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Red pill💊
Non ricordo precisamente da quanto, ma sono passati sicuramente più di tre anni e se vado indietro nel tempo, negli ultimi dieci l'avrò vista e provata 5 volte.
❤❤❤❤Amo essere un beta pussyfree
Marco aveva cinquantadue anni, un matrimonio solido da ventotto e un lavoro di routine in un ufficio di contabilità che lo faceva sentire invisibile. La sera, quando tornava a casa, guardava sua moglie dormire e provava un misto di affetto e vergogna. Non era più capace di fare l’amore da quasi tre anni. L’impotenza era arrivata piano, come un ladro silenzioso: prima solo qualche defaillance, poi il nulla. E poi c’era quella cosa che non confessava a nessuno, nemmeno a se stesso ad alta voce: il suo sesso era piccolo, davvero piccolo, e quando si alzava – cosa che capitava sempre più di rado – sembrava quasi scusarsi di esistere.
Ogni mattina si alzava alle cinque e mezzo, arrivava in ufficio prima di tutti. Lì, tra le scrivanie vuote e l’odore di caffè freddo, incontrava Rosa.
Rosa aveva sessantotto anni, era la donna delle pulizie. Bassa, larga di fianchi, con i capelli grigi raccolti in una crocchia disordinata e un grembiule sempre macchiato di detersivo. Non era bella, non lo era mai stata. Ma aveva occhi vivi, una risata rauca e un modo di parlare diretto, senza filtri, che a Marco piaceva.
All’inizio erano solo saluti. Poi, visto che arrivavano sempre per primi, si erano messi a chiacchierare. Di tutto e di niente: il traffico, il tempo, i figli di lei che non telefonavano mai, la suocera di lui che criticava tutto. Rosa lo ascoltava. E una mattina, mentre passava lo straccio sotto la sua scrivania, gli aveva detto con voce bassa:
«Marco, tu hai l’aria di uno che sarà come far divertire una donna, sei simpatico ed attraente»
Da quel giorno le avance erano cominciate, piano. Un complimento sul suo profumo. Una mano che sfiorava la spalla un secondo di troppo. Una battuta pesante, buttata lì come per caso: «Chissà se sotto quei pantaloni eleganti c’è ancora un uomo vero.»
Marco fingeva di non capire. Rideva, cambiava discorso, arrossiva. Dentro di sé però sentiva qualcosa che non provava da anni: un brivido di eccitazione misto a terrore. Voleva sentirsi maschio. Voleva, per una volta, essere desiderato senza dover dimostrare niente.
Una mattina Rosa non girò più intorno. Si fermò davanti a lui, le mani sui fianchi larghi, e gli disse chiaro e tondo:
«Senti, Marco. Io voglio divertirmi e passare un pomeriggio piacevole, è un po di tempo che te lo chiedo ma ora voglio essere sicura che tu capisca. Tu mi piaci. Prenota una stanza. Fuori città. Solo noi due. Niente ufficio, niente scuse.»
Lui aveva annuito, con la gola secca.
Quella sera stessa aveva prenotato un hotel economico appena fuori dal raccordo, con un nome anonimo: “Residence dei Pini”. Aveva mentito alla moglie dicendo che c’era un corso di aggiornamento.
Si incontrarono nel parcheggio alle tre del pomeriggio di un mercoledì grigio. Rosa arrivò con un cappotto vecchio e un sacchetto di plastica con dentro una bottiglia di vino da a supermercato e due bicchieri di plastica. Sorrideva.
In camera, la tensione era elettrica.
Marco chiuse la porta con le mani che tremavano. Rosa si tolse il cappotto e rimase con un body bianco, ma con un seno abbondante che premeva contro la stoffa. Si avvicinò, gli prese il viso tra le mani callose e lo baciò. Sapeva di sigaretta e di caffè.
«Tranquillo, tesoro. Lascia fare a me.»
Lo spogliò piano. Quando arrivò ai boxer, Marco chiuse gli occhi, mortificato. Il suo sesso era lì, piccolo, moscio, rannicchiato contro le cosce. Rosa lo prese in mano con dolcezza, lo accarezzò. Niente.
«Succede, amore. Succede. Stenditi.»
Si mise sopra di lui. Lo baciò sul petto, sul ventre, scese più giù. Lo prese in bocca con esperienza, succhiando piano, usando la lingua in modi che Marco non aveva mai provato. Lui sentiva calore, umido, piacere… ma niente erezione. Solo un piccolo fremito, una mezza durezza che svaniva subito.
«Scusa… scusa…» mormorò lui, con la voce rotta.
