Diario di bordo - 3° giorno di Route 66 (Kansas)
Il Best Western si rivela essere un adorabile motel a tema Route 66. Facciamo una ricca colazione e poi salutiamo questo gioiellino, ma non prima di aver scambiato quattro chiacchiere con un paio delle diverse persone che sono nella sala con noi. Alcuni degli ospiti sono qui per la Route. Era da un po’ che non incontravamo “compagni di viaggio”; a voler essere precisi dal primo giorno di Route 66, quando appena fuori da Chicago abbiamo conversato con un gruppo di americani anche loro pronti ad attraversare la Mother Road. Ci siamo trovati a consultare le indicazioni sulla Route davanti a una stazione di servizio chiusa e ci siamo augurati buona strada.
Prima di andare via facciamo qualche foto all’esterno, davanti alle riproduzioni di auto d’epoca e di una pompa di benzina.
Ieri non abbiamo avuto modo di vedere Springfield (Mo), quindi ne approfittiamo per fare un giretto. Oggi il tempo è strano. Non c’è il caldo di ieri pomeriggio, ma nemmeno il freddo di ieri mattina. C’è vento, però. Cerchiamo invano una lavanderia e poi giriamo per il centro (e indovinate com’è?)... deserto. Per strada incrociamo massimo un paio di persone. Qui, comunque, sembra ci siano molti più negozi che negli altri posti dove siamo stati, escluso ovviamente Chicago. Passiamo da un asilo e mi chiedo quanti bambini lo frequenteranno. Tre? Non lo so. Le cose sono due: o questi americani non ci sono oppure non escono per le strade. Eppure il motel stamattina era abbastanza popolato. Mistero. Passiamo anche da un carinissimo teatro con i pannelli bianchi con su scritti i titoli. Hai presente? Oh, andiamo, lo avrai visto in mille film. A ogni modo, passando da lì mi domando se riusciranno mai a riempire la sala.
Salutiamo Springfield e ci muoviamo verso quello che scopro essere il paradiso. Immaginavo già che mi sarebbe piaciuto, ma non credevo tanto. La prossima meta infatti è Bass Pro Shop, un negozio gigantesco (credimi quando dico gigantesco) che vende articoli da campeggio, da caccia e da pesca. Questa meraviglia è divisa in diverse sezioni, tutte a tema. In quella dedicata alla pesca, per esempio, c’è anche un acquario da poter visitare. In quella dedicata al campeggio c’è, oltre a un’infinità di articoli di qualsiasi tipo come arnesi per cucinare all’aria aperta e un milione di altre cose di cui non sapevo l’esistenza, una zona dedicata anche ai giochi da campeggio e ai cibi. Mi perdo davanti a milioni di salse, patatatine e snack vari. Compro alcune delle cose più strane che trovo e poi mi dirigo verso la sezione seguente: quella dedicata alla caccia. Qui ci sono riproduzioni di animali feroci, piccole cascate artificiali e addirittura un alligatore. VERO! Che strano poggiare la mano sul vetro e appurare che tra me e lui non ci sono che un paio di centimetri.
Ci rimettiamo in marcia qualche ora dopo. Oggi, in una giornata, se tutto va bene, ci troveremo in ben tre Stati.
Usciamo dal Missouri pronuciando “Come il Missouri però non c’è niente” e poi urliamo di gioia nel momento in cui passiamo il confine del terzo Stato: siamo in Kansas!
Forse si commuove per il nostro arrivo, non lo so, fatto sta che il Kansas ci dà il benvenuto con la pioggia. Tanta. Ha fascino anche così o forse proprio per questo, non lo so. So solo che pioggia o no, del Kansas mi innamoro subito. Il paesaggio è diverso. Il verde comincia a lasciare il posto al giallo-arancio. Salutiamo le foreste di aceri, le querce e cominciamo ad abituarci alle praterie. Questo Stato ha qualcosa di speciale che non può essere descritto.
Piove ma non c’è freddo, quindi abbandoniamo la macchina nel bel mezzo della strada deserta e ci lanciamo giù.
Ci sentiamo folli, folli e felici, mentre corriamo a ripararci sotto la tettoia di un negozio chiuso e pieno di murales. Saltelliamo, urliamo, facciamo foto. Altro che metereopatia!
Ripartiamo e passiamo da una vecchia stazione, poi davanti alle riproduzioni dei personaggi di Cars, il cartone animato della Disney. La tappa successiva è una bottega che deve avere avuto minimo cento anni. Le mensole sono piene di bottiglie vuote d’epoca e tanti altri cimeli. Il proprietario è un signore anziano e gentile che ci domanda come siamo approdati lì. Compriamo qualche cartolina e torniamo in viaggio.
