuzzino in cui ora dormo, come Newton ho scoperto la gravità e qualcosa, oltre lo schermo dello smartphone, è crepato.
Poi però ti guardo, stai mangiando con un bavero di stoffa al collo. Farfugli, cerchi di dire qualcosa che nessuno capisce. E mentre aspetti il caffè ti addormenti sul piatto. Anche questa mattina ti sei addormentato, sul letto, e hai fatto tardi al lavoro; poi a pranzo hai chiamato a casa cercando di giustificarti con tua mamma. Non posso incolparti per le mie crepe, perché tu, senza rendertene conto, hai qualcosa di molto peggio..
20anni
Questo è il mondo del contrario
in cui sono gli ubriachi a recitare il rosario
stesi per terra siamo più che altro noi
con una bottiglia di vino rosso in mano e poi
uno che dorme in macchina, l'altro che attraversa la città in bicicletta. Ma del resto
avere 20 anni è anche questo
è cercare l'ultimo bicchiere pulito, tra quelli usati sul tavolo della festa
attaccarsi infine alla bottiglia, mentre la notte diventa pesta
e poi la fila per un bagno che non ha chiavi
guardando passare la donna che un tempo amavi
ti si staglia davanti con i capelli sempre rosso rame
quando ti bacia ti ricordi di quanto l'amore possa essere infame. Ma del resto
avere 20 anni è anche questo
è parlare tra le lattine mezze vuote, che non sarai tu a pulire
con infinita ansia per l'esame che devi dare il giorno a venire
ti incammini così verso casa, cercando di non cadere
"Ciao a tutti, ragazzi, alla prossima. E' stato un piacere!"
del resto,
avere 20 anni è anche questo.
Ritratto di persona
Mi ricordi tanto la neve,
una settimana dopo essersi posata
ai margini di una strada di città.
Il tuo sguardo intrappola animali vivi,
come petrolio in mare.
Ti odio, come odio i disastri ecologici
I tuoi occhi una casa abbandonata dal '45,
forse un tempo c'era vita
ora, una sola ragnatela,
ma senza il ragno.
Tra le mie e le tue fredde parole,
solo una forte escursione termica.
Questa tazza sà di te
Mi ritrovo con una tazza di tè in mano, senza riuscire a berla, né a posarla. Inerme, non riesco ad appoggiarti sulle mie labbra, né a lasciarti andare. Sei calda che bruci allo stomaco ma ho bisogno di dissetarmi e nessun'altra, oggi, può farlo. Rinchiusa in un limbo di pareti mezze vuote attendo il tuo ritorno. Che il vento della sera ti raffreddi per me. E il sole del tramonto ti addolcisca come zucchero non raffinato. Ti lascerò entrare in me tiepida e dolce fino a quando vorrai fino a quando vorrò
Cronache estive
Arriva sempre il momento, ogni mattina, che il sole si alza ed entra nella camera proprio dallo scorcio di finestra che devo tenere alzata per evitare di morire soffocata durante la notte. L'occhio di bue comincia ad illuminarmi prima il seno e poi tutto il corpo, come se il mio letto fosse un palcoscenico di un locale a luci rosse. E così, e all’improvviso, i luoghi dei miei sogni si trasformano in forni, isole esotiche o afose giornate estive e ogni poro della mia pelle comincia a sudare. E quelli che erano bei sogni diventano incubi. Ma poi il tempo passa, il sole si alza sempre di più, e finalmente arriva l’ombra. Un’ombra buona, fresca. Un’ ombra che si prende prima i piedi, le cosce, tutte le gambe, poi sale fino all’ ombelico e sempre più su, finché anche le mie tette possano trovare ristoro. E con loro, anche i miei sogni.
