#7 Vi parlo di me
A volte mi chiedo quando sia successo davvero.
Il momento esatto in cui ho smesso di sentire qualcosa.
Non parlo delle grandi emozioni, dei fuochi d’artificio o dei baci sotto la pioggia… parlo di quelle piccole cose che ti facevano venire il nodo in gola senza un motivo preciso.
Ora cammino in mezzo alla gente e mi sembra di guardare un film in cui non recito più.
Le loro risate mi arrivano ovattate, le loro lacrime sembrano finte, e io… io non so nemmeno se sono ancora un personaggio o solo lo sfondo sfocato di una scena che nessuno riguarderà mai.
Dentro di me c’è un silenzio così grande che a volte ho paura di sentirci l’eco del mio nome e di non riconoscerlo.
È un vuoto che non fa rumore, non esplode, non chiede attenzione. Semplicemente ti cancella a poco a poco, come una gomma che passa sempre sullo stesso punto del foglio finché non resta che un alone, e neanche tu sei più sicuro di essere mai stato scritto davvero.
E poi c’è lui. Quel bambino che ero, seduto sul pavimento di una stanza troppo grande, con un giocattolo rotto in mano e gli occhi lucidi, mentre dalla porta socchiusa entrava il rumore del mondo dei grandi.
Promesse, scadenze, voci che parlano di soldi, di lavoro, di essere “forti”, di “andare avanti”.
Quel bambino ha provato ad alzarsi, a raggiungerli, a diventare uno di loro.
Ha messo via i sogni in una scatola di cartone, convinto che un giorno avrebbe avuto il tempo di riaprirla.
Ma quella scatola è rimasta in soffitta, sepolta sotto anni di “dopo”, “più tardi”, “adesso non posso”.
Oggi, quando mi guardo allo specchio, vedo un adulto che finge di avere tutto sotto controllo, e dietro il suo riflesso, in un angolo, intravedo ancora quel bambino: fermo, con gli occhi rossi, che mi chiede sottovoce se abbiamo davvero fatto tutta questa strada solo per imparare a non sentire più niente.
E in quei momenti mi domando se esisto davvero… o se sono solo il sogno di quel bambino che si è perso nel mondo dei grandi e non ha mai trovato la via di casa.
{cit.Dislessico}








