Alla paura, ogni volta, succede la felicità.
Fu sempre così.
Rainer Maria Rilke
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Alla paura, ogni volta, succede la felicità.
Fu sempre così.
Rainer Maria Rilke
Voglio fare anche io una domanda a tutti
La lascio qui e vorrei che in modo serio, ma anche divertente (serio è anche divertente), mi rispondeste anche con calma:
Quando nei libri di storia (tablet) arriverà il momento in cui tratteranno di questo periodo cosa secondo voi varrà la pena ricordare? Fatti, azioni, citazioni, meme, tutto quello che vi viene in mente e che ritenete possa essere di aiuto a livello storico, sociale, antropologico e umano. Voglio ridere e pensare.
Via!
Bello!
Direi che, al di là dell'epidemia in sé, se questi mesi si conquisteranno il rango di vero e proprio capitolo, piuttosto che di paragrafetto a margine, sarà A) per le conseguenze a livello di Unione Europea e/o B) per il caos sui mercati finanziari globali.
Me l'immagino... "La storia della costruzione europea subì una brusca svolta quando, all'inizio del 2020, una pandemia causata da un nuovo ceppo di coronavirus provocò migliaia di vittime in tutto il mondo, Europa inclusa. Fu infatti il momento in cui i singoli stati membri si resero conto A) della fragilità del patto di stabilità e dei vincoli di bilancio? Oppure B) del ruolo fondamentale della Banca centrale Europea? O ancora C) di poter implementare nuove misure monetarie d'emergenza le quali svilupparono una solidarietà, di pari passo alla condivisione del rischio, in grado di fronteggiare, da allora in poi, anche le singole crisi debitorie.
Ma anche: "il nuovo decennio si aprì con una pandemia che mise in ginocchio le piazze finanziarie globali. In poche settimane vennero bruciati migliaia di miliardi, con ritmi di perdita più veloci di quelli del 1929. Fu il momento in cui A) le banche centrali dei paesi del G20 riuscirono effettivamente per studiare una soluzione congiunta davanti a una crisi globale, iniettando liquidità nel sistema in maniera omogenea e stilando una serie di principi, da completare con allegati di volta in volta adatti alla fattispecie, di risposta pronta e reattiva (e, possibilmente, proporzionata ai bisogni dei paesi più in difficoltà, così da permettere il raggiungimento di livello di benessere uguali, per tutti; è con il costante miglioramento dei suddetti principi di distribuzione della liquidità, adeguatamente disciplinata da una buona politica fiscale in capo ai governi, che infine il sud del mondo riuscì a raggiungere i livelli di benessere dei paesi industrializzati; oppure B) si tornò all'età della pietra.
Potrei andare avanti fino all'infinito ma è pronto a tavola.
Tutti a fare yoga di qua, yoga di là, io penso ai miei guantoni da boxe chiusi nel borsone da settimane e che palle, 26 anni per scoprire che fare sport mi piace un sacco (bugia, l'ho sempre saputo), per poi dover restare in casa fino a data da destinarsi.
26 anni a dire "dopo lo faccio, dopo la laurea mi iscrivo in palestra, anzi dopo Berlino, anzi dopo aver trovato un lavoro, anzi dopo aver trovato un lavoro che mi consenta di iscrivermi senza dover cacciare più soldi di quelli che potrei mettere da parte", e infatti eccomi qua: sul divano.
Dopo, dopo, dopo.
Dopo, mi senti?
Clo, non ti conosco bene ma ti dico licenziati e torna. Stanno istituendo voli speciali per rimpatriare gli italiani. Informati. Non posso impedirti di tornare in Italia, soprattutto non il tuo capo. Il lavoro lo ritrovi, la salute mentale e fisica no. Mi sento di dirti questo.
Visto tutto il delirio che è infine scoppiato anche qui nel corso del weekend (iniziano a capire che non è un gioco finalmente), oggi ho chiamato la capa suprema HR spiegandole la mia situazione ed è riuscita a intercedere per me, anche a fronte della probabile quarantena francese di 45 giorni che Macron annuncerà tra pochi minuti a reti unificate.
Ho preso i biglietti in fretta e furia e sto facendo per la seconda volta una valigia a casaccio. Domani devo passare per la Svizzera prendendo due treni per arrivare in Italia. Che dire, pregate per me, perché nonostante la polizia di frontiera mi abbia detto che mi faranno rimpatriare, con l’imminente chiusura delle frontiere dappertutto sto per affrontare una lotta contro il tempo e non è per nulla detto che io riesca ad arrivare a destinazione. PRAY FOR YOUR FELLOW CITIZEN.
