Normal People
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Normal People
“Al ga l’Alzheimer. Gli son tornati indietro gli esami”.
Lo sussurra mia nonna, come in una confidenza dalla parrucchiera, mentre stiamo cenando con i tortellini in brodo. Fuori, trenta gradi almeno.
Quello a cui son tornati indietro gli esami mi conosce da quando sono nata. Siamo stati vicini di casa. Era il mio dottore, anche se non stavo nel registro dei suoi pazienti.
“Ada, che fine”, continua lei.
Gli passa solo due anni, ha poco da fare la galletta e lo sa: ha paura.
Lui ora viene spesso a pranzo, quando la moglie è fuori, perché lei sale e scende dalla città, dall’appartamento in centro alla piazza. Non si annuncia mai, ma porta il gelato o una bottiglia di vino.
Le chiavi di casa sua le ha tutta la mia famiglia, perché le perde. Anche i documenti se li perde e la borsa da dottore, quella marrone di pelle, se la porta dietro per andare a fare la spesa.
“Ma i suoi come fanno a comportarsi così?”
Non so, nonna, non si può mai giudicare.
E intanto ricordo quando portava me e L. a pranzo in montagna, d’estate, prima che sapessi che l’orecchia di elefante è la cotoletta. E stavo sempre male in auto, perché lui guidava male.
E ricordo quando correva perché ero malata. Non voleva che io e L. scendessimo a giocare in taverna. Gli sistemavo il telefonino.
Lui diventava obsoleto e io grande.
In mezzo, mille cose successe, ma gli esami son tornati indietro.
E sussurrare come per superstizione non cancella le verità di inchiostro nero su carta bianca.
Ormai faccio sempre più fatica a fingere che mi basti.
Non reggo più l’alcool. Gli Americani restano buonissimi, ma fanno male alla testa. Le serate mi annoiano. Al dj di fama mondiale avrei preferito un portico con le lucine, una cena che si allunga senza guardare l’ora, un libro che non si lascia posare. Ho dovuto costringermi a uscire. E forse è questa la parte che fa più impressione: una volta non era così.
Oggi L. mi ha indicata e ha detto: “Ho scelto lei”. Cinque anni compiuti da poco. La maglia con i dinosauri. Lo spazio tra i denti davanti. Gli altri al tavolo, noi nel prato. A correre via, riapparire ogni tanto per rubare un falafel dal mio panino smembrato o una patatina piena di ketchup. Il mio gilet bianco, elegantissimo, macchiato di gelato. I piedi nudi. Una ginocchiata spettacolare. “Fammi vedere.” Niente di grave.
E io lo so che, raccontata così, sembra una cosa piccola.
Ma rinuncio a tutto. Alle borse firmate. Agli aperitivi in centro. Alle notti che finiscono all’alba. Ai tavoli prenotati, ai posti giusti, alle persone giuste. Tenetevelo. Tenetevi tutto.
Voglio essere quella che dice “fammi vedere” dopo una caduta e quella che spiega che si può piangere, che non c’è niente di male.
Lo voglio così tanto che mi stringe la gola.
E la parte peggiore è che non riesco più a fingere di no.
Qui è tutto anonimo, posso essere sincera, vero?
Posso lasciare che i pensieri escano così come sono, senza paura di essere giudicata, derisa o compatita?
Vorrei tornare a sporcare questo foglio bianco con il mio catrame.
Nero, denso, ostinato.
Tutto quello che non riesco a dire altrove.
Lontanissima dall’estetica di Instagram e dalla cortesia dei miei modi.
Più vicina a quello che sono quando nessuno guarda.
Hydrangea
Il ritorno si rivela, spesso e volentieri, un viaggio della speranza. A Shanghai sono le 19.20 e il mio volo per Malpensa è stato rimandato alle 3, due to the reason of weather. Ho metà libro da finire, una puntata di Dutton Ranch e il 50% di batteria.
Durante il primo volo mi è venuto il ciclo. Mi sono appallottolata sotto la coperta blu e ho provato a pensare al calore. Mi sembra di non ricordare più come si bacia. Come si fa? Quando lo vedrò domani sera — se mai questo aereo partirà — potrò saltargli al collo oppure ci sarà quel secondo di esitazione che hanno le persone quando smettono di essere certe?
La scorsa settimana mi ha mandato la foto della mia pianta di basilico, quella che gli ho affidato prima di partire.
