La fotografia ritrae due adulti stretti sotto un ombrello. Nell ' inquadratura non si vedono i loro piedi e la spalla di lui è leggermente tagliata.
Sullo sfondo , la facciata di un hotel di Venezia di cui non sapremo mai il nome , solo una grande L sfuggita alla presenza ingombrante dell'ombrello.
Molti altri particolari non sapremo mai :
che fine hanno fatto quei due sotto l'ombrello ? Lei possiede ancora l' orologio viola che porta al polso ? Ha veramente mai smesso di piovere da quel giorno ?
Al di là dell' immagine sbiadita , non inquadrate , tutte le possibilità che non entrano in una fotografia.
Se fossimo scrittori e americani sarebbe tutto così semplice. Basterebbe stilare una lunga , estenuante lista di ogni cosa visibile e ridurre la realtà all' equivoco del suo nudo inventario. Una mano attorno al collo di una bottiglia di vino , l' altra sotto la gonna di una bella passante, dopo aver fatto a pugni con un turista messicano, per poi finire sbronzi ad un tavolo dell' Harry's bar sfidando i propri lettori a braccio di ferro.
Noi non siamo scrittori. Apparteniamo al flusso ininterrotto degli esseri esclusi che gira in vortici immensi intorno all' immagine fissa. Come il bambino con il giubbotto blu. Non ha lasciato traccia nella fotografia perché è stato lui a scattarla.
Sappiamo che dopo aver restituito la macchina fotografica si è allontanato tra la folla. Per un po' lo abbiamo seguito nel tortuoso labirinto di calli , ponti e canali. Poi è scomparso.
Lo abbiamo rivisto anni dopo. Per l'esattezza è stato lui a riconoscerci per strada , altrove. Sembra che gli esseri rimasti fuori dai margini di una fotografia si incontrino più volte in una vita. Ci ha raccontato di sé, dei suoi viaggi , dei suoi amori . Ci ha parlato dell' ultimo che se ne è andato via . Ce l'ha indicato. Vedi è quella laggiù. E mentre parlava abbiamo notato che non era molto cambiato. Anche se il corpo era cresciuto, rimaneva nel volto quell'aria luminosa , come un vapore , una nebbiolina di minuscole scintille tremolanti intorno ai lineamenti da bambino perduto.
Qualcosa si muoveva intorno a noi , una forza misteriosa, evocata da parole troppo limpide , fresche di un dolore così giovane da non conoscere altra espressione che un sorriso dolente . E noi muti , davanti al suo modo straziante di consolare gli altri per essere testimoni del proprio dolore . Di chiedere scusa per essere vivo e aver amato.
Non esiste Venezia, ragazzo. Noi siamo Venezia . Noi siamo quella maestra elementare ebrea che annotava nel suo diario una giornata felice , una gita in gondola con le amiche. Prima della guerra , prima dell' orrore. Il gondoliere stava quasi per finire in acqua e l' amica lo ha afferrato per un braccio. Lui le è cascato addosso.- che imbarazzo , scrive , che risate ! Meno male che il remo non è caduto in acqua altrimenti staremmo ancora lì a galleggiare....
Siamo noi questa nave in fiamme che naviga tra le stelle , sfiorando pianeti ostili , attraverso galassie senza fine, accanto a cose che ci guardano , a corpi che ci toccano , siamo noi nel tuo sorriso triste , nel tuo amore finito che è l' amore di tutti noi, siamo la maestrina ebrea , il gondoliere, siamo le risate di amiche dimenticate , siamo l' orrore...siamo la fine ...noi che non smettiamo mai....noi siamo ancora lì ....destinati a galleggiare per sempre come riflessi nella corrente eterna della meraviglia.