Vorrei mettere una gif simpatica e divertente ma ho cosi tanta ansia che mi viene da vomitare. Un bacio (a debita distanza) e buona quarantena :*
Lancio una provocazione (che non vuole essere niente più di quello che è, ovvero uno spunto di riflessione): che differenza c'è tra il voler tornare a casa dall'estero in Italia, e il voler tornare a casa dal nord al sud Italia?
Tornare da posti dove il virus gira, gira (la Francia mi pare si stia rendendo conto solo da poco quanto sia grave la situazione) in posti dove, con un po' di sforzi e sacrifici, abbiamo bloccato da già due settimane. Non è ugualmente sconsiderato? Qual è, allora il senso del chiudere tutto? Il fatto che una cosa sia legale (anche tornare da nord a sud, per i residenti, lo è) ci salva dal linciaggio mediatico? Finora, no - posto che fottesega del linciaggio mediatico.
Ma è solo una provocazione: non sono nessuno per giudicare il bisogno, o anche semplicemente la voglia, di tornare a casa per riabbracciare le persone care e stare vicina alla famiglia. Capisco che sia sensato non muoversi da dove ci troviamo ora, rischiando di far propagare il virus... Ma capisco anche la sacrosanta voglia di tornare a casa. Potrei tornare al discorso del linciaggio mediatico di cui sopra e di quanto sia facile puntare il dito contro la gente che si è precipitata su un intercity notte, ma non sono così zen.
Firmato: una stronza che si era ritrovata a casa in terronia per un fine settimana a fine febbraio, che è tornata a Milano per lavoro ma che in realtà in ufficio non ci è mai tornata da allora e che, ormai, si è già rassegnata a passare (come minimo) Pasqua qui.
Detto questo, in bocca al lupo. Stare soli nei momenti difficili fa schifo.
Sto cercando di scrivere una storia, da più o meno mille mesi. Ogni due o tre settimane riaccendo il PC, che va sempre un po' più lento, scrivo mezza pagina o poco più e mi blocco.
C'è troppo dentro. Ho l'impressione di dover riaprire cassetti e cercare cose dentro di me che forse potrei anche avere perso negli anni, chissà, non ricordo che fine abbiano fatto.
Sto cercando di scrivere una storia. Fa già abbastanza ridere così: non ho più quindici anni, dopotutto.
E forse proprio questo è il problema.
Nel frattempo, leggo. Cerco di leggere il più possibile. "Prima di scrivere un libro bisognerebbe averne letti almeno mille", disse una volta la mia prof di italiano al liceo e, sebbene il più delle volte l'abbia considerata un'infame, questa mi è rimasta dentro.
La nuova casetta affaccia su un cortile interno. Stasera, dopo cena, si sentiva il gracchiare di voci in videochiamata dai telefonini e di due ragazze, ognuna felice della propria conversazione, una nell'ombra di un balcone a un secondo piano e l'altra probabilmente su un gradino vicino alle piante e ai bidoni.
Le rivolte nelle carceri. La fila per entrare al supermercato. Gli sbirri per strada.
“Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d'avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?”
— William Shakespeare (Romeo e Giulietta, Atto II, Scena II)
No. L'uso ufficiale del termine pandemia ha quasi esclusivamente connotazione politica. Infatti, il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità ha detto:
“WHO has been assessing this outbreak around the clock and we are deeply concerned both by the alarming levels of spread and severity, and by the alarming levels of inaction. We have therefore made the assessment that Covid-19 can be characterized as a pandemic…”
L'OMS, sapendo quanto s'impanicano la gente e i mercati, tira fuori il termine pandemia solo quando serve un intervento transnazionale serio per contenere il dilagare della malattia.
Se l'OMS chiama i vari governi sono tenuti a rispondere. Con il SARS-CoV-2 l'Organizzazione ha tardato (secondo molti addetti ai lavori anche troppo) perché ancora memore delle mazzate prese con il virus influenzale H1N1 nel 2009. Vi ricordate tutte le polemiche (e le teste saltate immagino) per i soldi che i vari governi avevano dovuto spendere in vaccini ritenuti da molti inutili, perché stronz creati per combattere un virus che aveva un tasso di mortalità molto basso? L'OMS sicuramente sì, ma la stupidità della shithead americana e dei suoi simili europei è in grado di sconfiggere ogni incertezza.
Non ho capito: dichiarare pandemia prima, (facciamo un due settimane fa?) e, quindi, costringere i governi a sganciare prima, non avrebbe aiutato a impedire l'ulteriore diffusione del virus?
