hasisi park
I'd rather be in outer space 🛸
Aqua Utopia|海の底で記憶を紡ぐ

ellievsbear

No title available
Monterey Bay Aquarium

if i look back, i am lost
Not today Justin
Three Goblin Art
Cosmic Funnies

祝日 / Permanent Vacation

titsay

PR's Tumblrdome
RMH

★

Kiana Khansmith

oozey mess

No title available
Jules of Nature

Janaina Medeiros
🪼
seen from Malaysia
seen from United States

seen from Brazil

seen from United Kingdom
seen from Morocco

seen from United States

seen from United States
seen from United States

seen from New Zealand

seen from Italy

seen from United States
seen from United States
seen from Spain

seen from Australia
seen from Australia

seen from New Zealand
seen from United States

seen from United Kingdom
seen from Belgium

seen from United Kingdom
@giamjarss
hasisi park
nelle famiglie povere di stimoli manca qualcosa di preciso: la trasmissione del desiderio. nessuno ti mostra che si può essere appassionati di qualcosa. nessuno ti insegna che esistono cose che valgono la pena.
già ieri sera cominciavo ad avere questa sensazione, che nonostante le fatiche e i dubbi mi sentissi finalmente di star costruendo un corpo che mi appartiene. poi stamattina mi sveglio in casa dei miei, vuota, con le cicale e la calma. loro sono andati al mare e sono da sola. improvvisamente mi sono sentita serena e tranquilla. ho avuto un momento di totale sollievo e distensione dei nervi. ho espirato aria esclamando “aaah”. ero stanca, ma rilassata. mi ha ricordato la stessa reazione che avevo quando, da più piccola, non volevo andare a scuola. mamma e babbo mi lasciavano in preda all’ansia sul pavimento mentre piangevo, mi dicevano di tornare a letto e che, anche per questa volta, potevo rimanere a casa. ma solo alla porta chiusa dietro di loro e al rumore della macchina che se ne andava in lontananza, io cominciavo a tranquillizzarmi. avevo ottenuto quel che volevo certo, quale bambino non vorrebbe rimanere a casa piuttosto che andare a scuola. ma c’era qualcosa di più profondo che forse solo oggi ho capito davvero. mettici le mia ansia sociale, la disforia, non ho mai ben identificato i motivi precisi del perché, ad un certo punto, smisi completamente di andare a scuola. ricordo distintamente però quella sensazione di essere finalmente libera, di riuscire ad allentare la pressione. evidentemente, quello era l’unico momento in cui potevo connettermi a me stessa, potevo allentare la morsa dei pesi emotivi dei miei genitori che hanno sempre scaricato su di me. forse non sono mai davvero stata triste per colpa mia, per colpa di un qualche difetto, ma perché loro mi hanno troppo spesso addossato i loro dolori. ed io come una spugna assorbivo. allora avevo bisogno di stare sola, almeno la mattina, per sentire le cicale e stendere le braccia nel letto. ora forse questo corpo ha imparato a frequentare sempre di più le proprie emozioni e stimoli. lo sento più mio, distinguo meglio ciò che è solo mio. stamattina mi sono sentita a casa, dentro di me, col vento estivo che entrava dalla finestra. in una nuova casa in cui non ho mai avuto modo e tempo di rimanere per più di qualche ora. a casa in me, anche appena sveglia, anche girovagando nella mia vecchia casa.
brittany chavez, this is bliss, 2010
love me hate me say what you want about me !!
this is where i post from
jeff buckley. "it's never over" (2025)
ti amo per sempre
i will get back everything i never had
una cosa è che nonostante tutte le mie grandissime paranoie dopo aver incontrato un ragazzo, la cosa che mi rimane più impressa è che non mi do mai la possibilità di non pensare: non allarmarmi, non entrare dentro a lunghissime spirali di ipotesi catastrofiche, non so fare, a non fare niente. è un po’ come se fossi stata cresciuta pensando di dover stare perennemente in uno stato di ansia. per esempio, se esco con un ragazzo e non penso abbastanza a tutte le possibilità di sfacelo e dolore che questo potrà recarmi, allora è come se “non mi fossi preparata abbastanza” perché è normale che questo accadrà. e allora forse me la prenderei con me perché non mi sono ascoltata abbastanza da evitare una situazione in cui potrei essere rifiutata, abbandonata, non voluta. e dirò di più, pensare costantemente a qualcuno in quel modo ossessivo, sfiorando idee completamente astruse e violente, è come se fosse uno strano modo per ammettere a me stessa che quella persona potrebbe interessarmi. se non la pensassi insomma, vorrebbe dire che non ci tengo abbastanza. stare male pensando a qualcuno è un modo per dimostrare a me stessa che so provare amore. mentre quella persona è fuori a divertirsi e mentre io vorrei da me solo la bellezza e la scoperta di un po’ di vitalità sconosciuta e repressa
