Eccomi nella nuvola,eccomi nella stanza intensamente opaca in cui ho sempre sognato di addentrarmi. Vago nella superba sala da bagno di vapore. Ogni cosa, attorno a me, mi è sconosciuta. C'è di sicuro, da qualche parte, un mobile a cassettiera, con scaffali che sostengono delle scatole sorprendenti. Cammino sul sughero. Sono stati così folli da alzare uno specchio in mezzo a tutti questi calcinacci! E i rubinetti che continuano a sputare vapore! Supposto che ci siano dei rubinetti.
Ti cerco.
Anche la tua voce è stata presa dalla nebbia. Il freddo fa passare sulle mie unghie una lama di novanta metri(al centesimo non avrei più unghie). Ti desidero. Non desidero che te. Accarezzo gli orsi bianchi senza riuscire a arrivare fino a te. Nessun'altra donna avrà mai accesso in questa stanza in cui tu sei mille: il tempo di scomporre tutti i gesti che ti ho visto fare, Dove sei? Giuoco ai quattro cantoni con fantasmi. Ma finirò pure per trovarti e il mondo intero si illuminerà di nuovo perché ci amiamo, perché una catena di illuminazioni passa attraverso noi. Perché porta con sé una moltitudine di coppie che come noi sapranno, senza limite, farsi un diamante con la notte bianca. Io sono quest'uomo dalle ciglia di riccio di mare che per la prima volta alza gli occhi sulla donna che deve essere tutto per lui in una strada azzurra. La sera quest'uomo terribilmente povero, che stringe per la prima volta una donna che non potrà distaccarsi da lui, su di un ponte. Io sono, nelle nuvole, quest'uomo che per raggiungere la donna che ama è condannato a spostare una piramide fatta di biancheria.
Un gran vento di festa è passato, le altalene hanno ripreso ad oscillare, ho avuto appena il tempo di vedere risalire alle più alte nevi la vasca da bagno di spume marine, tornare al letto del torrente le mirabili apparecchiature michelate. Tanti accapatoi stanno stesi ad asciugare al sole quante sono le volte che tu eri ripetuta nella camera torbida. Sono le tovaglie violentamente profumate dei fiori di una ginestra bianca, il retama, il solo arbusto che cresce ancora a questa altezza. Appende a guscio calcinato e scricchiolante della terra i suoi splendidi banchi contornati da bianche mitili che scendono a piccoli balzi verso il lato sud dell'isola arido e deserto. Da questa parte, i rischi di cedimento del terreno hanno indotto l'ingegno a innalzare barriere di pietra che ne sposano le più piccole pieghe naturali , il che conferisce a una grande estensione di paesaggio un aspetto scaglionato, cellulare e vuoto quanto mai inquietante. Da biondo al bruno il suolo esaurice presto allo sguardo tutte le verità di miele. In alto, un nibbio immobile, con le ali spiegate, sembra di essere là da sempre per proclamare l'impossibilità di qualsiasi vita tra quelle pietre. Di qualsiasi vita salvo quella del retama che, nell'angolo più riparato di ogni poligono, fa a profusione inanellare i suoi fiori. E' la prima volta che provo, davanti al mai visto, una impressione così completa di già visto. Questa recinzione così particolare, questa luce di mucchio di sabbia, queste eliche stinte sparse ovunque come dopo un grande pasto di mantidi e, al di sopra di tutto, questa unica fioritura che si è tentati di prendere per il radioso bollimento della distruzione, ma si: sono proprio quali li inventava due mesi prima della nostra partenza per le Canarie, sono proprio i Giardini Inghiottiti di Max Ernst. Allora la tua e la mia vita giravano già attorno a questi giardini di cui lui non poteva supporre l'esistenza e alla cui scoperta ripartiva ogni mattino, sempre più bello sotto la sua maschera di nibbio.














