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Before Sunset (2004) dir. Richard Linklater
Prima sono andato sul balcone per fumare una sigaretta. In realtà nemmeno una sigaretta, ma una di quelle cosine che si inseriscono in quella pipetta che riscalda le cosine. L’apparecchio ha un nome, ma è molto più affascinante o ridicolo così. Due piani più sotto, su un altro balcone, c’era una forchetta di plastica. Adesso mi chiedo: c’è ancora qualcuno che usa le forchette di plastica? E ancora: sono scappati dentro in quarantena talmente in fretta che hanno lasciato le posate usa e getta gridando GOOD LORD, KAREN, LEAVE THE PLASTIC FORK BEHIND?
Mi piace pensarlo.
Da lunedì sono in casa, come tutti o quasi. Prima prendevo i mezzi, con attenzione e con sospetto, mio e quello degli altri (che peso) per andare al lavoro. Poi la notizia. Non c’è molto da mangiare, ma la spesa si può ancora fare, pare.
Siamo fermi a fare la cosa che più non ci piace. Aspettare. Potrebbe succedere qualcosa, potremmo ammalarci, potrebbe andare molto peggio. E potrebbe anche finire bene o più che bene. Spesso nei casi di difficoltà non si prendono in esame tutte le eventualità. Stare fermo non mi fa bene, questo perché sono in un momento della mia vita (in corsivo perché lo sto leggendo nella mia mente e mi sto prendendo in giro da solo - sembra il monologo interiore di un personaggio di un film di Rete 4) in cui tutto è in movimento, in cui tutto è un movimento. Casa non è più casa, o almeno, è rimasto solo l’involucro. La differenza tra house e home mi viene in aiuto.
Io non sono più io, ma devo ammettere che non vedevo l’ora. Come dicevo non mi ricordo più a chi (me lo ricordo benissimo, ma non mi va di dirlo), per troppo tempo mi sono sentito un attore non protagonista nella mia vita. Chi mi conosce bene sa che sono un misto schizofrenico di spocchia supersnob e assoluta mancanza di autostima. Chi mi conosce molto bene sa che nonostante sia un adulto ho ben poche difese, e devo fare quello che posso per proteggermi. Tutto mi tocca, e solo la parte negativa delle cose mi attraversa.
E come si fa quindi a stare in casa, quando le pareti e gli angoli restituiscono l’immagine e la materia di quello che non c’è più? Mi sento anche in colpa perché c’è gente che sta male, gente con problemi rilevanti, famiglie e coppie separate che non possono aiutarsi e sostenersi. Ma così come non mi sento un eroe a stare in casa e mi danno addirittura fastidio gli hashtag sbandierati come stendardi di merito o portati a spalla come il Santo in processione, così non devo neanche sentirmi in colpa se ho delle difficoltà amplificate dal momento.
Ho in mente un mare di viaggi che vorrei fare, muretti di paesini della Scandinavia, del Portogallo o del Giappone sui quali sedermi per riposare. E la paura la sento anche io. Ma per quanto mi riguarda, ma questa è solo la mia storia, mi sono stancato di aspettare. Ci sono momenti in cui bisogna farlo, ed è giusto così. Ma in tutti gli altri no: io non sono più quello che aspetta.
Ho paura, tanta, ma non vedo l’ora.
Before Sunset (2004) dir. Richard Linklater
Le vite parallele
In questo momento probabilmente potrei avere 3 piccole Angie che vivono 3 piccole vite parallele.
Quella di ora, che in due mesi scarsi ha finito una storia che pensava fosse per la vita, cambiato casa, iniziato un’analisi settimanale con una psicologa, prenotato finalmente una vacanza come si deve e che vorrebbe farsi un piercing al naso.
Poi ce n’e una parallela che e’ appena tornata da un viaggio come si deve in Islanda, non ha mai letto i messaggi che non doveva leggere ed e’ felice e contenta di aver visto posti incredibili ed aver condiviso tutto cio’ con F., che e’ stato fantastico, simpatico, pratico e forse anche un po romantico ? (questa realta’ parallela e’ molto parallela).