"E’ il segno di un'estate che vorrei potesse non finire mai"
Cosa stai facendo in questa stanza mezza vuota? Fissi gli scatoloni pieni a metà, pieni di una vita non tua. Ti guardi attorno pensando che questa stanza è fin troppo tua, come tutti i luoghi in cui hai fatto l’amore. Chissà quante pelli nude ha sentito sopra di sè il divano, quanti baci, quanti orgasmi. Quante mani avranno cercato di aprire il rubinetto della cucina, senza riuscire a far scorrere l’acqua, e quante a cercare di chiudere quello del bagno. Magari sono le stesse mani che hanno sfiorato ogni dvd delle mensole, scegliendo quello perfetto per la serata. C’è poi la bottiglia di vin santo che spiccava in mezzo a tutte le altre dell'angolo bar; a fissarla bene in questo momento, sembra avere uno sguardo malinconico: il suo muso da cavallo non fissa più l’entrata, come un fedele guardiano, ma le pareti di uno scatolone della conad. Mi mancherà l’asciugamano del bagno che cade immancabilmente a terra, come fosse alla ricerca di continue attenzioni; il fornello che non si accende e il vaso che rischia sempre di rompersi, ma che alla fine riesce sempre, in qualche modo, a salvarsi. Forse ha aspettato tutta la vita questo momento, per infrangersi sul pavimento. C’è anche il cartello stradale rubato da qualche cantiere, che tra poco indicherà altro, la chitarra senza una corda ed un faretto da studio fotografico. Chissa’ quante di queste cose sono state notate dalle tante persone di passaggio. Per quanto mi riguarda in 3 mesi ho imparato ad amare ognuna di esse. E credo di essere riuscita ad entrare dentro questa casa, a fondermi con lei, tra le sue mura; con il mio disordine, i panni sporchi in giro, la chitarra in un posto sempre diverso ma immancabilmente tra le palle. A farle capire chi sono. Ha visto amori crollare su se stessi e altri nascere tra le ceneri, come fenici. Lacrime di gioia e altre di dolore. Ed è proprio per questo che questa stanza non sarà mai solo una stanza mezza vuota. Perché tante persone, a modo loro, l’hanno riempita e continueranno a farlo per sempre.
Un matto
E voi tutti forse avreste più cuore per quel pazzo che piange e ride sulla sua panchina, ogni notte, se solo sapeste. Se solo sapeste che non è poi tanto più matto di voi. E non lo indichereste più, con i vostri indici ritti, quando tutte le sere toglie dalla custodia la sua fisarmonica. E poi piange. E ride. Con un fiore nel taschino della giacca. Sono tre anni che appare al tramonto, su quella panchina di fronte al mare, per poi sparire ai primi chiarori dell'alba. Se solo sapeste che lui è lì perchè una volta c'è andato per davvero, sulla luna, e quando la sua Luna lo ha lasciato, non ha potuto fare altro che suonare per lei, tutte le notti. Nessuno saprebbe dire se fosse stato un bene, per lui, averla conosciuta, o una terribile maledizione. Nessuno non glielo aveva neanche mai chiesto. Sono comunque sicura che lui avrebbe risposto più o meno così: "chi mai sarebbe scontento di aver visto la cosa più bella del mondo, anche solo per un istante? Nessuno può possederla, lo so, lei è così in alto, irraggiungibile, e bellissima. Si può ammirarla, ed amarla, ogni sera. Ma al mattino fuggirà, sempre. E le persone normali lo sanno, questo. Sanno che non ci si può aspettare di più da lei. Ma accade, ogni tanto, che qualcuno a forza di ammirarla perda il senno, sperando di riuscire a farla restare per sempre, e non possa più fare a meno di lei. Non ce la fa a credere che il per sempre non può esistere su labbra mortali e che da lassù, lei, non scenderà mai. Questo è ciò che penso, perchè quel matto sono io. E questa è la mia storia:
Non era un giorno speciale, direi piuttosto una giornata come tutte le altre, io camminavo tra i sentieri di un parco fuori città, come tutte le domeniche, con un vecchio amico al fianco, e mi aspettavo di incrociare le solite quattro anime abitudinarie come noi. Ma, finita la curva, due occhi si posarono sui miei, e non se ne andarono mai più. Se fosse un film sarebbe un drammatico, di quei mattoni destinati a casalinghe che non vivono più già da un po'. E da lì in poi credetti in un amore da rincorrere. In una donna che come la luna concedeva la sua bellezza, per poi puntualmente riprendersela, assieme ad un pezzetto di me. Andai avanti per tre anni, sentendomi come una penisola erosa ogni giorno di più dal suo mare. E col passare del tempo, quella che fu una penisola, pian piano divenne un'isola; ovunque mi guardassi c'era il mare a consumarmi, ed io lasciavo fare, guardandomi scomparire un po' alla volta. Fino a che una sera, su questa panchina, mi lasciò.