voglio pensarmi solo così, felice di aver colto un fiore
scoprire di non essere mai davvero andata via da me
ho deciso di incontrare un ragazzo che mi ha corteggiata per qualche giorno su instagram. si complimentava per la mia bellezza, voleva sapere dei miei film preferiti, voleva parlare. per fortuna ha proposto subito di vedersi. un appuntamento al parco, c’era il sole e faceva caldissimo. sto cambiando modo in cui scrivo, cerco di romanzare meno, di vedere con più chiarezza quello che accade. il mio diario è una lista noiosa di fatti. ma a volte ho bisogno di capire, perché i miei sentimenti mi offuscano quasi sempre. proprio per questo ho deciso di uscirci. per capire come si sarebbero comportate le mie emozioni davanti a questo grande risveglio della primavera, dopo almeno tre anni che non incontravo uomini sconosciuti e un anno di totale mancanza di sesso in ogni sua forma. decido di buttarmi. sarebbe stato un test. beviamo una birra al parco, ha 23 anni, è molto più alto di me. è bello, capelli scuri, molto magro. ha una faccia che cambia forma spesso. prima di salutarci gli ho detto “la tua faccia ora è ancora diversa” lui ha risposto “perché stai cominciando a conoscermi”. questo mi fa sentire piuttosto stupida nell’aver trasformato un casualissimo incontro privo di aspettative in un film romantico. rieccoci. la mia solita fame d’amore che al momento mi preclude qualsiasi gioco o superficialità. non so prendermi cura del mio piacere, non so sfruttare un uomo per soddisfarmi. spero sempre che sia lui in un qualche modo a farmi sentire più donna, a farmi sentire più amata. e per quanta era la curiosità di vederlo nudo nel mio letto, altrettanta era la voglia di averlo già nel cuore. ho riconosciuto questi volumi sballati, e ho cominciato a pensare. la giornata è stata molto tranquilla, io ero piuttosto connessa a me stessa. poi, dopo qualche drink, ci siamo stretti, mi ha baciata, mi ha detto di voler fare sesso. i discorsi, da erotici, hanno cominciato a presentare battute sempre più sconce - “ho una gran minchia” - eccoci di nuovo. mi bacia e mi saluta dicendo “ciao bellina”. poco prima, l’immagine che si era inventato di me era quella di una ragazza pronta a scopare con lui. dopo i miei baci sulla guancia e i miei sguardi dolci invece, ha cominciato a dirmi che ero timida e abbiamo parlato d’amore e connessione. avrà cambiato discorso per sintonizzarsi sulla mia fame d’amore, ho pensato. se ne va con le sue gambe lunghe, arriva a casa e mi scrive che è stato bene con me. “ci vediamo venerdì sera come ci siamo detti allora?” gli scrivo io. forse gli era più comodo sabato, ma a questo messaggio non ho mai ricevuto risposta. e sono passate più di 24 h. non gli sono piaciuta? il rifiuto vuol dire che non sono bella abbastanza, o peggio, donna abbastanza? in realtà non sono problemi miei, ma mi ha ferita. quello che mi ferisce, è come io possa investire sentimenti profondissimi non appena un uomo ha il coraggio di oltrepassare la mia soglia di protezione. sono sfinita e senza difese. vorrei essere più fredda e distaccata, poter fare sesso e conquistarli con il corpo come fanno le mie amiche. ma sono diversa, questo è ciò che sono: una mendicante d’amore
questo fa male
la me adolescente avrebbe condiviso a pieno questo messaggio. born this way baby e i am fucking crazy but i am free. e mi piaceva che questi messaggi legittimassero qualsiasi cosa io fossi o stessi pensando o facessi in quel momento. era come un “ti senti sbagliata, ma sai che questo ti rende un po’ speciale”. era un imperativo semplicissimo da seguire con fede cieca “sii te stessa”. eppure non credo sapessi di essere qualcosa o qualcuno, ma sentivo che questi messaggi mi alleggerivano il peso di sentirmi sbagliata. non avevo bisogno di capire cosa fossi davvero, perché essere me stessa era proprio non saperlo, ma fare delle cose. vestirmi in un certo modo. faccio quindi sono. ho costruito un’identità sul fregarmene, sul ribellarmi, e quella ero io. la me di ora non riesce nemmeno a dire “be yourself” perché si blocca ancora prima, tentando di comprendere a pieno tutto, a voler avere la certezza che quella cosa che sto essendo è la cosa giusta, la me piu vera. il focus non è più sul poter essere pazze e sbagliate, qualsiasi cosa io fossi prima, ma sull’avere la certezza di essere qualcosa, di esistere credo. mi manca potermi consolare dicendomi di essere me stessa e basta. spero di trovare il modo di definirmi, quindi crescere, ma riconquistare anche l’innocenza e il coraggio di fregarmene del risultato. perché il punto è proprio quello: l’atto, l’essere fottutamente pazza. agire la pazzia. non chiedersi se lo si è davvero.