C’e una piccola Angie che e’ sempre tornata da questa Islanda come si deve, non ha mai letto i messaggi che doveva leggere ma e’ triste. Il viaggio e’ stato un suicidio, ha dovuto organizzare tutto lei, F. non e’ stato partecipe ne entusiasta. Hanno litigato tanto, tutto il tempo. Non sa che fare, mandare tutto all’aria e riiniziare per l’ennesima volta da capo? Andare avanti in questa storia assurda che alla fine non sa cosa le dia?
Poi ce n’e un’altra che e’ sempre tornata da un viaggio come si deve in Islanda, ha letto i messaggi che non doveva leggere ma ha deciso di dare una seconda opportunita’. Non si sa bene perche, se lo ha fatto per lei, per lui, perche’ sembrava la cosa meno dolorosa. L’Islanda doveva essere un’occasione per ritrovarsi, e non e’ andata cosi male ma ancora sente l’angoscia nella pancia, l’ansia della fiducia persa e la sua vocina che le dice che forse doveva cogliere l’occasione e mandare tutto all’aria.
Ogni tanto mi piace farmi male e pensare alle vite parallele che sto forse vivendo, o semplicemente alle vite diverse che avrei potuto vivere.
A volte penso a come e dove sarei ora se fossi rimasta con tizio X.
Fossi stata con il Bello adesso sarei sempre nella stessa mia citta’, lavorando a Pisa, un po frustrata del lavoro, cullata dal comfort delle abitudini, forse un po annoiata dalla prospettiva futura non troppo dinamica e dalle sue battute sulla sua presunta bellezza.
Fossi riuscita a stare con R., a quest’ora sarei a Livorno, nella casa di suo padre, lavorando sempre a Pisa un po frustrata ma felice, con lui frustrato nel fare un lavoro limitante ma viaggiando spesso e forse bilanciando il tutto, ma sicuramente non sentendomi mai bella abbastanza.
Fossi rimasta con G. (jesus!) saremmo entrambi a fare un dottorato all’estero, io forse avrei gia finito e lui invece sarebbe ancora in corsa (perche mi avrebbe seguito con un po di ritardo). Avrei un sacco di corna, ma lui forse non mi avrebbe fatto mancare niente, nemmeno i suoi balletti imbarazzanti.
Non so se fa bene pensare queste cose, ma davvero la vita cambia tremendamente in base a chi decidiamo di affidarci e farci influenzare. Keep it in mind.
Gli abbracci di notte
Credo che abbia accettato tanto, troppo, tutto da lui solo per gli abbracci di notte.
I piedi intrecciati. Io che abbraccio lui, lui che abbraccia me. Trovarci stretti e respirare.
Tranquillizzarsi. Avrei superato tutte le discussioni, la mentalita’ chiusa, la poca grinta, il maschilismo. Solo per la rassicurazione di quegli abbracci.
Ma che problema ho?
Da pietra a argilla
Nel mio ultimo post, apparsto dopo una vita di lontananza da tumblr, accennavo velocemente alla mia relazione imperfetta.
Un paio di serate dopo ho lasciato questa relazione imperfetta. Non che lo avessi programmato. Ma nemmeno che non mi fossi incazzata per il suo rimanere di spalle di fronte a una litigata che mi aveva sicuramente turbato.
E questo, a dir suo, e’ stata la causa del suo “effetto”. Il mio lamentarmi della sua scarsa empatia lo ha portato ad essere ancora meno empatico e cercare rassicurazioni nelle braccia di un’altra.
La cosa che mi fa sempre strano quando finisce una relazione e’ il momento di rottura che segna un cambiamento enorme. Una settimana fa a quest’ora ero gia nel turbinio di emozioni post rottura, con lui che mi minacciava di qualsiasi cosa e io incredula nel veder LUI accanirsi contro di ME, che non avevo fatto niente.
Due settimane fa a quest’ora ero molto arrabbiata con lui per alcuni atteggiamenti preoccupanti. Ma ero gia’ dispiaciuta di aver avuto dei toni troppo duri e non vedevo l’ora di rivederlo per spiegarci e fare pace.
