Abbiamo lasciato i bicchieri colmi
sul bordo della notte,
come se il mattino potesse bere al posto nostro.
Nella stanza si accumulava polvere gentile,
una costellazione muta tra le dita.
Tu ridevi poco,
con quella luce sgemba negli occhi
che sapeva già di distanza.
Ti ho cercato nello sgocciolio di una fontana ,
nelle tende gonfiate dal vento,
nelle crepe del soffitto
dove il sonno nasconde gli animali.
Ma l'amore, a volte,
ha denti di gesso.
Si sbriciola in bocca
mentre promette di restare.
Così ti saluto.
Non con il teatro delle ultime parole,
non con le mani alzate verso il cielo.
Ti saluto lasciando aperta la finestra,
perché esca il tuo odore di pioggia ferro e muschio,
e resti soltanto questa falsa ruga
sotto il petto:
una piega minima,
imperfetta,
che nessuno vedrà.
La toccherò nei giorni vuoti
per ricordare che siamo stati veri
anche nel nostro modo sbagliato di amarci,
e che alcune persone non finiscono:
cambiano forma,
diventano eco,
un graffio leggero nel silenzio,
qualcosa che fa male abbastanza
da insegnarti ancora a pronunciare il tuo nome.









