Mercoledì 24 febbraio
Una storia di Segreti e Gratitudine
Arrancava piano. Si inginocchiava. Poneva la mano destra sulla pietra, col palmo rivolto verso se stesso, l'altra parallela, a poca distanza. Poi muoveva la sinistra verso di sé, girandola parallela alla pietra prima di raggiungere la destra. La avvicinava alla bocca, col palmo verso l'alto, avvicinava la bocca. Tirava fuori la lingua. E mentre leccava la mano, la inclinava verso il basso in modo che la forza di gravità lo aiutasse nel compito.
Chiudeva la bocca. E dopo solo un attimo ingoiava. L'attimo era necessario a trovare la forza di ciò che stava per fare, non era sufficientemente breve ad evitare che il terribile sapore facesse strage di lingua, guance, gengive e palato.
Ripeteva i gesti un'altra volta. Un'altra ancora. Dopo tre o quattro volte si appoggiava sulle nocche sfregiate, si ergeva in piedi tra brividi di dolore, arrancava piano. Dopo un paio di passi tentennanti si fermava, di nuovo si abbassava sulle ginocchia martoriate, appoggiandosi stavolta sui palmi escoriati. E ricominciava.
L'altro uomo lo guardava dalla spiaggia, all'ombra di una palma. Lo guardava con lo stesso sguardo con cui guardava la sua vicina di casa, la signora Espoli, quando era adolescente.
Da piccolo l'aveva scoperto per caso: una sera di inizio estate, quando aveva sette o otto anni, non riusciva a dormire per l'afa notturna. Piuttosto che chiamare i suoi genitori, pieno d'orgoglio e desideroso di mettersi alla prova, cercò di raggiungere da solo la maniglia della finestra. Riuscire a raggiungerla e girarla gli provocò un'ingenua soddisfazione, di quelle che solo un bambino può provare, riconoscendo un proprio merito nell'essere diventato più alto.
Fu allora che la vide.
La sua finestra era l'unica di tutta la casa che si affacciava sul cortile della signora Espoli, una donna di mezza età, diventata vedova da pochi anni.
La vedova uscì nel giardino dalla porta sul retro. Indossava una vestaglia leggera, una vestaglia che una donna come lei era decisamente troppo vecchia o troppo giovane per portare. Aveva con sé una piccola bottiglia d'acqua.
Il bambino sentiva che stava per succedere qualcosa e la curiosità era talmente forte da soffocare il senso di colpa per stare spiando la vicina. Il senso di colpa diede un ultimo colpo di reni quando la signora si tolse la vestaglia rimanendo completamente nuda; non riuscendo a sconfiggere la galoppante curiosità, tacque in disparte e non si fece notare più fino al mattino dopo.
La vedova appoggiò la vestaglia sulla cuccia di Asburgh, l'ormai defunto cane dei due coniugi, morto insieme al marito nell'incidente e probabilmente ultima distrazione fatale del signor Espoli. Versò il contenuto della bottiglia nella vecchia ciotola di plastica azzurra, con il nome dell'animale scritto in quello che avrebbe poi scoperto chiamarsi Comic Sans. Si chinò sulle mani e indietreggiò a quattro zampe, entrando nella cuccia, lasciando solo la testa fuori. Dopo aver fissato a lungo e intensamente la luna, aveva abbassato lo sguardo ed aveva cominciato a dare piccoli e veloci leccotti alla ciotola, bevendone lentamente il contenuto.
Gli occhi del bambino erano pieni di stupore.
Molti suoi coetanei al suo posto avrebbero chiesto spiegazioni ai genitori, o ne avrebbero parlato con gli amici. Lui no, lui sapeva cosa aveva visto, lo riconosceva per quello che era: un Segreto. E sapeva che un Segreto aveva valore solamente in quanto tale.
Per alcune settimane cercò ogni notte di rimanere sveglio abbastanza a lungo da poter rivedere il Segreto. La maggior parte delle volte semplicemente si addormentò alla finestra. Alcune no. Alcune volte poté andare a letto con gli occhi luccicanti di chi è testimone di un Segreto, come chi assiste alla fioritura annuale di un fiore o chi vede un clown piangere e le lacrime esorcizzare quell'orrenda maschera di falsità.
Ma col tempo perse interesse. Smise di rimanere alzato fino a tardi. Smise di provare stupore. Era il suo Segreto e tale rimaneva, ma aveva perso di mistero e magia. Si era mischiato alla quotidianità.
Quando, verso i vent'anni, una mattinata di inverno lasciò dietro di sé il cadavere della povera vedova in molti si chiesero cosa fosse successo e perché una signora sessantenne si trovasse nuda in una cuccia in piena notte. Lui non disse mai nulla. Era il suo Segreto. E lo sarebbe stato per sempre.
