Frammento n°: 16
Tecnica: pastello, matite colorate su carta
Misure: 26 x 25,5 cm
Periodo di esecuzione: 21/01/2018 – 23/01/2018
Oggetto: IV, corridoio
Collocazione: a sinistra, in alto
Note: -
One Nice Bug Per Day
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Frammento n°: 16
Tecnica: pastello, matite colorate su carta
Misure: 26 x 25,5 cm
Periodo di esecuzione: 21/01/2018 – 23/01/2018
Oggetto: IV, corridoio
Collocazione: a sinistra, in alto
Note: -
Gesualdo Bufalino, “Diceria del’untore”, 1981, ed. Bompiani, 1992-2016, Milano, pp. 57-59
Solo mi ritrovai sul marciapiedi, quando fui sceso dal convoglio in sosta, e solo mi incamminai verso casa, sempre più certo a mano a mano che, se anche arrivavo senza preavviso e dal mio espatrio tanto tempo era trascorso, mille nemici vi erano, scaltri, svegli, feroci, che mi aspettavano sul varco. Sicuro, mille e mille ricordi mi facevano la posta, in veste di mendicanti o sicari, né c’era verso di liberarsene. Davanti all’uscio dal noto colore, mentre la mia mano esitava, tenendo a mezz’aria un picchio di ferro imbrunito dal tempo, eccoli, prima l’uno, poi l’altro, poi tutti insieme: strabocchevole ciurma, le cui voci, insultando, supplicando, mi si rincorrevano nelle orecchie, sperando in una risposta che non sapevo trovare.
Poi fra me e mio padre tutto quell’alterco da piangere: io che non voglio abbracciarlo, sfiorarlo con le mie labbra nocive; lui che insiste, mentre il mento gli si infossa e nell’iride balena e si rintana un allarme di preda sorpresa. Ma chi è ora quest’uomo canuto, minuto, con una lisa maglietta appiccicata agli uncini delle scapole? Dov’è sepolto, con chi me lo hanno scambiato, il mio fuligginoso ciclope dalle risa di tuono? E’ un vecchio che trema, costui, e ripete il mio nome, e mi spinge senza forza verso la mia stanza di studente. “Tutto è come prima” mormora. “Non abbiamo toccato nulla.”
Certo, certo, tutto era come prima, non avevano toccato nulla: un nido di serpi, un pozzo di raccapriccio. Con ogni serpe al suo posto. C’è il calendario di allora, la chitarra, il letto di ferro. I tre sassi di calcare, scolpiti dall’aria, sulla scrivania che non ha smesso di gemere. In fondo a un cassetto, sempre quello, riempiti fino all’orlo di un inflessibile inchiostro, senza guardare riconosco al tatto i miei sublimi quaderni di cadetto di Brienne. Quanto a lungo ho creduto in me, e quanto a torto, davanti a qu3esto scrittoio di finta pelle, accanto a questa portafinestra, da cui si vede ancora la stessa piazzetta da niente, un fazzoletto da sole disabitato e fermo. Non c’è più l’alberello di acacia che vi cresceva, ma sempre le contrapposte panchine, lunghe quanto un corpo d’adolescente sdraiato. Qui ogni sera due sorelle gemelle tornavano a scoprire in uno spacco di corteccia l’occhio di una civetta. Affacciandomi mettevo in rotta senza scampo le loro vesti di mussola rosa. Gli dissi parole d’amore, una volta. Dove sono ora, che turbine se l’è portate via?
