Stava per cominciare lo spettacolo.
I tanti surfisti presero posto in quella loro platea ondivaga, ognuno a cavalcioni della propria tavola, esattamente sopra il nastro di luce che il sole srotola sul mare.
Quassù in tribuna accorsero in tanti con la Canon al collo, le Dorada in mano, teli e stuoie per sedersi lungo il bordo di quella costa alta a picco sull’Atlantico che chiamano La Pared.
Noi due eravamo così fieri del posto d’onore che ci eravamo guadagnati: il van parcheggiato in prima fila centrale rispetto a quel palco naturale, il salottino da campeggio apparecchiato per la hora feliz con patatine al Jamón Iberico, il libro in una mano e il bicchiere nell’altra.
Sua maestà il Sole si nascose appena dietro le velature lievi, per poi ricomparire nel suo massimo splendore e calarsi infine sulle increspature sorprendentemente morbide dell’oceano a quell’ora, cospargendo tutto intorno a sé di quell’intenso rosa aranciato, perfettamente in tinta con il Rosado Tempranillo stappato per l’occasione.
E poi, così come accade dopo un bellissimo spettacolo, tutti raccolsero le proprie cose per andarsene, con quell’espressione leggermente sospesa e l’andatura lenta di chi si è goduto l’esibizione ma è anche un po’ amareggiato che sia già tutto finito.
Per noi due invece era solo l’inizio. Ancora una volta ci sentivamo i più fortunati entrando nel caldo del van per continuare a guardare ancora, dal letto, l’arancione che diventa giallo sempre più pallido e poi lascia il campo ai toni del blu.
Ad un tratto non riuscivo a vedere più nulla intorno, ma continuavo a sentire le onde persistenti e costanti. E l’Oceano sembrava esser cresciuto come un gigante, aver inghiottito la spiaggia fino a raggiungere la costa alta, ed essere lì a ballare a pochi passi da me.