Rosa alzò la testa. «Proviamo diversamente.»
Si sdraiò accanto a lui, gli prese la mano e se la portò tra le gambe. Era bagnata, calda, pronta. Marco la toccò goffamente, infilando un dito, poi due, ma non sapeva bene cosa fare. Rosa gli guidava la mano, gli diceva «più su… più piano… lì, sì». Veniva piano, con un sospiro lungo, ma si capiva che era più per gentilezza che per vero piacere.
Poi provò di nuovo a eccitarlo. Lo cavalcò, strofinandosi contro il suo sesso flaccido, cercando di farlo entrare comunque. Marco sudava, spingeva, ma era inutile. Il suo pene scivolava via, piccolo e inutile, sfiorando appena l’ingresso di lei.
«Cazzo, Marco…» sbottò Rosa dopo dieci minuti di tentativi. La voce era cambiata. Non più dolce. «Ma che cazzo hai lì sotto? Un dito? Non sento niente. È la prima volta che non capita una cosa del genere.»
Lui si bloccò. Le guance in fiamme.
Rosa si alzò, nuda, con il seno che ondeggiava. Andò a prendere la bottiglia di vino, ne bevve un sorso a canna e gliela passò.
«Bevi. Tanto non serve a niente. Almeno finiamo la bottiglia.»
Marco bevve, con le mani che tremavano.
Lei si rimise la sottoveste.
«Sai che ti dico? Io sono venuta qui pensando di passare due ore belle. Due ore da donna, non da suora. Invece ho dovuto fare tutto io, e nemmeno ci sono riuscita. Tempo perso. E tu… tu sei....hai un cazzetto da bambino.»
Lo disse senza rabbia vera, quasi con pietà. Ma la pietà bruciava più di un insulto.
Marco rimase seduto sul letto, nudo, con il sesso rattrappito tra le gambe, gli occhi lucidi. Non pianse. Non lì. Ma dentro si sentì riciclato, usato, umiliato nel modo più profondo.
Rosa si vestì in silenzio. Prima di uscire, si voltò un’ultima volta.
«Torna da tua moglie, Marco. E smettila di cercare di sentirti maschio con le vecchie come me. Non è colpa tua. È la vita. Però la prossima volta… dillo prima, eh? Così non perdiamo tempo tutti e due.»
Chiuse la porta piano.
Marco rimase lì, da solo, per quasi un’ora. Guardava il soffitto dell’hotel anonimo e per la prima volta non provò solo vergogna. Provò anche una strana tenerezza per se stesso. Per quell’uomo di mezza età che aveva osato, che aveva fallito, ma che almeno aveva provato a sentirsi vivo.
Si rivestì lentamente.
E mentre guidava verso casa, con il sapore amaro del vino in bocca e il ricordo delle parole di Rosa ancora nelle orecchie, capì una cosa: forse non sarebbe mai più stato “maschio” come lo immaginava da ragazzo. Ma era ancora un uomo. Imperfetto. Ferito. E, in fondo, ancora capace di desiderio.
Solo che il desiderio, a volte, fa male. E lui lo aveva appena scoperto nel modo più crudo e vero possibile.
Marco aveva cinquantadue anni e da tempo il suo corpo aveva smesso di obbedirgli come una volta. L’erezione era diventata rara, fragile, quasi timida. Il suo pene, già piccolo quando era giovane, ora sembrava ancora più modesto: a riposo misurava poco più di quattro centimetri, e anche nei rari momenti di eccitazione non superava i nove. Lo sapeva. Lo sapeva anche sua moglie, Bruna, ma nessuno dei due ne aveva mai parlato apertamente.
Bruna, sua coetanea, era una donna dolce, riservata, cresciuta in una famiglia dove il sesso era un argomento che si sussurrava al massimo. Non aveva mai fantasticato su dominazione, umiliazioni o giochi di potere. Il loro rapporto era fatto di tenerezza, di carezze leggere, di sesso gentile e sempre un po’ frettoloso.
Una sera di ottobre, dopo una cena tranquilla, Marco trovò il coraggio. Seduto sul bordo del letto, con la voce bassa e le guance rosse, le confessò di aver comprato una cintura di castità. Una piccola gabbia di plastica trasparente, con un anello alla base e una serratura minuscola.
«Vorrei… provare» disse, senza guardarla negli occhi. «Solo per gioco. Per sentirmi tuo. Per non dover più fingere di poter fare certe cose.»