Ogni serpe era al suo posto, e mi piacque riaffondarci la mano. Ripresi a vivere nella casa, quasi sempre a letto, come in balia di un vapore della mente che mi proibiva di alzarmi. Non guardavo che quelle panchine, dal mio letto, e non leggevo, non parlavo quasi, fumavo solo tantissimo, di nuovo, senza riguardo. C’era fumo dentro la stanza, fumo, lamette usate, capelli fra i denti del pettine. E un’incandescenza che non cambiava, come in un lago di sale. Ma non ci badavo, troppo preso ero in un pensiero. Mi distraeva solo talvolta, dalla strada, una sconsolata voce di donna che chiamava un acquaiolo, un arrotino. Oh avrei voluto che veramente tutto attorno a me franasse in un tracollo di polvere, ore creature parole: ogni istante era un affilato coltello di luce a cui offrivo pazientemente le mani. Un tempo era questa la mia terra, sapevo le travature dei tesori, le profezie delle erbe, parlavo a una capra dalle mammelle nere. Ora non oso andarmene a testa nuda fra tante muraglie avverse; attraversare senza una vertigine gli spopolati sagrati dove è avvenuto un miracolo o ammazzeranno qualcuno. Rimango dentro e non faccio nulla, mi lavo solo tantissimo, ma non serve, il corpo mi si insudicia lo stesso, immediatamente, mi sento lungo la pelle aderire una patina di morchia e impastarmi i capelli, dietro la semiluna pallida dell’unghia un nero cresce di minuto in minuto, senza motivo. Com’è difficile stare morti fra i vivi: un astruso gioco d’infanzia è diventato, vivere, e mi tocca impararlo da grande.
Frammento n°: 15
Tecnica: penna gel e grafite su cartoncino
Misure: 11,9 x 17,8 cm
Periodo di esecuzione: 02/01/2018 – 07/01/2018
Oggetto: IV, soggiorno
Collocazione: a sinistra, poco sotto la metà
Note: -
Frammento n°: 14
Tecnica: penna gel viola su carta colorata
Misure: 4 x 10 cm
Periodo di esecuzione: 27/12/2017
Oggetto: IV, bagno
Collocazione: a sinistra, verso il basso
Note: -
Frammento n°: 13
Tecnica: penna biro nera su carta colorata
Misure: 12,9 x 24 cm
Periodo di esecuzione: 17/11/2017 – 23/11/2017
Oggetto: V, salotto, corridoio, camera del P.
Collocazione: lato destro, sopra la metà
Note: -
Robert Walser, "La passeggiata", 1919, trad. Adelphi, Milano, 2013, pp. 73-75
Ciò che vedevo era insieme povero e grande, piccolo e colmo di significato, leggiadro quanto modesto, buono quanto caldo e amabile. Particolare gioia mi dettero due case, che nella chiara luce solare se ne stavano l’una accanto all’altra come due figure a riscontro, vive e cordiali. Attraverso la lieve affabilità dell’aria, delizia si avvicendava a delizia, passava un tenue tremito di piacere. Una delle due case era l’osteria “dell’Orso”. Buffo e ben fatto mi sembrò l’orso dell’insegna. Castagni ombreggiavano la casetta, che di certo albergava gente buona e simpatica; non aveva affatto, quella casa, l’aria orgogliosa di certi edifici, bensì appariva come la familiarità e la fedeltà stessa. Da ogni parte dove giungevano sguardo si scorgeva un fitto splendore di orti, cadeva una verde farragine di foglie gentili.
L’altra casa, nella sua nitida e graziosa piccolezza, era simile alla vignetta di un libro per bambini, tanto si presentava strana e seducente. Tutt’intorno ad essa il mondo sembrava essere perfettamente bello e buono. All’istante mi innamorai, oso dire, alla follia di quella deliziosa miniatura di casa, e non avrei chiesto di meglio che entrarvi subito per farvi il mio nido e starvi a pigione, così da sentirmi stabilmente domiciliato e tutto a mio agio nella casetta fatata; ma ahimè, proprio le abitazioni più belle sono quasi sempre occupate, e se uno va in cerca di una casa confacente ai suoi difficili gusti gli va certo male, perché quello che trova vuoto e disponibile è perlopiù orrendo e tale da far davvero paura.