Quello che a voi può sembrare un comportamento fuori da ogni logica, per me è l'unico modo per stare di nuovo con lei. Questo fiore è ciò che si avvicina di più al suo profumo, ed ogni giorno, appena si fa chiaro, cammino fino all'estremità di quella montagna laggiù per rubarne uno alla terra. E poi c'è la musica: le note di questa vecchia fisarmonica mi guidano tra vecchi ricordi, che a forza di essere rivissuti, si sono consumati, come i suoi tasti. Era appartenuta a mio nonno ai tempi della guerra, e ora poggia sulle ginocchia di un altro poveruomo."
Non sembra triste, direi che assorto descriva al meglio il suo sguardo. Perso per sempre in chissà quale ricordo. Questa è la fine dei sognatori, a forza di sognare, si perdono nei meandri dei loro stessi sogni.
oggi, 25 aprile 2013
Prima di girare la chiave dell' automobile ti assale un pensiero: e se la mia ora fosse giunta proprio stasera? Non sei diventata pazza, o almeno, non del tutto. La tua testa ha semplicemente elaborato la notizia letta pochi minuti prima sul giornale: "schianto in auto, muore 21enne cesenate". Dopo tutto, potevi esserci tu su quell'auto.
Indegni soldati del XXI secolo, è questo quello che siamo. Sappiamo che la morte esiste, è dietro l'angolo, eppure questo non ci ferma. Continuiamo a guidare le nostre Toyota come continuavano ad arruolarsi tra le file partigiane i ragazzi della nostra età, 70 anni fa. Coscienti, come loro, del fatto che tutto questo non è un gioco, ma si può comunque perdere la partita. Qualcuno è talmente deciso a sfidare la sorte, che lo fa ebbro di malibù-cola. Un popolo di eroi falliti, composto da persone che preferiscono rischiare la vita il sabato sera invece di scendere in piazza per il 25 aprile. Che spende più tempo a far la fila per entrare al Travolta che a far qualcosa per migliorare la situazione attuale. Perchè, cari Compagni di fluo party, se non ve ne siete resi conto, siamo in una dittatura, anche mal celata.
Tentenni altri due secondi, ma poi giri con decisione la chiave: sei già abbastanza in ritardo per il serale di Amici. L'eroismo ti esce dai punti neri del naso.
Punti di vista
Un segmento di retta, da definizione, è composto da infiniti punti. Mettiamo che questo segmento sia la tua vita; una vita che gira intorno alla ricerca costante di quei punti. È cosi. Vuoi una persona che diventi il tuo punto fisso, un evento che sia un punto di svolta, passare subito il punto critico e trovare il punto g della tua donna. Non tolleri i puntini di sospensione…preferisci i punto e a capo. Non sai ancora fare maglie a punto croce, aspetti la pensione e non bevi quando esci perché hai paura di perdere i punti sulla patente. Il punto è, che per quello che hai ora, potresti perdere giusto quelli.