Con lo stesso misto di stupore e noia guardava l'altro suo compagno di sventura. Subito lo aveva incantato lo strano rituale di quell'uomo. O meglio, subito lo aveva riempito di gioia trovare un altro essere umano nelle sue stesse condizioni, ma questa gioia era stata presto soffocata dall'impenetrabile mutismo dello sconosciuto. Ora, dopo tre giorni, mentre osservava all'ombra il suo compare che arrancava faticosamente nella salina naturale creata dagli scogli.
"Sarà meglio che oggi tu faccia un po' più in fretta, Amico."
"Con questo vento, mi sa che ci saranno onde belle grosse."
"E onde belle grosse vuol dire che ti toccherà smettere ben prima dell'arrivo dell'alta marea"
"Comunque dovremmo dare un'occhiata in giro"
"Durante l'alta marea intendo ovviamente"
"Ovviamente"
"Insomma, dopo due giorni di noci di cocco mi sono un po' rotto i coglioni ecco"
"Non mi definisco certo un cuoco provetto, ma ho un buon istinto coi sapori sai?"
"Oh, comunque voglio stare attento eh. Niente bacche o funghi. Mica voglio fare la fine di quello di Into The Wild"
"Te l'hai visto?"
"Bè ti sei perso un gran film nel caso. È tratto da un libro sai?"
"Che poi se uno di noi due l'avesse letto quel libro, magari c'era scritto pure come sopravvivere in casi come questi"
"Magari no, magari era solo la versione lunga e noiosa del film"
"Che poi mi chiedo come tu faccia a essere vivo"
"Cioè, non sono mica un dottore o un biologo"
"Sono un ingegnere energetico. Anche se in situazioni come queste, un po' rimpiango di non aver fatto medicina come mio fratello"
"Oh, sempre meglio un energetico che un informatico, no?"
"O un avvocato. Tutto è meglio di un avvocato"
"Comunque, ti dicevo che anche se non sono un esperto, a rigor di logica tu dovresti essere morto disidratato già da un pezzo, no?"
"O ti sarebbe dovuto esplodere qualche organo"
"Per tutto quel sale, intendo"
"Vabbè, io provo a fare quella cosa del dare un'occhiata in giro"
"Prendo in prestito alcune delle tue cose se non ti scoccia"
"Tipo quel coltellaccio con cui apri le noci"
"Però te lo tratto bene eh, e poi te lo riporto a fine giornata"
"Se vuoi prima di apro qualche noce e te la lascio"
"Ci vediamo più tardi allora, eh"
La sera aveva acceso il fuoco e messo riscaldare su delle pietre i frutti e gli ortaggi che aveva trovato durante la giornata. Certo non si sarebbe mai definito un cuoco provetto, però aveva un certo istinto coi sapori. Quando il compagno martoriato s'era seduto accanto al fuoco, gli aveva subito offerto una porzione della cena, servita all'interno di una noce di cocco svuotata per l'occasione.
"Tieni Amico" "Grazie"
L'uomo aveva sbarrato gli occhi e fissato inebetito il compagno per diversi minuti.
"Cazzo ma allora sai parlare porca troia!!! Sono tre giorni che provo a parlarti in tutte le lingue che conosco o in cui conosco almeno tre fottute parole! Diamine Amico! Perché cazzo non mi hai mai detto nulla?"
Lo sconosciuto mangiava piano, con un misto di sofferenza e piacere a ogni boccone.
"Lo so che non me lo sono sognato! Non cercare di fregarmi! Tu parli!!!"
Per tutta risposta, l'altro bevette un sorso di latte da una noce.
"Okay, va bene. Non credo di aver capito come funzioni, né tantomeno se ci sei o ci fai, ma ne farò tesoro".
"Buon appetito allora!"
"Sai, dovremmo provare a costruire tipo delle reti o delle canne da pesca"
"Credo che non ci faccia bene mangiare solo esclusivamente frutta e verdura"
"E sale ovviamente eheh"
"Comunque una volta stavo con una vegana, Chiara. Se mi sentisse ora…"
"Però dici che può essere rischioso?"
"Insomma, dici che possono esserci pesci velenosi?"
"Vabbè che anche i frutti che mangiamo da una settimana potevano essere velenosi"
"Senti, io vado a vedere se riesco a costruire qualcosa. Poi magari vado di là che ieri ho visto una piccola insenatura promettente. Magari raggiungimi se ne hai voglia"
Il sudore del sole pomeridiano si fondeva nell'acqua dell'oceano all'altezza del petto, avvolgendolo in una coltre umida e salata. L'uomo lo osservava seduto su uno scoglio.
