Days seem like weeks to me. Days are weeks. Loving Vincent (2017) dir. Dorota Kobiela & Hugh Welchman
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@bored-dandy
Days seem like weeks to me. Days are weeks. Loving Vincent (2017) dir. Dorota Kobiela & Hugh Welchman
[...] è un uomo tormentato dall’infinito, intento a cercare una punizione per l’egoismo universale; uno che ne sa troppo e non ne sa abbastanza, che è malato della voglia di saperne di più, che cerca nella notte le risposte ultime, quelle che nessuno ha il coraggio di affrontare. È forse questo che si cerca nella vita, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire.
Louis-Ferdinand Céline
Ci mangiavamo e la fame restava.
Se niente ci salva dalla morte, che almeno l'amore ci salvi dalla vita.
Perché la vita, nella sua incessante corsa, non è facile: spesso è fatica, è attesa, è un deserto denso di miraggi. La vita ci sgretola con le sue sfide, con la sua monotonia, ci corrode con le sue assenze, delusioni, ci sospinge in stanze senza finestre, dove respiriamo per abitudine e non per desiderio.
Che cos’è, allora, l’amore, se non la finestra che si spalanca all’improvviso? L’amore, forse, è la vertigine che interrompe il passo meccanico. È la fiamma che brucia i veli dell’abitudine, l’unica cosa che ci salva dall’inconsistenza di una vita che altrimenti ci sfugge tra le dita, come sabbia secca e stanca.
Schopenhauer scriveva: "La vita oscilla, come un pendolo, tra la sofferenza e la noia." Ma l’amore è l’istante in cui il pendolo si ferma, e il tempo, per un attimo, ci guarda negli occhi e tace. In quel silenzio siamo vivi. ( Chissà se allo scoppio del Big Bang, nel attimo stesso della scintilla, ci sia stato assoluto silenzio prima del gran bel trambusto ).
A volte mi chiedo se l’amore sia una follia collettiva, una costruzione sociologica, come affermava Zygmunt Bauman nella sua Modernità liquida: un sentimento ormai liquido, evanescente, che scivola via non appena diventa scomodo. Eppure, dentro di me, resiste l’idea di un amore roccioso, incorruttibile, capace di salvarci non dalla morte, ma dalla vita intesa come inesorabile scorrere, come interminabile accumulo di giorni vuoti.
In Le città invisibili, Calvino scrive: "L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; è già qui, è l’inferno che abitiamo tutti i giorni... due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, inferno non è, e farlo durare, e dargli spazio." Ecco l’amore: quel piccolo spazio non infernale, il miracolo incastonato tra l’orrore del tempo e il vuoto della morte.
È un atto di resistenza, l’amore. Un giardino segreto coltivato sotto la pioggia acida delle delusioni. È Dostoevskij che sussurra, in L’idiota: "La bellezza salverà il mondo." E cos’è la bellezza, se non la forma più alta d’amore?
Ma amare significa anche accettare il dolore: è Nietzsche che ammonisce — "Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come." E l’amore diventa quel “perché” che regge il peso del vivere, che dà forma al caos, che ci salva dalla sterile ripetizione dei giorni.
E allora io chiedo, come chi prega senza saperlo: se nulla ci salva dalla morte, che almeno l’amore ci salvi dalla vita. Che ci insegni a sentire lo scorrere del tempo non come condanna, ma come musica. Che ci faccia tremare davanti all’altro come ci si inchina davanti a un tempio. Che ci renda fragili e, nella fragilità, eterni.
Perché alla fine, come scrive Emily Dickinson: "That love is all there is, Is all we know of love."
E forse, in quell’ignoranza luminosa, sta la sola, autentica salvezza.
“Qual è il prezzo delle bugie? Non che le confondiamo con la verità. Il vero pericolo è che abbiamo ascoltato tante di quelle bugie da non riconoscere più la verità.”
—
Valerij Alekseevič Legasov
La cecità può arrivare a un punto tale da diventare ridicola, e una natura priva d’immaginazione, se non si fa qualcosa per svegliarla, finisce con il pietrificarsi in un’assoluta mancanza di sensibilità, così che, mentre il corpo continua a sfamarsi, a dissetarsi, a godere dei suoi piaceri, l’anima che lo abita può essere completamente morta come l’anima di Branca d’Oria in Dante.
“Your friendships shrink as you get older—unless you have a loose definition of friendship. I used to work with one of the richest guys in Philadelphia. He was seventy years old. He could have dinner with anybody in the city. But those aren’t the types of friends I’m talking about. I mean the people who really know you. I think it’s amplified for me because I’m still single. My friends have gotten married and had kids. They have less and less time to give. More and more people have come into their lives. But the amount of people in my life has stayed the same. I’ll text them to see if they want to go to a Phillies game. And I always get an immediate ‘yes.’ But something always comes up right before the game. They have to reschedule because ‘Ethan’s friend is having a birthday party,’ or ‘Sarah has a soccer game.’ It’s hard to not feel left out. I used to see these guys several times a week. Now it’s five or six times per year.”
"Ho consumato il tempo, ed ora è il tempo che consuma me; ormai ha fatto di me il suo orologio, i miei pensieri sono minuti, che i miei sospiri vanno ritmando sul quadrante dei miei occhi; mentre il mio dito, come la punta della lancetta, continua a segnare il tempo, nettandoli delle lacrime."
- William Shakespeare, Riccardo III, parte V.
non vi è dunque cosa più vana del domandarsi chi siano quegli esseri che Hopper mette in scena, o cosa accade tra loro e cosa sta per accadere - occorre piuttosto rivivere con lui la sensazione che nessuno può comprendere nessuno, e osservare che se ha fissato sulla tela una situazione e non un'altra è solo perché ha creduto di riconoscere nell'uno o nell'altro dei suoi protagonisti lo stesso senso di solitudine e isolamento che egli prova, e insieme un'aspirazione, un brusco turbamento dell'anima che spesso angosciano lui stesso. (Yves Bonnefoy, Edward Hopper - La fotosintesi dell'essere)
“Come é strano incontrarti di sera
In mezzo alla gente
Salutarci come due vecchi amici
Ehi ciao come stai
Quando un giorno di notte mi hai detto
"Non ti lascerò mai"
“Affermo che la definizione di minimalista serva a sviare l’attenzione dei lettori dal coraggio di Carver di celebrare l’umanità che fallisce. Che fallisce, si rialza, raccoglie i cocci e ci riprova. E non è detto che ci riesca. A volte, riuscire, significa arrivare al mattino dopo. E poi a quello successivo. E a quello seguente ancora. Nient’altro che questo.”
Ogni mattina è la lavagna dove ti invento e ti disegno, presto per cancellarti, così non sei, e nemmeno con quei capelli lisci, Quel sorriso. Cerco la tua somma, il bordo del bicchiere dove il vino è anche la luna e lo specchio, Cerco quella linea che fa tremare un uomo in una galleria di un museo. Inoltre ti amo, e fa freddo e tempo. Julio Cortázar
Art by Chieko Terasawa.
“Sei diversa da tutte le altre, sembra che la vita non ti abbia mai sconfitta o impaurita. Sei sempre cristallina, qualunque cosa accada.”
Kent Haruf, “Canto della pianura”.
"Alla fine del gioco, re e pedone finiscono nella stessa scatola"
The mentalist
Michela Murgia, Tre ciotole
Se ti amassi nel modo in cui meriti di essere amata, metterei mille chilometri tra noi, nonostante tu sia l’unica forma di pace che abbia mai conosciuto, perché aver trovato un equilibrio non significa essere tornato integro.
— Rebecca Yarros, Onyx Storm