Bruna rimase in silenzio per qualche secondo. Il suo primo istinto fu di rifiutare, di ridere nervosamente, di dire che non era da lei. Invece sentì qualcosa di strano: un piccolo brivido caldo tra le gambe, una curiosità che non aveva mai provato.
«Fammi vedere» mormorò.
Marco aprì la scatola. La gabbia era minuscola, quasi ridicola rispetto a quelle che si vedevano online. Bruna la prese tra le dita, la rigirò. Poi guardò il marito, il suo viso teso, il suo corpo nudo e vulnerabile.
«Sdraiati» disse piano.
Le sue mani erano incerte mentre gli infilava l’anello alla base dello scroto. Marco trattenne il respiro. Il pene, già piccolo, si ritrasse ancora di più per l’imbarazzo. Bruna dovette spingere delicatamente con due dita per far entrare la punta dentro la gabbia. Quando chiuse la serratura con un clic leggero, entrambi rimasero a fissare quella piccola prigione trasparente.
Il pene di Marco era schiacciato, piegato su se stesso, la pelle premuta contro la plastica. Sembrava ancora più piccolo. Ridicolo.
Bruna si morse il labbro inferiore. Sentì un calore improvviso tra le cosce.
«Sta… bene?» chiese, la voce un po’ tremante.
Marco annuì, il respiro corto. «Sì… mi sento… indifeso.»
Nei giorni seguenti la donna fu gentile. Gli chiedeva come stava, se gli desse fastidio, se volesse togliersela. Ma poi, quando lo vedeva nudo con quella gabbietta tra le gambe, qualcosa dentro di lei cambiava.
La terza sera, mentre erano a letto, Bruna si girò verso di lui e, con una voce più bassa del solito, disse:
«Fammi vedere come sei messo stasera.»
Marco arrossì, ma obbedì. Si abbassò i pantaloni del pigiama. La gabbia era lì, immutata. Il pene tentava inutilmente di gonfiarsi dentro lo spazio minuscolo, premendo contro le sbarre senza riuscire a crescere.
Lei lo osservò a lungo. Poi, per la prima volta, sorrise.
«Sembra così piccolo… poverino. Non riesce nemmeno a tirarsi su.»
Marco sentì una fitta di vergogna e, nello stesso momento, un’eccitazione dolorosa che non poteva sfogare.
Bruna si avvicinò, sfiorò la gabbia con un dito. «Non puoi farci niente, vero? Sei chiuso lì dentro… tutto mio.»
La sua voce aveva preso una sfumatura nuova: divertita, un po’ crudele, ma anche calda. Si stava scoprendo.
Da quella sera il gioco divenne più esplicito.
La moglie iniziò a prenderlo in giro con dolcezza, ma sempre più apertamente. Una mattina, mentre lui preparava il caffè in cucina con solo i boxer addosso, lei gli si avvicinò da dietro, gli abbassò l’elastico e diede un colpetto leggero alla gabbia.
«Buongiorno, piccolino» disse ridendo piano. «Ancora lì che dormi?»
Marco arrossì violentemente, ma il suo cazzo imprigionato pulsò inutilmente.
La sera lei lo faceva spogliare e lo guardava camminare per la stanza. «Cammina un po’… voglio vedere come dondola quella cosina.»
Lui obbediva, umiliato e eccitatissimo. La gabbia oscillava tra le sue gambe, piccola, ridicola, impotente.
Una notte lei si sdraiò nuda sul letto, le gambe aperte, e gli ordinò di leccarla. Mentre la lingua di Marco lavorava piano tra le sue labbra bagnate, lei gli accarezzava la testa e parlava con voce morbida ma tagliente:
«Bravissimo… così. Tu non puoi più scoparmi, vero? Il tuo pisellino è troppo piccolo e adesso è pure chiuso. Devi solo leccare come una brava mogliettina…»
Marco gemette contro il suo sesso. Bruna rise piano, un suono nuovo, libero.
«Guarda come sei ridicolo… un uomo di cinquant’anni con una gabbietta da bambino tra le gambe. E io che mi sto bagnando come non mi succedeva da anni.»
Lo tenne così per quasi un’ora, facendolo fermare ogni volta che sentiva che lui stava per piangere di frustrazione, poi riprendendolo. Quando finalmente venne, gli strinse forte la testa e gli spinse la faccia contro di sé, tremando se gemendo senza controllo cercando invano di smorzare la voce che rimbalzava nel silenzio della stanza.
Dopo, mentre lui era ancora in ginocchio con la bocca lucida dei suoi umori, lei guardò la gabbia bagnata di pre-eiaculato che non poteva uscire.