Prendo l'esempio dell'Italia perché è quello che conosco meglio - e grazie al ca-: mi piace pensare che si sia deciso di non chiudere TUTTO e SUBITO per il timore, sacrosanto, dei danni all'economia (attività commerciali, pmi, aziende, ristoratori ecc che non avrebbero visto un soldo per settimane: siamo tutti d'accordo che sia un danno). Ma sapendo che, nell'eventualità, il governo sarebbe stato tenuto a tirare fuori i miliardi dal cappello, non sarebbe stato possibile chiudere comunque tutto e subito in Lombardia e provincie colpite, e sto parlando di un lockdown totale, piuttosto che fare le cose a metà e aspettare che il virus arrivasse in tutta Italia e oltre?
(Che poi è esattamente quello che ha fatto la Cina, prima ancora di aspettare Oms e direttive varie... e probabilmente laddove il PIL annuale al, boh, quanto sono arrivati, al 6%?, insomma laddove il PIL te lo permette immagino che il danno economico possa essere riassorbito in qualche mese, anni forse, soprattutto se sei la Cina, eppure... Eppure effettivamente a Wuhan i casi stanno calando).
Oppure le misure aggiuntive che si guadagnano nel passaggio da epidemia a pandemia riguardano solo l'ambito scientifico?
Ora lo dico, questa quarantena mi sta andando proprio bene. Posso lavorare da casa, anzitutto, il che significa gestirsi meglio i tempi senza ansia sociale (ma che ne sapete voi dei nuovi arrivati che ci hanno messo due settimane anche solo per prendere coraggio e alzarsi dalla postazione per andarsi a fare un caffè alla macchinetta), e la produttività vola.
Poi posso scendere a prendere i pacchi appena arrivano, la portinaia mi chiama e io già sono giù, il che è un'ottima notizia perché proprio in questi giorni abbiamo ordinato un sacco di cose: un box doccia, un microonde, cornici, la settimana prossima arriva anche la libreria.
Posso fare tutte le pause sigaretta che mi pare.
Posso restare per 30 minuti con lo sguardo perso nel vuoto, a contemplare questa nuova casetta.
Ora lo dico, questa quarantena mi sta andando proprio bene, perché coincide proprio con il nostro insediamento nel nido che stiamo costruendo e io posso goderselo tutto, pezzo dopo pezzo, guardando la luce del mattino che entra dalla finestra e diventa la luce del mezzogiorno e poi tramonto.
Poi mi riprendo e lavoro, lavoro, perché mi ricordo che più lavoro e, forse, meglio riesce tutto ciò.
È bello. Queste settimane mi ricordano i chiusoni pre-esame, quando vivi in pigiama e a malapena ti cambi le mutande: non ti lavi, tanto chi ti deve vedere, non ti vesti, tanto chi deve uscire, c'è solo da studiare. Solo che, al tempo, se mi guardavo intorno era difficile immaginarsi i frutti di tanta fatica: potevo solo sperare, e cristo santo se ci speravo. Vedevo foto appiccicate alle pareti, il letto della compagna di stanza, vestiti ammucchiati sulla sedia, le stesse lenzuola da settimane che sì, ora le cambio, giuro.
Adesso vedo fiori freschi dentro un vaso, la Nespresso che ci ha regalato mio padre, una televisione coi suoi giocattoli e la settimana prossima arriva una libreria dove mettere gli altri giocattoli.
Quando pensavi che una zona rossa sarebbe bastata per una vita intera, invece a quasi 11 anni di distanza (e diverse città cambiate) ti ritrovi a viverne un'altra ma ehi, poco male, tempo 24 ore e siamo tutti sulla stessa barca, inutile abbattersi.
Questa continua sensazione di emergenza sta intaccando come una goccia cinese la mia scorza di razionalità.
In compenso, nel 2009 il pericolo era proprio la casa e i tetti sopra la testa, ora invece il pericolo è fuori e le quattro pareti di casa sembrano una buona garanzia di sicurezza.
Lo spettacolo della gente e delle masse e della psicosi generale invece continua a farmi vomitare, oggi come allora.
Ma checcristo, evviva i nervi saldi.
Non fingerò di non essere mai più rientrata in questo blog. Ogni tanto venivo a sbirciare, soprattutto dopo (dopo tutto quello che è successo: i mesi a Berlino, il trasferimento al nord, aver incontrato), quando il ricordo di quello che mi aveva portato ad abbandonare questo anfratto di internet ha smesso di fare male.