Certamente la bella casuccia era abitata da qualche donnicciola o nonnina che viveva sola: tale era l’aspetto e il profumo che ne emanava. Se me lo si vuol concedere, riferirò che il piccolo edificio rigurgitava di pitture murali o affreschi, raffiguranti con molta gradevolezza un paesaggio alpino svizzero, entro il quale, naturalmente dipinta, stava una casa dell’Oberland Bernese. La pittura in sé non era affatto buona, e volerne parlare come di un’opera d’arte sarebbe alquanto azzardato. Ma io, nondimeno, la trovavo deliziosa. Ingenua e semplice com’era, riusciva perfino a entusiasmarmi. Bisogna sapere che ogni pittura, per goffa che sia, mi entusiasma, perché ogni pezzetto dipinto mi fa pensare anzitutto alla diligenza e alla solerzia, e poi all’Olanda. Ogni musica, anche la più meschina, non né forse bella per colui che della musica ama l’essenza e l’esistenza? Qualsiasi essere umano, anche il più cattivo e sgradevole, non è degno d’amore per chi è amico all’uomo? Che un paesaggio dipinto nel bel mezzo di un paesaggio vero sia qualcosa di capriccioso, di piccante, nessuno vorrà negarmelo. Quanto alla circostanza che nella casetta abitasse una vecchierella, non l’ho data affatto per certa. Strano, però, che possano venirmi alle labbra parole come “circostanza” quando intorno a me no ha da esserci che morbidezza e pienezza di natura, quasi fossero sensazioni e presagi di un cuore materno! Per il resto, la casetta, era tinteggiata di grigioazzurro e aveva imposte color verde chiaro che sembravano sorridere; e nel giardino olezzavano i più bei fiori. Sopra un chioschetto o bersò pendeva e si torceva con squisita grazia un rosaio tutto fiorito.
Alberto Moravia, “La noia”, 1960, Milano, Bompiani, pp. 185-187
Come fui nel corridoio, andai a caso alla prima delle quattro porte che vi stavano allineate e l’aprii. Mi apparve una cameretta di una povertà gelata: la luce, fredda e bassa, veniva dal cortile, attraverso i vetri senza tendine della finestra. Un letto di ferro verniciato di nero, con l’olivo benedetto legato alle sbarre e la coperta rossa ben rincalzata sul materasso sottile, due seggiole cosiddette da cucina, col fondo di paglia gialla e un piccolo armadio di legno grezzo, componevano tutto l’arredamento. Fui subito sicuro che questa era la camera di Cecilia; lo capii dall’odore che era nell’aria, un odore femminile un po’ acre e selvatico che ricordavo di aver sentito tra i suoi capelli e sulla sua pelle. Aprii l’armadio per assicurarmi meglio e, infatti, appesi alle stampelle, vidi i pochi vestiti a me ben noti, in cui consisteva il guardaroba di Cecilia: la gonna da ballerinetta che aveva portato durante l’estate, quando l’avevo conosciuta; un vestito a due pezzi, di lana grigia, che indossava nei giorni freddi; un cappottino nero che portava la sera; un vestito nero, di quelli chiamati da mezza sera. Su un ripiano c’era un involto di carta velina bianca: la borsa che avevo regalato a Cecilia il giorno che avrebbe dovuto essere quello della nostra separazione. Richiusi l’armadio e mi guardai intorno cercando di definire a me stesso la sensazione che mi ispirava la camera; e alla fine compresi: era nuda e squallida, ma di una nudità e di uno squallore naturali e quasi ferini, quali si notano nei luoghi, anfratti o grotte, in cui abitano le bestie selvatiche. Una nudità, per dirla in una parola sola, non tanto di casa povera, quanto di tana. […] Sì, mi dissi, quell’appartamento stringeva il cuore se si pensava che era abitato da uomini; ma a partire dal momento che si immaginava che ci vivesse un animale selvatico, piccolo e grazioso, una volpe, una martora, una lontra, diventava accettabile, normale.
La casa ospita / Home hosts
Giada Pianon + Carolina Pozzi
Esposizione Atelier F 21/12/2017
Franz Kafka, “Egli”, in “Frammenti e scritti vari”, Milano, Mondadori, 1959 (1989 Td), pag. 20
Egli vive nella diaspora. I suoi elementi, un’orda di libertà, percorrono il mondo. E soltanto per il fatto che anche la sua camera fa parte del mondo egli li vede talvolta in lontananza. Come può esserne responsabile? E Questa è ancora responsabilità?
Il suo appartamento ha una strana porta: quando la si chiude, non la si può aprire, ma bisogna farla levare dai cardini. Per questo egli non la chiude mai; anzi, perché non si chiuda, colloca contro la porta sempre semiaperta un cavalletto di legno. Ciò gli impedisce beninteso di stare in casa a suo agio. I vicini, è vero, sono persone fidate, ma ciò nonostante deve portare con sé tutto il giorno gli oggetti di valore in una borsa, e quando sta in camera coricato sul divano, è come stesse nel corridoio, d’estate gli entra di lì l’aria afosa, d’inverno quella gelida.