"Si sono invertiti i ruoli eh? Io che faccio cose strane e apparentemente inutili e tu che mi fissi! Però fossi in te, Amico, mi metterei all'ombra!"
Ancora una volta estraeva dall'acqua la rete, vuota.
"Allora, qualunque popolo primitivo stando vicino all'oceano prima o poi ha imparato a pescare, quindi è un dato di fatto che prima o poi io e te mangeremo del pesce!"
"Alla peggio ci facciamo spuntare delle branchie! E i piedi palmati! E inseguiamo i pesci!"
"A quel punto forse ci converrebbe andare via di qui…"
"Ma tu verresti con me? Cioè, metti caso che un giorno venissimo trovati. BAM, arriva un elicottero e ci dicono di salire. Tu verresti o dovresti rimanere qui per fare…insomma quella cosa che fai?"
"Perché negli anni moltissima gente ha fatto offerte per la casa della signora Espoli, ma lei non ha mai venduto sai? Anche se la casa era decisamente troppo grande per una persona sola. Io dico che non ha mai venduto perché non avrebbe più potuto fare quello che faceva. Avrebbe potuto a livello logico ovviamente, ma queste non sono cose logiche giusto? Sono tipo…boh, non lo so. Ma insomma, io dico che non poteva."
"Stasera ti racconto della signora Espoli se vuoi. Così capisci di cosa sto parlando"
Non era più necessario mantenere il Segreto. Questo strano compagno di disavventure gliene aveva dato uno nuovo. Poteva rinunciare al vecchio e trasformarlo in una buona storia da raccontare attorno al fuoco.
"A-HA! Ti ho preso stronzetto! Stasera si mangia pesce, Amico!"
Ogni sera cucinava qualcosa, cercando sempre di variare. Ogni sera raccontava una storia al suo silenzioso interlocutore. Una storia della sua vita, un film, uno dei libri che leggeva da bambino, un documentario o una storia accaduta a un suo amico. Talvolta i ricordi diventavano nebulosi e così le storie si confondevano tra loro mischiandosi alla fantasia, creando una storia nuova e mai raccontata. Ogni sera, l'uomo lo ringraziava per la cena. A lui piaceva pensare che lo ringraziasse anche per la compagnia.
Non appena appoggiò il piede provò una sensazione acuta. Il sale entrava nei tagli della pianta del piede e subito mutava in piccoli pesci malefici, che risalivano la gamba nuotando nel sangue e squarciando le vene. Strinse i denti e si avvicinò all'uomo intento nel suo rituale, stringendo nella mano la noce, attento a non perdere l'equilibrio.
"Io davvero non so come tu faccia a sopportarlo. Senti, non so se ti va, né se magari non puoi, però ho pensato che con tutto il cazzo di sale che ti mangi, magari sei un po' assetato. Quindi ti ho portato una noce. Vedi, l'ho già bucata. Così se vuoi puoi bere un po' di latte"
Porse timidamente il dono, come un bambino piccolo che dopo aver preso i regali da sotto l'albero di Natale, li porge ai parenti.
Lo sconosciuto alzò lo sguardo. E rimase fermo a guardarlo. Dopo alcuni secondi perse la speranza.
"Okay, fa niente, non puoi. Scusa, non volevo disturbarti"
Fece per girarsi, ma l'altro con un movimento lento e scandito alzò la mano a palmo aperto. Poi dopo un paio di secondi, spalancò la bocca martoriata e la indicò con la mano.
Con gesti lenti, timoroso di fraintendere e in qualche modo compromettere il Segreto, versò il latte della noce nella bocca dell'uomo. A piccoli sorsi l'uomo inginocchiato deglutiva, qualche goccia gli sporcava il viso e rimaneva intrappolata nella barba incolta. A un certo punto chiuse la bocca e piegò leggermente il capo verso sinistra. L'uomo si fermò e arretrò. Si fissarono negli occhi.
Deglutì: "Grazie"
E tornò a fissare il sale.
"Wow! Beh, di niente! Comincio a chiedermi se tu non sappia dire solo questo, Amico. Comunque è un piacere aiutarti!"
Ora era entrato a far parte anche lui del Segreto. A volte il latte delle noci, altre l'acqua condensata sulle foglie. Una volta sola, per ogni bassa marea, si alzava dal suo rifugio all'ombra e abbeverava l'amico. Questi interrompeva per alcuni secondi il suo rituale, beveva e gli diceva "Grazie". Di nuovo la stessa parola veniva detta la sera, a cena servita. Questa semplice conversazione era tutto ciò che gli veniva offerto.