Non fingerò neanche di non aver mai più provato a scrivere. Certo che ho continuato a scrivere, da un'altra parte. Certo che mi è mancato farlo, quando per una serie di ragioni tecniche il nuovo blog ora mi è inaccessibile.
Ma perché non riprovare? Perché non riprovarci?
Ho così tante cose da dire, da raccontare e, se non lo faccio qui, dove è comodo e immediato, temo di perdere tutto. Come se poi non fosse proprio questa la ragione per cui scrivo: temo di perdere tutto.
Ho sempre avuto paura di dimenticare cosa volesse dire (a nove anni essere una bambina, a quindici un'adolescente, ora una giovane adulta perché sì, non sarò abbastanza vecchia da poter fare un'operazione agli occhi ma lo sono per lavorare e pagare le tasse, il che mi sembra abbastanza per considerarmi adulta). Perché tornare qui, perché non un posto nuovo? Vediamo. Vediamo come va.
Ho così tante cose da raccontare. Forse il click che ha fatto scattare tutto è proprio qui: ho smesso di spiegare e ho iniziato a raccontare. Ecco come riconosco i miei simili: sono quelli che capiscono al volo. Non vuol dire certo che gli altri siano merda, ovvio... Però, smettendo di spiegare e iniziando a raccontare e basta, mi sento più al sicuro.
E cosa si capirebbe, ora, se iniziassi a raccontare? Da dove dovrei cominciare?
Dal cappotto azzurro che ho comprato quest'inverno, che quando lo indosso mi sento proprio come una di quelle ragazze dai cappotti colorati che passeggiano in Brera, soprattutto quando ho i capelli legati, soprattutto quando porto gli stivaletti un po' alti, e poi tornata a casa mi guardo allo specchio e a stento mi riconosco?
Dalla nostalgia di casa, sempre più (ma non ancora) lancinante, man mano che la mia vita a Milano si fa sempre più stabile?
Forse dal fatto che tra dieci minuti attacco a lavoro e ancora devo lavarmi la faccia e vestirmi, ma chissenefrega, dopotutto siamo in smart working da ormai due settimane (bella, la vita a Milano che si fa sempre più stabile).
È facile alzarsi dal letto ogni mattina, lavarsi, vestirsi, rendere produttiva la giornata o almeno tentare, fare il possibile per non abbandonarsi a un'indolenza che comunque non potrei permettermi, non ora, non a pochi mesi dalla laurea.
Più difficile è alzarsi dal pavimento quando, la sera, mi ritrovo rannicchiata al centro della stanza con le braccia attorno alle ginocchia e lo sguardo perso nel vuoto.
Più difficile è tirare avanti mentre cerco di tamponare la ferita, mentre cerco di non far vedere il sangue che ogni tanto macchia ancora le bende con cui ho cercato, sto cercando di fasciarla.
È facile distrarsi, vedere amici, tenersi impegnata con commissioni da fare durante il giorno.
Più difficile è quando la luce del giorno tramonta e arriva il buio, la stanchezza accumulata durante la giornata e negli ultimi mesi, negli ultimi anni.
Continuo a bruciare, bruciare, bruciare di una furia allucinante che prova a vendicare altrettanta tristezza, ma non c'è vendetta che tenga davanti a chi non ha neanche avuto il coraggio di guardarmi negli occhi almeno un'ultima volta. E, se non hai voluto vedermi neanche per dirmi addio, mi fa arrabbiare il fatto che potenzialmente potresti ancora leggermi. Ti ho mostrato questo angolino, questo anfratto di internet, in uno dei tanti momenti in cui pensavo di essere io il problema: ti ho fatto accedere a quest'ennesima parte di me e forse ora non te ne frega più niente (come di tutto il resto) e non passi di qui da settimane, ma forse sì - non posso saperlo.
Non ho intenzione di smettere di scrivere a causa tua, ma non ho neanche intenzione di fare in modo che tu possa ancora spiare la mia vita dallo spioncino. Allora me ne vado.
Non ce la faccio più. Me ne vado.
3 novembre 2017
Quest'anno i colori autunnali mi sembravano così sgargianti che avrei avuto voglia di morderli. Allora ho chiesto in prestito la macchina fotografica a mio padre, ho scritto a un amico che ha radunato un altro paio di amici e in breve eravamo pronti per salire in montagna a fare foto. Io non sono brava a fare foto, ma nelle ultime settimane un po' ho studiato.