“Come sta?”
“Va a giornate”, ha risposto.
Anche noi andiamo a giornate.
Ho provato una mancanza acuta, quasi fisica. Perché le cose belle andrebbero condivise, altrimenti persino quel bar in cima al grattacielo di Osaka sembra un po’ vuoto. Io, poi, sono una che racconta per immagini più che per parole. La vedi la nebbia che sale dal tempio Seiganto-ji? Mi hanno detto che la pagoda lì accanto è rosso acceso per tenere lontani gli spiriti maligni e le malattie. A ogni desiderio espresso in ogni tempio, ho pensato anche a te.
E ti ho comprato cose. Alcune sciocche — i calzini del 7-Eleven — altre bellissime, come le donburi in ceramica che ho scelto una a una, muovendomi piano in un negozio stipato di oggetti fragili. Chissà se tu hai pensato a me oppure no. O se nemmeno per un momento lo hai fatto, perso nelle serate e nei chilometri macinati in bici.
Dentro la valigia — quella che speriamo arrivi, perché con i ritorni non si sa mai — ci sono tonnellate di skincare, vestiti sporchi, scarpe che hanno percorso tanta strada e ricordi nuovi di zecca.
Intanto, Shanghai si riempie di pioggia e ritardi.
Ho aperto l’anta di legno, tirando la chiave dorata, e ho scelto una camicia a caso, tra quelle appese con ordine. Bianca e azzurra, a quadretti, il tessuto liscio, morbidissimo, l’odore dell’armadio dei nonni, da che ne ho memoria. La taglia è XL. L’ho cacciata in borsa e me la sono portata via. Ora la guardo spiccare tra le mie e mi chiedo se la nonna se ne accorgerà. Avrei voluto prendere anche una cravatta, magari un maglione. Tutto è rimasto in perfetto stato, anche se sono passati vent’anni ormai. Lei ogni tanto svuota, lava, stira, rimette a posto. So com’ero vestita al funerale di lui, in pieno agosto. Ho la fissa per i dettagli del vestiario. So com’era vestito il nonno, l’ultima volta che l’ho baciato. Ricordo l’abito di mia madre al matrimonio di G. Spesso dimentico i volti, li confondo, ma mi restano stampati in testa i vestiti. La prima psicologa non aveva nessun gusto, il rosa salmone che stride con la sua carnagione giallastra è una fotografia indelebile. Il copriletto in camera degli zii, quella camera in cui ho pianto così tanto, chiusa a digiuno, era bordeaux, con motivi paisley sull’azzurro. Ho chiesto al pittore di dipingere di rosa il soffitto del bagno. Un bel rosa, accesso e brillante.
Jakob Kellner, 1720-1775
Diana and Callisto, 1763, painting on metal, 38.8x28 cm
Slovak National Gallery Inv. O 5460
Dimenticavo che ho avuto la cistite, partecipato a tre grigliate, visto una mostra bellissima e sono rimasta senza soldi, perché ho prenotato cose bevuto ballato. Arrivare al 24 senza fare la fame sarà impossibile, ma che devo fare, comprare un gratta e vinci? Turista per sampre e lascio il lavoro, la valutazione da 99.5/100 mettetevela in culo, non mi serve, non mi gratifica. Ah il lavoro, vero, tasto dolente, dolentissimo, quasi un’ulcera. Faccio il meno possibile, continuo a guardarmi in giro, valuto se valga o meno la pena vendere l’anima al diavolo.
Una gatta grigia, tigrata, viene a trovare C., ormai con una certa frequenza. La sento miagolare sotto il balcone, le apro, regalo un complimento. C. non le presta attenzione, lo sguardo che lancia è di finto disinteresse, ostenta superiorità. Qualche volta lei si lascia accarezzare, allungata tra le sbarre del balcone, altre volte miagola e corre via, verso il giardino dei vicini, da dove probabilmente proviene. Sono settimane che mi pongo domande, riempio le giornate finché non svengo, sfinita, mi rialzo, spesso senza aver dormito abbastanza. La primavera si manifesta in me, ogni anno, con le sembianze del sonno costante. Vorrei sprofondare nell’erba di un prato al sole, chiudere gli occhi, abbassare la visiera sul volto, restare. E invece litigo, non leggo, scrollo, vado in terapia, nuoto, corro, mangio l’indispensabile, arranco, cammino spedita in salita, condisco insalata con le uova sode, mando messaggi a mio padre, allontano l’inarrestabile invadenza materna, fumo erba profumata, mi idrato molto, faccio fanghi, nuoto ancora, inizio serie tv cui presto attenzione per 7 minuti soltanto, cuocio spinaci per torte salate, compro scarpe nuove da trekking, pratico yoga, scatto istantanee, posto su instagram, guido nervosa, perdo capelli, litigo di nuovo, scopo tanto, con voglia, applico sieri, vivo, insomma, cerco di vivere. È tutto qui, nessuno si è perso niente, solo che non riesco a scrivere. Inizio e va tutto in vacca. La gatta arriva quando vuole, si concede a metà, sparisce. Non deve riempire il tempo, non si ossessiona.