Tre settimane fa avevamo appena affrontato la prima Pasqua insieme nella casa nuova. 4 giorni in casa, tempo brutto, io a studiare per la tesi, lui a giocare ai videogiochi. Non proprio la situazione che mi aspettavo. Di nuovo i dubbi sul come affrontare questo “problema” senza ferirlo, senza pressarlo, ma facendogli capire come migliorare il tiro.
Tre settimane fa lui faceva foto a case in vendita “perche cosi’ facciamo anzi un mutuo che spendere in affitto”. Tre settimane fa guardavamo film uno sopra l’altro, stretti forti. Tre settimane fa mi imputava il fallimento di qualsiasi cosa, da una quiche dal sapore troppo forte, dalla mancanza di una forchetta, dal voler sempre avere ragione, dal parlare sempre con troppa superiorita’. Tre settimane fa ridevamo prendendoci in giro e cucinando. Tre settimane fa mi diceva che mi amava e che era felice della nostra vita. Due settimane fa invitava una ragazza a entrare nella nostra casa felice, e ascoltava divertito l’elenco dei posti in cui lei lo avrebbe voluto scopare.
Quando finisce una storia c’e tanta confusione. E in parte, almeno per quanto mi riguarda, e’ dovuta a questa linea temporale che divide l’inconsapevolezza con la consapevolezza. Alla convinzione di poter gestire tutto e far funzionare anche una relazione faticosa contrapposta al momento in cui prendei atto che non si puo’ tutto e che soprattutto non si puo’ da soli.
Quando scopri che le vocine dicevano il vero dal primo momento e che tu non le hai volute ascoltare per tanti motivi, che conosci gia oltretutto. Quando scopri che alcune cose invece proprio non le avresti mai immaginate. Quando c’e cosi tanta merda che l’eventualita’ di metterci una pietra sopra e’ impossibile, provi un dolore diverso.
Ogni tanto ripenso a 3 settimane fa e a quella che mi sembrava felicita’. E soffro molto. Ma non mi crogiolo sopra come una storia finita semplicemente perche’ uno dei due non ne ha piu’. Soffro per non aver voluto capire, accettare, prendere una posizione. Soffro per aver sconvolto la mia vita per una causa che forse e’ sempre stato palese fosse debole.
E ora non mi sento impietrita. Mi sento debole. Facilmente feribile. Di argilla.
E ho perso anche la mano a scrivere, non che prima fossi molto brava. Ma vedo proprio che faccio fatica a dare un senso, e mi viene fuori uno stream of consciousness alla Joyce, ma con punteggiatura.
“Mi piace la gente che vibra, che non devi continuamente sollecitare e alla quale non c’è bisogno di dire cosa fare perché sa quello che bisogna fare e lo fa in meno tempo di quanto sperato. Mi piace la gente che sa misurare le conseguenze delle proprie azioni, la gente che non lascia le soluzioni al caso. Mi piace la gente giusta e rigorosa, sia con gli altri che con se stessa, purché non perda di vista che siamo umani e che possiamo sbagliare. Mi piace la gente che pensa che il lavoro in equipe, fra amici, è più produttivo dei caotici sforzi individuali. Mi piace la gente che conosce l’importanza dell’allegria. Mi piace la gente sincera e franca, capace di opporsi con argomenti sereni e ragionevoli Mi piace la gente di buon senso, quella che non manda giù tutto, quella che non si vergogna di riconoscere che non sa qualcosa o si è sbagliata Mi piace la gente che, nell’accettare i suoi errori, si sforza genuinamente di non ripeterli. Mi piace la gente capace di criticarmi costruttivamente e a viso aperto: questi li chiamo “i miei amici”. Mi piace la gente fedele e caparbia, che non si scoraggia quando si tratta di perseguire traguardi e idee. Mi piace la gente che lavora per dei risultati. Con gente come questa mi impegno a qualsiasi impresa, giacché per il solo fatto di averla al mio fianco mi considero ben ricompensato.”
— Mario Benedetti (via confessiontomake)
Mai come ora queste parole mi fanno rendere conto di quanto abbia preso una strada totalmente opposta a questa. Ma non nel definire me stessa, che e’ sempre e solo stato in questa direzione, ma nell’accogliere persone decisamente contromano e cercare inutilmente di portarle dalla mia.
Ho perso di vista la direzione delle persone intorno a me, e questo solo per non fare la strada da sola.