Troviamo tanti negozietti chiusi e poi un centro informazioni per viaggiatori che attraversano la Route 66. All’inizio, quando entriamo, non c’è nessuno. Poi spunta una donna da una porta dietro la quale ci sarà casa sua (a quanto pare qui è normale). Scambiamo quattro chiacchiere con lei, ci fa firmare un diario delle visite e poi la lasciamo al suo pranzo che, a dirsi dal profumo nella stanza, deve essere pronto.
Sono quasi le tre e stiamo morendo di fame anche noi. Decidiamo non fare più soste fino a quando non troveremo cibo da mettere sotto ai denti, invece dopo pochi minuti salta fuori una sosta irrinunciabile. Pickers’ Post, un negozio nell’usato che ha tutta l’aria di nascondere tesori. Al nostro ingresso i proprietari allungano verso di noi una ciotola di popcorn e ci invitano ad assaggiarli, poi ci chiedono da dove veniamo. Anche loro, come gli altri, rimangono sconvolti non appena rispondiamo Italia. Ci chiedono il permesso di scattarci una foto e noi accettiamo. Hanno una pagina facebook e la caricheranno lì, ci fanno sapere. (Ho controllato adesso e sì, c’è.) Poi tirano fuori un mappamondo pieno di puntine da disegno e ci invitano a metterne una sulla nostra città d’origine. È davvero tanto emozionante scoprire di essere la prima siciliana ad avere scovato questa meraviglia.
Perdiamo tanto tempo in giro per il negozio. Ci sono così tante cose che catturano la nostra attenzione da far passare in secondo piano anche la fame. Qui c’è di tutto: pezzi di legno grezzi colorati, oggetti vari creati a mano, cd e libri, giocattoli antichi, cartoline già spedite e addirittura confezioni di collant vintage (senza le calze). Compriamo qualcosina e poi andiamo via. Io prendo un libro per un dollaro.
Finalmente troviamo una stazione di servizio e pranziamo. Mentre Gloria e Luca fanno la fila un ragazzo americano entrato dopo di noi paga per loro. E quando sgomenti gli chiedono come mai, lui risponde che l’ha fatto così, per aiutarli. Assodato il fatto che in America si usa fare in questo modo, dobbiamo proprio avere l’aspetto di quattro barboni disperati.
Il piovoso e bellissimo Kansas ci dice addio troppo presto, ma la tristezza lascia subito il posto a un nuovo entusiasmo. Come ogni volta tengo d’occhio il navigatore e avviso gli altri nel momento esatto in cui varchiamo il confine. “Siamo in Oklahoma” urlo, e salutiamo tutti con un grido di esultanza il nuovo Stato.
Attraversiamo miliardi di Ranch e mi dico che un giorno mi piacerebbe pernottarci. Lo terrò in considerazione per il prossimo viaggio. Deve essere una bella esperienza. Mentre sfrecciamo nella meravigliosa Route 66 deserta, assistiamo al tramonto più bello della nostra vita. L’orizzonte sconfinato e insolitamente distante si colora di arancio, rendendo ancora più denso il colore dei campi. È La prima volta che non c’è nulla a destra e sinistra a delimitare lo sguardo. Niente case, niente edifici, niente alberi, solo distese di praterie infinite e lunghe chilometri. (Ti giuro che la descrizione non rende minimamente. Bisogna essere lì per capirlo.)
Se in questo momento mi chiedessero cosa è la libertà risponderei: “qui, ora”. E se mi chiedessero cosa è la felicità risponderei allo stesso modo. Con i cuori traboccanti di gioia schizziamo, squarciando il vento, per la Strada tutta nostra, riempendoci gli occhi di questo spettacolo.
Quando sta facendo ormai buio passiamo dalla Blue Whale a Catoosa, un ponte a forma di balena su un laghetto.
Per cena ci fermiamo a Tulsa, città finalmente popolata. Ci sono diversi locali e gente per strada. Wow! Scegliamo il Caz’s Chowhouse, uno steakhouse molto carino. Siamo indecisi se provare i Calf Fries adesso o se riservarli per domani. Nel nostro viaggio a Edimburgo abbiamo provato le Haggis, interiora di pecora. Quindi ci sembra giusto provare anche questa particolare specialità.
Alla fine troviamo sul menù altre cose interessanti e ci ripromettiamo di assaggiare i Calf Fries domani a pranzo. Così, con soli 9,99 dollari prendo un secondo di carne con due contorni. Tutto molto buono.