Jean-Paul Sartre, “La nausea”, Roma, L’Espresso S.p.A, 1948 (2003 Td), pp. 84-85
Dolce luce; la gente sta in casa, certo anche gli altri hanno acceso la luce. Leggono, guardano il cielo dalla finestra. Per loro... è un’altra cosa. Sono invecchiati in un altro modo. Vivono in mezzo alle cose ereditate, ai regali, ed ogni mobile per loro è un ricordo. Pendole, medaglie, ritratti, conchiglie, fermacarte, paraventi, scialli. Hanno conservato tutto. Il passato è un lusso da proprietari.
Ed io dove potrei conservare il mio? Non ci si può mettere il passato in tasca; bisogna avere una casa per sistemarvelo. Io non possiedo che il mio corpo; un uomo completamente solo, col suo corpo soltanto, non può fermare i ricordi, gli passano attraverso. Non dovrei lagnarmi: il mio solo desiderio è stato d’esser libero.
Mircea Eliade, “Il sacro e il profano”, Torino, Bollati Boringhieri, 2016, pag. 41
La casa, come la città o il santuario, è santificata in tutto o in parte, da un simbolismo o da un rituale cosmogonici. Perciò stabilirsi in un posto qualsiasi, costruire un villaggio o semplicemente una casa, rappresenta una decisione grave, dal momento che l’esistenza stessa dell’uomo vi è impegnata: si tratta insomma di creare il proprio “mondo”, di assumersi la responsabilità di mantenerlo e rinnovarlo. Non si cambia casa a cuor leggero, perché non è facile abbandonare il proprio “mondo”. L’abitazione non è un oggetto, una “macchina da abitare”; è l’Universo che l’uomo si costruisce imitando la Creazione esemplare divina, la cosmogonia. Ogni costruzione, ogni inaugurazione di una nuova casa equivale in un certo senso a un “nuovo inizio” a una “nuova vita”. E ogni inizio riproduce l’inizio primordiale in cui l’Universo ha visto la luce per la prima volta. Anche nelle società moderne, cioè desacralizzate, i festeggiamenti che accompagnano l’installazione in una nuova casa assomigliano alle feste rumorose che contraddistinguevano, a suo tempo, l’incipit vita nova.
Aby Warburg, “Il rituale del serpente”, Milano, Adelphi, 1988 (1998 Td), pag. 26
L’uomo, che non procede più a quattro zampe ma in posizione eretta, e perciò ha bisogno di un ausilio per vincere la forza di gravità quando guarda in alto, ha inventato con la scala lo strumento per nobilitare questa sua inferiorità nei confronti dell’animale. L’uomo, che nel suo secondo anno di vita impara a levarsi in piedi, conosce la felicità del gradino perché, in quanto essere che ha dovuto dapprima imparare a camminare, riceve al tempo stesso la grazia di poter levare il capo. Salire è l’excelsior dell’uomo, il quale dalla terra tende al cielo: è l’atto simbolico per eccellenza, che conferisce all’uomo deambulante la nobiltà del capo levato, rivolto verso l’alto.
Osservare il cielo è la grazia e la maledizione dell’umanità.
Mircea Eliade, “Il sacro e il profano, Torino, Bollati Boringhieri”, 2016, pag. 22
Il passaggio della soglia domestica è accompagnato da una serie di riti: ci si inchina e ci si prostra di fronte ad essa, la si sfiora con un pio gesto della mano, ecc. La soglia ha i suoi “custodi”: dèi e spiriti che ostacolano l’entrata alla malafede degli uomini e alle potenze demoniache e pestilenziali. Sulla soglia vengono offerti sacrifici alle divinità custodi. Per alcune culture paleoorientali (Babilonia, Egitto, Israele) la soglia è il luogo del giudizio. La soglia e la porta rivelano immediatamente, concretamente la soluzione di continuità dello spazio; di qui la loro importanza religiosa, essendo i simboli e insieme i mezzi del transito.