«Povero amore… stai gocciolando dentro la plastica. Non riesci nemmeno a venire come si deve», poi lo guardò negli occhi con un sorriso malizioso che Marco non le aveva mai visto.
«Domani vorrei comprarti uno di quegli oggetti che si mettono dietro, ho visto su internet, credo si chiami plug, lo prendiamo piccolo e mentre lo porti, mi racconti quanto ti senti stupido e piccolo. Voglio sentirti dire ad alta voce che il tuo cazzetto non serve più a niente.»
Marco annuì, la voce rotta dall’eccitazione e dalla vergogna.
«Va bene… tutto quello che vuoi.»
Bruna gli accarezzò la guancia.
«Bravissimo. E sai una cosa? Mi piace. Mi piace tantissimo vederti così. Mi fai sentire potente… e bagnata. Non pensavo che mi sarebbe piaciuto....umiliarti, ma sei tu che me lo chiedi ed io lo faccio per te»
Lo baciò sulla bocca, assaporando il suo stesso sapore.
«Ma adesso lo so. E non ho più intenzione di smettere.»
Mmm mmm....questo è l unico modo in cui vorrei godere....
Amooooooo❤❤❤❤❤
Bitte bitte bitte, sag es mir wie das Gefül ist denn "Schwanz" so zu tragen.
I love it❤
Ti va di parlare in privato?
Certamente
In fondo sarebbe bello così, riorganizzare la propria vita seguendo la propria indole naturale. Ho represso per qualche strana ragione me stesso vedendomi sempre come un maschio alpha, da ragazzo guardavo le ragazze più belle e mi masturbavo sognandole, ma mi sentivo inadeguato. Le guardavo fidanzarsi con altri e li invidiavo, ma non facevo null'altro che continuare a sognare.
Passata l'adolescenza sognavo accanto a me una ragazza sexy che mi avrebbe fatto invidiare e sentire più uomo.
Poi il matrimonio e con il tempo la maturità che mi ha fatto comprendere di essere un beta, ma ora mi sembra tardi, mi sembra fuoriluogo, mi sembra inappropriato.
Ora vorrei una donna che mi faccia diventare un perfetto casalingo, una colf per lei, un confidente sottomesso che soggiace alla sua autorità che lei mostra anche nella sua indipendenza sessuale.
Io sempre al mio posto la vorrei servire e servire i suoi uomini, preparare casa e rifare il letto per loro, preparare da mangiare e stirare ringraziando il maschio di turno sulla porta di casa quando va via, con mia moglie accanto che è fiera di me.
Sogno, ma oramai mi sembra impossibile
Karımı bu pozisyonda çok defalar düşünüp boşaldım.
Assolutamente il mio sogno❤❤❤❤❤
small-dck-energy
Succedeva proprio così.
Anni fa oramai.
Quando ancora pensavo di avere una capacità sessuale, quando ancora non capivo quanto inutili fossero i miei 12 cm, banali, semplici, lisci, senza una gran cappella.
Quando di tanto in tanto la guardavo spogliarsi e le dicevo che volevo farla godere, ma solo alla vista del suo corpo mi sentivo già oltre e quando lei saliva sopra di me, solo il gesto delle cosce che si divaricavano mi dava una scarica nel ventre fortissima.
Cominciavo a sborrare senza averla nepoure sfiorata, solo con il suo corpo sopra di me e mentre mi scusavo lei diceva dolcemente e sarcastica "tanto lo sapevo che non potevi fare molto".
Poi è passato tempo, distacco, senza che io ammettessi "amore voglio rifarlo proprio così e se hai bisogno di veri maschi per te, sono pronto a guardarti da bravo cornuto".
Ed ora sembra tutto difficile ed impossibile, mentre io sogno e mi masturbo da solo godendo dopo pochi colpi da mollo e corto.
Sono un cornuto impotente ed è giusto che lo ammetta.
Reblog if this applies to you!
Firmo
Buongiorno ....oggi inizio così
Grande segaiolo anche io e mi piacerebbe avere le corna
Ho avuto una sola volte le corna e ancora mi ci faccio le seghe
Ci credo, deve essere una sensazione meravigliosa sapere di avere una moglie vogliosa ma rimanere solo dei segaioli
Ciao. Sei anche bisex?
Sono piu bisex
Quale selfie ti eccita di più?
Il marito
La moglie
Tutti e due
Locktober è arrivato per i beta🎉🎀
....e ci pensi e ci ripensi, ma poi sai già come va a finire...che sentirti ingabbiato, femminilizzato e schiava, ti fa sentire un fremito nel ventre che lentamente ti spinge verso la vera natura