La notte a volte sognava di essere salvato. Un peschereccio. Un elicottero. Tornava a casa. A volte l'amico veniva con lui: tornavano alla civiltà, aprivano assieme un piccolo chiosco o un ristorante, rimaneva taciturno ma piaceva ai clienti. Altre volte lo vedeva sparire all'orizzonte, con il rumore dei motori in sottofondo; al risveglio aveva i pugni stretti e la gola secca.
I giorni trascorrevano lenti, e l'uomo si teneva occupato costruendo utensili e sperimentandoli. Creò una larga vasca impermeabile in cui raccogliere acqua piovana e un sistema di foglie e tronchi per convogliarvi il vapore condensato, intrecciò una rete da pesca più fitta della prima, allestì una specie di cucina.
Cominciò a dedicarsi alla costruzione di una borraccia per il compagno, in modo che potesse bere quanto voleva durante il rituale. Egli non la accettò. Cercò di capire i confini del rituale costruendo una cannuccia. Poi un'altra borraccia. Poi altre cannucce. Poi complicati dispositivi idraulici. Infine riuscì: il compagno accettò una borraccia con una cannuccia e un sistema di pesi, che versava il liquido direttamente nella sua bocca se muoveva il collo in una certa direzione.
Vedere l'amico indossare l'apparecchio lo riempì di emozione, ma il cuore gli scoppiò nel momento in cui il sorriso sul volto rugoso pronunciò le parole "Grazie mille, amico". Durante l'abbraccio che seguì era in totale apnea.
Trovò il respiro solo quando il compagno aveva già raggiunto la spiaggia. Pianse. Non piangeva dal secondo giorno, quando l'adrenalina aveva ceduto il posto al panico.
Il giorno successivo fu terribile.
La mattina indossò il marchingegno, lo guardò, gli sorrise, si voltò e andò in spiaggia. Nessuna parola. Lo fissò per tutta la giornata, lo vide abbeverarsi. Si sentì inutile: non aveva bisogno di altro aiuto. La cena non fu granché, semplici verdure riscaldate. Lo ringraziò lo stesso. Provò odio.
Incubi dolci e tremendi lo lasciarono in lacrime al mattino. Cercava di trascinarlo a bordo della nave, scivolava nel sale e batteva la testa.
Smise di cucinare, ogni giorno fissava il compagno. Dopo ogni sorso gli rivolgeva un sorriso. Lui sorrideva di rimando. Odio. Leggeva la gratitudine, lo sapeva, ma ciò non bastava, lui aveva bisogno.
Odiava quel macchinario. Malediceva la sua costruzione. Provava disgusto per le sue mani. Malediceva il suo cuore per essersi fermato durante l'abbraccio. Avrebbe voluto strapparsi le orecchie.
Smise di sognare il salvataggio: sognava un'onda gigante, che se lo prendeva e lo portava via, lasciandolo finalmente libero, da solo su quell'isola.
Durante la notte, slegò i legacci che tenevano assieme il macchinario. La rabbia non si placò: prese una mazza, lo spaccò. Gli occhi del compagno lo sorpresero nella notte. Quello sguardo accusatore bruciava la sua anima. Lo spense con la mazza.
"Come cazzo fai a non capire?"
"Come fai a essere così STUPIDO!"
"ANCHE IO HO BISOGNO! ANCHE! IO!"
"Ah ma lo capisci eccome tu. Lo capisci eccome! Lo sapevi perché mi hai chiamato amico, mi hai abbracciato! Lo sapevi che ne avevo bisogno! Lo sapevi anche molto più di me!"
"E' che non te ne frega niente, eh?"
"Sei un cazzo di EGOISTA! Pensi solo a quello che serve a te e dai ciò che non ti costa nulla. Ma con quel cazzo di coso potevi finalmente concentrarti solo sul tuo stupido rituale!"
"Rituale…sulla tua PUTTANATA! Beh amico sei fottutamente stronzo e pazzo! PAZZO! Solo un pazzo penserebbe che mangiarsi del cazzo di sale sia più importante di una persona!"
"Sei un matto di merda! Solo un matto di merda."
Come faceva a essere meno importante del sale? Dopo tutto quello che aveva fatto per lui, come faceva ancora ad essere meno importante del cazzo di sale???
La mattina dopo si alzò al sorgere del sole, gli occhi rossi stanchi e incrostati dalle lacrime secche, si diresse verso il mare. Si sdraiò sulla salina. Come un bambino nella neve, le sue braccia trascinavano verso di lui tutto il sale che lo circondava. A mani piene lo afferrava e lo stringeva voracemente, lo addentava, lo masticava con furia e lo inghiottiva.
Perse i sensi. Sarebbe morto disidratato da lì a poco.
Poi un'onda più alta delle altre lo prese, abbandonando sull'isola il corpo dell'amico, da solo.
Una storia di Egoismo
Domenica 21 Agosto