-Che fai.? -(m')ammazzo..il tempo
Che poi non è che non siano interessanti i giorni passati a casa. Anche perché non ti trovi mai realmente dentro casa. La mattina la passi sognando a occhi chiusi, e il pomeriggio fai lo stesso, ad occhi aperti. Di quei sogni in cui ti ritrovi a passeggiare tra le scogliere di moher; con la luce che passa dai fori della tapparella di quello sgabuzzino che spacci per camera, che diventa la luce che filtra tra gli imponenti nuvoloni irlandesi. E cerchi di vederci forme, in quelle nuvole. Una è a forma di gatto, e sembra quasi che stia emettendo strani versi. Sono quelli i momenti in cui ti accorgi che la vita è sempre un pelo meno poetica della fantasia: il gatto ha appena vomitato sul pavimento. E il tappeto, fino a poco prima visto come un morbido prato verde, torna un tappeto, comprato dai cinesi e ora pieno di vomito. Pulisci tutto e si fa sera. Metti su un po’ di musica -vera musica- e cominciano altri viaggi. Sei l’uomo in frac che verso il mare se ne va, e quello che ruba l’amore in piazza grande. Sei la bella senz’ anima e sei al tempo stesso l’uomo che rimpiangerà. Stai vivendo la tua notte prima degli esami e l’attimo dopo sei quel matto che sulla collina dorme mal volentieri. Stoppi la musica, ceni, chiedendoti quale personaggio ti stava meglio addosso; forse tutti, forse nessuno, forse il ragazzo che chiede all’extraterrestre di portarlo su un altro pianeta, su cui ricominciare. E poi prendi in mano quell’insieme di immagini e parole chiamato libro. Senti gli spari, senti il freddo e la fame. Senti “scor in dialet”, senti “ciò, burdel, qua i fasesta ci fa fora ma tot”. Che devi controllare fuori dalla finestra per realizzare di essere di nuovo nell’ epoca “giusta”. Ed è l’unico momento in cui ringrazi il tamarro di turno, che sta passando col suo bel macchinone e Gigi d’Alessio a palla. Non avresti mai creduto che i tamarri e Gigi d’Alessio potessero servire a qualcosa nella vita. Ma tu devi sapere se stasera morirai o tornerai sano e salvo da tua moglie. Così continui la lettura, scambiando i botti che degli stolti ragazzini avevano avanzato da carnevale, per colpi di fucile, il campanello per le sirene dell’allarme antiaereo e la voce di Berlusconi alla tv per quella di mussolini. Stasera sei morto, magari domani sera, leggendo di Bukowski e delle sue scopate, ti andrà meglio. Posi il libro, ormai è di nuovo mattina, spegni la luce e torni a dormire. Ti piace morire per la patria; non lo vorresti fare tutte le sere, ma ha il suo che..pero’ sarebbe bello anche inizare a costruire la tua, di vita.
Palloncini alla granella di nocciola
Non mi era mai capitato di comprare il tempo di una persona con della cioccolata in tazza. Il fatto strano è che a berla è stata lei, ma la pancia piena, al ritorno a casa, era la mia. Piena di cosa poi, che le domande da sole non riempiono. Forse della paura per la sua improvvisa assenza: a volte accade che ci si riempie con i vuoti. Un po' come succede ai palloncini. Qualcuno ci soffia dentro un po' di vuoto e la plastica colorata prende forma. Poi ci sono persone che dentro certi palloncini non ci soffiano del vuoto, ma il loro vuoto. Che quando ti scoppiano in macchina non si disperde del fiato sprecato, ma il fiato pieno del loro vuoto. E allora scopri che dentro la spada di plastica c'è un po' di lei, come nel fiore, dentro al cane come nel tirannosauro...e forse c'è un po' di lei anche dentro di te.
Ossi(a)mori
Anche il più lurido dei cessi di una discoteca può trasformarsi, nella tua testa e con il migliore degli intenti, in un nido d’amore. Dentro al cesso puoi fissare i suoi occhi, vederci i prati in fiore e gli uccellini, sentire profumo di mimosa e abbracciarla come se volessi la sua pancia dentro la tua. (Come se dentro di te, lei, non ci fosse già abbastanza). La verità è che davanti a te hai la persona che ti ha creato il vajont in testa -e di lì a poco anche sul pavimento- con lo sguardo di chi ha bevuto un po’ troppa vodka e fumato qualcosa che non è tabacco. I rossetti che non esistono più, che non sai chi delle due sia stata a sbavare il rossetto dell’ altra. Le mani che scendono e le posizioni più scomode del mondo. Ma tu sei talmente rincoglionita che ci vedi poesia in tutto questo. Quel cesso con lei dentro, diventa il più bel cesso del mondo. Ed è bellissima anche la serratura che non chiude, che bisogna premere contro la porta per evitare spettatori indesiderati. Che poi c’è sempre uno stronzo ogni due minuti che bussa. Sono bellissimi i muri incrostati e la porta mezza rotta che vi sorregge. E c’è anche la musica proveniente dalla sala che fa incredibilmente merda, ma quando si mischia ai suoi sospiri non vorresti sentire altro che quella. Sai sempre come farti del male, nei cessi dei locali. L'anno prima il cesso era un altro, i tuoi capelli non erano verdi, e non era il rossetto ad essere sbavato, ma matita e mascara. Passa il tempo, cambiano i cessi, ma imbecille rimani.