GLI INVOLTINI PRIMAVERA DI AUCKLAND OVVERO COME DOPO QUARANT’ANNI SONO FORSE USCITO DALLE CAVERNE PERDUTE
Questo invece è un post divertente, nella misura in cui vi divertiranno i miei gravi problemi mentali di mancata aderenza alla realtà.
Dire che fin da bambino sono vissuto nel mio mondo di fantasia è troppo riduttivo… la verità è che fin da bambino ho frequentato troppo poco il mondo tangibile: non mi rifugiavo nel mio mondo alternativo, ogni tanto mi ci tiravano fuori e mi costringevano a interagire con gli abitanti di quello reale.
Non ho mai avuto la minima idea di quali fossero le regole del calcio e tutte le volte che avevo una palla in mano in realtà io impugnavo il Glaive di Krull o un Detonatore Termico pronto a esplodere; le uniche macchine che mi piacevano erano quelle di Spy Hunter o di Mad Max e quando si giocava a nascondino io inventavo sempre delle regole cruente e letali tipo Visto e Trafitto o Tana Evoca Tutti i Cadaveri.
Qualche pomeriggio fa, stupidamente, ho fatto quel gioco che sfrutta Street View e che dopo averti portato in un posto anonimo nel mondo, ti costringe a girare per trovare un aeroporto e poter tornare a casa.
https://www.mapcrunch.com/
(basta selezionare ‘stealth’ da options e poi cominciare a investigare in giro)
Ho girato per tre ore di fila in mezzo ad anonime campagne brulle e dopo aver raccolto qualche indizio (la guida a sinistra, la yucca altissima, le mandrie di cavalli) ho capito di essere in Nuova Zelanda. Allora ho calcolato il moto del sole dalle tende e dall’erba fresca e incrociando le dita mi sono diretto a Nord, trovando Auckland e il suo areoporto.
Poco dopo sono stato chiamato a cena (Figlia N.1 aveva fatto gli involtini primavera) e io ho vissuto una terribile esperienza derealizzante in cui mangiavo questi involtini camminando nella campagne neozelandesi.
- Che cos’hai? Sei strano…
- No… è che sento caldo e mi devo spostare all’ombra
- Ma se siamo in casa e fuori sta piovendo!
- Non dove sono in questo momento
Ho impiegato parecchi giorni a uscire da quei posti in cui mi trovavo sbalzato quando mi distraevo da ciò che facevo (naturalmente ci ritornerò ogni volta per il resto della mia vita quando qualcuno mi metterà davanti degli involtini primavera) e ora vi dico, invece, qual è il posto in cui sono intrappolato da quasi quarant’anni e in cui cado (metaforicamente e letteralmente) ogni volta che mangio del burro di arachidi.
Era il pomeriggio di una primavera del 1984 e io e mio cugino eravamo a casa di nostra nonna, mangiando a cucchiaiate del preziosissimo e allora sconosciutissimo burro di arachidi americano (il vantaggio di uno zio militare a Camp Derby a Livorno) e aspettavamo che sul Commodore 64 finisse di caricarsi un gioco chiamato Pitfall II - The Lost Caverns.
Il gioco era il secondo capitolo di uno sfigatissimo platform in cui il protagonista andava avanti zompando scorpioni, botole e aggrappandosi a liane ma quella volta i programmatori avevano deciso di creare un labirintico mondo sotterraneo che, complice la mancanza di un walkthrough da internet, ci pareva una cosa sconfinata, tetra e impossibile da percorrere.
Vi propongo la mappa (in questo link c’è quella in alta definizione)
Ora, immaginate lo sconforto di un dodicenne che comincia il gioco con il suo protagonista posizionato in alto a sinistra nella mappa: sotto di te vedi un antropomorfo topo gigante a cui tremano le ginocchia dalla paura e questo topo (che tu intuisci debba essere salvato) lo potresti raggiungere velocemente scendendo nella prima botola MA NO, quando lo stai per raggiungere una pantegana albina ti corre incontro e ti rispedisce indietro.
E allora capisci che il tuo amico murino lo devi raggiungere da quella botola sotto ai suoi piedi, facendo il giro lungo.
E quando dico il giro lungo intendo ORE di discesa in un labirinto pieno di anguille elettriche, pipistrelli, scorpioni e rane velenose, dove un salto sbagliato significa ricominciare da capo e dove la risalita è spesso affidata a palloncini vaganti (?!) che devi far scoppiare nei pressi della piattaforma giusta.
Il fatto che nell’ignoto vagabondare tu debba trovare un anello di fidanzamento e la fidanzata che ti aspetta immobile(?!?!) non ti deve far distogliere dall’amico topo tremolante che dopo ore di gioco (13 minuti nel longplay ma con la mappa bella forza) ti aspetta per essere salvato.
Ma c’è una beffa morale che solo mio cugino di sette anni poteva aggirare nella sua candida ingenuità: per qualche malato motivo dei programmatori, quando comparivi davanti al topo, invece di salvarlo e finire il gioco, per aver il punteggio massimo dovevi spostarti nella schermata a destra e così trovare la pantegana albina di schiena, quella che per ore avevi provato a saltare inutilmente dal davanti.
E prenderla… come qualsiasi altro oggetto collezionabile all’interno del gioco.
Sarà la musichetta ossessiva, una grafica lineare e un movimento essenziale però niente male per l’epoca ma io dopo quarant’anni continuo a vagabondare là, tra scorpioni e pipistrelli nella metafora agghiacciante che ti insegna che le cose sono lì, a portata di mano ma per averle ti tocca fare il giro lungo e faticoso, per poi scoprire che quello che ti impediva di raggiungerle alla fine ti ha arricchito tanto quanto l’essere arrivati all’agognata meta.
Fanculo Pitfall II e fanculo a voi se non vi prendete 13 minuti per guardarlo