Un vero peccato dunque che, dopo l'ottobre più secco degli ultimi sessant'anni, l'autunno uggioso e piovigginoso sia arrivato proprio oggi. Siamo comunque saliti dalle parti del Sirente: il mio amico aveva parlato di un bosco bellissimo dai colori caldi e scricchiolanti e, a sovrastrare il panorama, il massiccio del monte con la parete rocciosa talmente imponente che quasi ti viene da alzare le mani in segno di resa. Ma tanto con la nebbia era tutto un cazzo.
Ad esempio quest'angolo prima non era il salotto: qui c'era la mia cameretta. Questa stessa luce un tempo illuminava la mia scrivania ingombra di libri e quaderni di scuola, prima il sussidiario delle elementari, poi le dispense di epica delle medie, infine i vocabolari di latino e greco al ginnasio.
Ora c'è il salotto. La casa nuova è venuta su ribaltata rispetto a come era prima, con la zona giorno dove prima era la zona notte e viceversa. A me non piace e l'ho detto da subito. È una questione di luce: questa non è una luce da salotto. Ma non c'erano alternative, mi hanno spiegato, e allora così sia.
Mi guardo intorno, in compenso, cercando qualcosa di familiare. I mobili, ad esempio, quelli sì che sono sempre gli stessi. Ma non ci posso fare niente, c'è un'altra luce su tutto e non riconosco niente. È come essere in un universo parallelo. Tutto è uguale, niente è uguale. C'era una vita prima, con la casa costruita nel verso giusto e la luce che entrava dal verso giusto, e c'è la vita di ora, con la casa costruita al rovescio e la luce che entra dal verso sbagliato.
Certe volte invece, in certi punti (per lo più in giardino, insomma all'aperto) la luce è ancora la stessa e all'improvviso tutto sembra tornare al proprio posto. In quei punti però è come essere su una soglia tra il prima e il dopo. La vita che c'è stata prima del terremoto, la vita che è venuta dopo. E se mi fermo a rifletterci all'improvviso non sono da nessuna parte, né prima né dopo, sono su una nuvola dove la terra non trema, non c'è proprio alcuna terra sotto i piedi ma c'è solo smarrimento, sempre di più. Allora via, giù dalla nuvola, fatemi tornare sulla terra e traballasse pure, ormai lo so come funziona e meglio traballare insieme alla terra piuttosto che perdere una vita appresso allo smarrimento. Ormai lo so come funziona: niente tornerà più come prima ma la luce, la luce che illumina le cose in maniera differente, resta sempre la stessa. Non fa niente se nulla è più come prima. È un peccato, ma non fa niente: si vede che, se non è come prima, sarà qualcosa di diverso.
Ma che bello è quando durante un incubo continui a pensare "non ci credo, non è possibile, è un incubo, deve essere per forza un incubo" fino a quando non ti svegli di soprassalto ed era veramente solo un incubo?
"Bene o male ogni cosa qui si adatta Anche il bene e il male sotto il temporale se c'è un seno che li allatta C'era una lupa che voleva bene Ad un lupo solitario dai discorsi seri Percorsero una tratta di quel bosco insieme Finché il lupo non s'incamminò in altri sentieri Quando si accorse di volere bene A quella lupa ormai distratta da altri pensieri Nessuno fa ciò che non conviene In un bosco che significa stare insieme"
Now playing - A Bigger Bang, Rolling Stones. Mi sa che mi sono impallata. E mi sa anche che devo imparare a colorare come si deve.
And it won’t take long to forget yaaa You know I’m never wrooong It’ll all be ooover by Christmas No, it won’t take looong
Ascolto un sacco di musica. Mentre scrivo la tesi, mentre sono in balcone a fumare, mentre pulisco la casa, mentre aspetto l'autobus e quando ci sono sopra. Ascolto un sacco di musica ma non tutta, certi gruppi sono ancora da esorcizzare, ma again, it won’t take long.
Ogni tanto mi chiedo se effettivamente sia una roccia, talmente fregna che per riacchiapparmi mi basta una nottata di sonno coi tappi per le orecchie infilati fin dentro al cervello, o se invece sia semplicemente una persona orribile - incapace di arrivare fino in fondo anche quando si tratta di stare male.
Che ne so: qua intorno le mie amiche dal cuore spezzato passano notti in bianco scandite da chiamate al proprio ex e poi la mattina a malapena riescono ad alzarsi dal letto. Non mangiano, non studiano, sembrano non avere neanche più la forza di vivere. Io però non mi sono fatta il culo fino ad ora per poi mandare tutto (tesi, lavoro, vita sociale) a puttane a causa di uno stronzo.