Pietra
Io non mi ricordo che litigare con i genitori da adolescente fosse cosi doloroso.
Non ci ho mai litigato molto poi. Ero dopotutto una brava ragazza, mi attenevo alle regole, rientravo negli orari stabiliti, avevo una compagnia di altrettanto bravi ragazzi. Non ho mai dato pensieri e non ho mai attraversato la fase ribelle.
Poi succede che i genitori si separano quando sono grande. Iniziano a insinuarsi i sensi di colpa. Inizio a capire che forse questo amore incondizionato tanto incondizionato non e’, sta di fatto che e’ un anno e una manciata di mesi che mia mamma mi ha sbattuto fuori di casa. Nel mezzo ci ha tolto la casa in cui siamo cresciute, la casa che sarebbe dovuta essere l’investimento di tutti, le amicizie comuni che per stupidita’ o timore di andarle contro, hanno preso le sue parti.
Nel mezzo tanto dolore, una maschera che mi fa apparire imperturbabile che indosso ogni giorno, ma tanto ci pensa la notte a farmi fare i conti. La sogno ogni notte. Quando strega, quando mostro, quando semplicemente lei che mi urla addosso e io che non riesco a parlare, che mi si blocca tutto in gola.
Io non mi ricordo che litigare con i genitori da adolescente fosse cosi doloroso, dicevo. Ora, quando mi capita di litigare con mio babbo, o con mia sorella, mi immobilizzo. Resto ferma per un tempo indefinito, e ripenso a cosa ho detto, a cosa ho fatto, e cerco di giustificarmi. Penso a tutti i motivi per cui ho perso la pazienza. Ma e’ come se non mi fidassi di me stessa, e quindi avessi bisogno che qualcun altro mi confermasse che si, ho fatto bene a sbottare per quella rispostaccia, e che si, ho fatto bene a rimanerci male per l’ennesimo dubbio insinuato.
Non so se e’ perche sono eccessivamente severa con me stessa e penso che dovrei sempre porgere l’altra guancia. Perche forse a volte, lo ammetto, mi sfogo con loro e butto fuori un po di rabbia repressa. Ma a volte proprio non sopporto piu’ che mio babbo mi faccia sentire scema anche a 30 anni. E non sopporto che ogni mia decisione, se anche sbagliata, mi sia sempre presentata come una catastrofe a cui devo porre immediatamente rimedio.
E poi c’e anche che non vorrei sentirmi sempre giudicata, e non vergognarmi della mia relazione non perfetta.
Tante cose, indubbiamente.
Mi chiedo se i miei non si fossero separati, reagirei cosi ad ogni discussione? Io credo di no. Siamo sempre stati una famiglia di tribolosi. Abbiamo sempre discusso e ci siamo sempre mandati a cagare per poi passarci sopra.
Ora mi sembra di alternare momenti in cui non sopporto nulla a momenti di pietrificazione per il timore di perdere anche loro.
Ora quindi me ne staro qua, immobile, fino a che non mi saro convinta che lui ha rotto un po il cazzo, che ha usato un tono un po troppo aggressivo e che si e’ impuntato su delle cazzate giusto per dare la responsabilita a me e non a lui. Io sicuramente ho reagito eccessivamente e l’ho aggredito subito. Mi si e’ tappata la vena, e ne sono consapevole.
E’ mio padre, siamo tutti stressati, e’ normale discutere. E’ normale anche sfogarsi l’uno con l’altro. Domani sara’ a tutto a posto. Nessuno avra’ abbandonato nessuno.
Old habits new (presso Numeroundici)
💐
Cambio di disposizione per evitare spifferi malefici da finestre oramai un po vecchie
ti ho mai raccontato di quando mi hanno immobilizzato a judo?
Go for it!
Kit da viaggio: calzini antiscivolo super cool 😎 e porta pj a forma di pinguino (o è un gufo? 🤔) (presso Hotel Post Aschheim)
Non vedevo l'ora di partire per sfoggiare il mio nuovo portadocumenti 😎👩🏼💻🌍✈️🇩🇪 (presso Florence Airport)
Anatomia emozionale di un abbraccio
Ombretta Tavano