Poi ripartiamo. Vogliamo raggiungere Oklahoma City e pernottare lì. Prenotiamo un motel e ci rimettiamo in cammino. Sono circa le otto e mezza e contiamo di arrivare lì fra tre orette circa. Siamo abbastanza stanchi ma dandoci il cambio alla guida dovremmo farcela.
Inizia così, con queste premesse tutte positive, la notte più lunga del nostro viaggio.
All’inizio attraversare la Route di sera è rilassante. Non ci siamo che noi e fuori si respira tranquillità. Il primo guerriero crolla presto. Gloria, sopraffatta dal sonno, si abbandona a Morfeo. Rimaniamo in tre a darci il cambio. Per un po’ la cosa non ci pesa, soprattutto perché siamo impegnati in un dibattito che vede Marco convinto che la strada sia in pendenza, anche se non è vero. Nel frattempo diversi animali ci tagliano la strada (opossum, volpi e addirittura cervi) e, a dirsi dalle chiazze di sangue sull’asfalto, devono non averla tagliata solo a noi. Per un pelo Marco non fa fuori un opossum che per fortuna corre al sicuro giusto in tempo.
Passiamo anche da Pop’s ad Arcadia, un negozio a forma di bottiglia che vende bibite di tutti i tipi. Peccato essere arrivati qui di sera, mi sarebbe piaciuto provarne qualche gusto bizzarro.
Quando Luca alla guida dice di vedere doppio, ci fermiamo per una breve sosta in una stazione di servizio, la prima che ci capita di incontrare da tante tante miglia. Intanto si sono fatte le undici e mezza e siamo, scopriamo con sconcerto, solo a metà del percorso. Luca, esausto, “chiude gli occhi giusto due minuti” e così rimaniamo in due. Io non ho sonno, o almeno non troppo. Il mio fidanzato super apprensivo però, nonostante faccia fatica a restare sveglio, insiste affinché si rispettino i turni stabiliti in precedenza: quindici minuti ciascuno.
Ci immettiamo in autostrada all’una e qualcosa. Seguiamo il navigatore e sbagliamo l’uscita per la città circa mille volte. A questo punto io sono tanto stanca da non riuscire nemmeno a capire ciò che succede intorno a me e visto che non posso essere d’aiuto mi faccio da parte e lascio spazio agli altri che nel frattempo hanno recuperato un po’ di forze. Riusciamo a raggiungere Oklahoma City solo alle due di notte e finalmente arriviamo davanti al Days Inn, il motel prenotato tramite booking ore fa.
Siamo tanto stanchi da non avere quasi nemmeno la forza di scendere dall’auto e di trascinarci tutte le nostre cose che giorno dopo giorno diventano sempre di più. Siamo talmente esausti che l’essere arrivati a destinazione dopo quasi sei estenuanti ore sembra troppo bello per essere vero. Entriamo e ci avviciniamo al bancone, ma io non riesco a scacciare un fastidioso presentimento.
Un uomo alla reception controlla la nostra prenotazione e dice che c’è un errore. Lascio cadere tutto ciò che ho tra le mani a quelle parole. Non so perché, me lo sentivo, e sono troppo stanca per affrontare qualsiasi cosa che non implichi il dormire immediatamente. Abbiamo prenotato al Days Inn, sì, solo che non questo. Gli chiediamo se può fare una modifica visto che si tratta di una catena. Ci mostriamo anche disponibili a prendere un’altra stanza, tutto pur di non metterci in strada. Non può aiutarci, ci dice. Può solo spiegarci dove si trova il motel corretto e chiamare il suo collega per accertarsi che la prenotazione sia confermata.
Io per un attimo mi rifiuto. Decido che dormirò qui, sulla sedia della reception di questo stupido motel. Oppure in macchina, potremmo dormire in macchina. Quando siamo partiti dopotutto ci siamo ripromessi di provare anche questa esperienza. Gli altri però insistono nel cercare il motel, ormai che ci siamo quasi. E così, con uno sconforto paragonabile a quello della prima giornata a Chicago, raccogliamo le nostre cose e ritorniamo in macchina, per un’ultima grande fatica. Impieghiamo un’altra ora a trovare il Days Inn giusto, ormai sono già passate da un pezzo le tre. Facciamo le docce più addormentati che svegli (nel senso che dormiamo aspettando il nostro turno per il bagno) e poi moriamo sui materassi per qualche ora.
Ed è così che termina questa lunghissima giornata che ci ha visti in ben tre Stati: la mattina nel Missouri, il pomeriggio nel Kansas e la sera nell’Oklahoma.