The Kiss by Rodin
L’ultimo cassetto di L. contiene dolci e caffè. Lo chiude a chiave quando è in smart, affinché io non possa abusarne, e mi lascia sulla scrivania una caramella, un cioccolatino fondente o un biscotto vegano. E una cialda profumata. Ogni tanto, nel caos di chiamate, mail, riunioni, mi dice “guardami” e quando gli sorrido lui fa “come sei bella a zio” e mi fa sorridere più largo.
La mia amica stamattina mi ha riportato una teoria interessante: se su una strada stretta devono passare due auto, una bici e un pedone, è sicuro che passeranno tutti insieme. E su quella strada manco c’è l’asfalto, per cui il passaggio alza polvere, altro che strade bianche. E non si parla di strada, ma di sovraccarico emotivo.
Perché il punto non è quante cose succedono. È quando succedono. Sempre tutte insieme, sempre nel momento più stretto, sempre quando hai meno spazio per respirare. E tu lì a gestire traffico che non hai deciso, cercando di non investire nessuno — soprattutto te stessa.
E poi ho letto per la prima volta in vita mia del concetto di incompetenza strategica e ho avuto una spiegazione a qualcosa che mi sono chiesta per anni.
Detto in parole povere, vuol dire che qualcuno è “incapace” nel modo giusto, al momento giusto, con la persona giusta. Non perché non sappia fare le cose, ma perché gli conviene non saperle fare. O farle male. O farle così male che alla fine le fai tu. È un’incapacità selettiva, chirurgica. Non totale — perché poi, guarda caso, sul lavoro, con gli amici, nelle cose che gli interessano, funzionano benissimo.
E allora tu ti ritrovi a colmare, sistemare, anticipare, coprire. All’inizio lo chiami amore, disponibilità, spirito pratico. Poi, se sei fortunata (o stanca abbastanza), inizi a chiamarlo con il suo nome: spostamento del carico.
E lì qualcosa si ricompone. Non tutto, ma abbastanza da farti venire il dubbio che forse non eri tu quella “più capace”, ma quella più disponibile a non lasciare cadere i pezzi.
A volte ritornano. Ma non tornano mai uguali: tornano con un nome nuovo. E quando le cose hanno un nome, iniziano a perdere quel potere strano di sembrarti normali.
È come se tutte le mie terminazioni nervose, le nevrosi, i pensieri e i sentimenti si fossero dati appuntamento nello stesso punto del corpo, tra le cosce, come una marea che sale.
Non ho indossato il reggiseno.
I capezzoli sfregano contro il tessuto della maglietta e ogni passo è una scintilla breve, insistente. Il corpo lo sa prima della testa. Il corpo chiama.
C’è qualcosa di caldo e vivo dentro di me, pulsa piano ma non smette.
È una voglia viscerale, quasi animale. Ormonale.
Come se il mio corpo stesse parlando una lingua antica fatta di sangue, di pelle, di umidità e di attesa.
Allora mi viene da pensare che dovrei segnarlo sull’agenda.
Ore 8:12 — appuntamento con me stessa.
Luogo: da qualche parte tra il cuore e il ventre.
Dress code: pelle.
È buffo pensare che tutta questa tempesta possa stare in una riga di calendario.
Come se fosse una call qualsiasi, una cosa da niente.
E invece no.
È una riunione urgente di cellule, nervi, ricordi e fantasie.
Una piccola sommossa interna.
Io arrivo sempre puntuale a questi appuntamenti.
Non porto niente con me, se non il mio corpo
che oggi è liquido, nervoso, vivo.
E incredibilmente mio.