4 giugno - Montevideo Uruguay

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Keni
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Aqua Utopia|海の底で記憶を紡ぐ

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4 giugno - Montevideo Uruguay
I giorni di Santiago
Oggi alle 16 ho il volo per Montevideo, in Uruguay. La mia amica è praticamente già appostata in aeroporto ad aspettarmi. Non stiamo più nella pelle: mancano poche ore al nostro incontro e, finalmente, l'attesa è finita. Presto potremo riabbracciarci.
Venerdì partiremo da Montevideo per trascorrere il fine settimana lontano dalla città. La nostra destinazione è il Parco Nazionale El Gavión, dove ci aspettano alcuni giorni rigeneranti tra sentieri immersi nella natura, cascate e lunghe chiacchierate. L'ultima volta che io e lei siamo andate insieme in un parco nazionale, però, non è finita benissimo: sono caduta e mi sono infortunata. Speriamo quindi di non replicare l'esperienza!
Questi ultimi giorni a Santiago sono stati strani. La nebbia, lo smog, una certa apatia che sembra avvolgere ogni cosa. Non è facile lasciare la Patagonia senza sentirne profondamente la mancanza. Dopo due mesi e mezzo trascorsi immersa nella natura, tra montagne, vento e spazi sconfinati, è difficile svegliarsi al mattino e ritrovarsi in una grande città, circondata dal rumore e dalla confusione. Inoltre mi manca molto Diego.
Le giornate scorrono lente, alla ricerca di un bar accogliente, di una buona gelateria o di un ristorante dove concedersi qualche piccolo piacere. Per fortuna ci sono le mie amiche. La sera mi trascinano fuori, tra un locale e l'altro, e in questo modo ogni giornata conserva qualcosa da attendere con impazienza.
Martedì sera Andrea, Fran e io ci siamo ritrovate in un bar del quartiere Italia per ascoltare un gruppo jazz davvero coinvolgente. Ieri sera, invece, Laura, Andrea ed io siamo andate ad esplorare un locale nel quartiere Providencia.
Santiago non è una città che mi ha conquistata, eppure, quando ci si resta per qualche giorno, bisogna trovare il modo di riempire il tempo e scoprire piccoli angoli che rendano le giornate più interessanti. A marzo avevo scelto un ostello nel quartiere Bellavista, ma non mi era piaciuto particolarmente. Questa volta alloggio nel quartiere Lastarria, vicino alla stazione della metropolitana Baquedano, e l'atmosfera è completamente diversa: l'ostello è più accogliente, più tranquillo e decisamente più comodo.
Ieri mattina stavo facendo colazione al piano terra quando ho sentito all'improvviso delle urla e dei forti colpi provenire dalla strada. La ragazza della reception ha chiesto a tutti gli ospiti di spostarsi sulla terrazza per ragioni di sicurezza. In città erano in corso manifestazioni e scontri legati alle proteste contro il nuovo presidente, e l'odore dei lacrimogeni arrivava fino all'interno dell'ostello.
La gola e il naso hanno iniziato immediatamente a bruciare. Se già qui, al riparo, il disagio fisico era così evidente, non riesco nemmeno a immaginare cosa stessero vivendo le persone in strada.
Ecco quindi un piccolo aggiornamento dalla mia vita nella capitale. Tra nostalgia per la Patagonia, la mancanza di persone care, serate con gli amici e valigie sempre pronte, è già arrivato il momento di ripartire ancora una volta. E questa volta la direzione è Montevideo.
2-3 giugno - Santiago
1 giugno - Santiago
29-30 maggio -Chaitén - Puerto Montt - Santiago
Oggi vi racconto l'ultima tratta di questa straordinaria "strada", la Carretera Austral, quella che unisce Chaitén a Puerto Montt: il coronamento di un desiderio che custodivo da tempo, il sogno di percorrerla per intero.
A marzo avevo saltato questo tratto di mondo, scegliendo la via del mare: da Puerto Montt ero stata traghettata direttamente sull'isola di Chiloé e poi fino a Chaitén. Per questo motivo questa parte finale del viaggio, che mi condurrà verso Santiago, ha per me un sapore speciale. È il ritorno alla strada dopo oltre tre settimane di sosta, il ritorno al movimento, all'imprevedibilità e a quella meravigliosa sensazione di libertà che solo il viaggio sa regalare.
Venerdì mi aspetta una lunga giornata di spostamenti che alterna strada e mare. Il bus parte da Chaitén alle 10:30 e si dirige verso nord lungo la Carretera Austral, attraversando foreste pluviali rigogliose, fiumi impetuosi e montagne che sembrano sorgere direttamente dalla vegetazione. Lungo il tragitto compare il Vulcano Chaitén, che avevo scalato ormai due mesi fa. Rivederlo mi riporta alla mente emozioni, fatica e stupore: quanti ricordi racchiusi in quella sagoma imponente.
Arrivati a Caleta Gonzalo, saliamo sul primo traghetto che attraversa i fiordi della regione. La traversata dura circa un'ora, ma il tempo sembra dilatarsi davanti alla bellezza del paesaggio. Proseguiamo poi in autobus fino alla zona di Hornopirén, da dove continuiamo il viaggio alternando ancora collegamenti marittimi e stradali fino a Puerto Montt.
La durata prevista è tra le otto e le undici ore, ma il nostro viaggio si allunga fino a sfiorare le dodici. Eppure nessuno sembra farci caso. Qui il tempo passa in secondo piano, perché gli occhi sono costantemente rapiti da ciò che scorre oltre il finestrino: fiordi profondi, vulcani ancora imbiancati di neve, boschi temperati dalle infinite sfumature di verde e tratti di costa che si rincorrono tra mare e montagne.
Come se non bastasse, la giornata ci regala anche un tramonto straordinario. Il cielo si accende di colori caldi e vibranti, riflettendosi sull'acqua calma dei fiordi. Mi ritrovo a osservare quel paesaggio con il cuore che batte un po' più forte. L'aria è tiepida, il vento soffia leggero e porta con sé il profumo del mare e della foresta. I fiordi scorrono alla mia destra e alla mia sinistra; io li attraverso per l'ultima volta, immersa in quella natura potente e gentile che mi ha accompagnata per mesi.
Mi avvicino alla prua del traghetto e lascio che il vento mi accarezzi il viso. Davanti a me scorre l'ultima pagina di questo capitolo patagonico. Non è un addio. È un arrivederci. Lo sento. Tornerò presto.
L'arrivo a Puerto Montt è previsto per le 19, ma accumuliamo ritardo dopo ritardo e raggiungiamo la città soltanto alle 21. La mia coincidenza notturna per Santiago è ormai persa. Non mi resta che acquistare un nuovo biglietto per il bus delle 21:30 e ripartire subito.
La notte trascorre tranquilla, cullata dal rumore costante della strada. Quando apro gli occhi, alle 10 del mattino, siamo arrivati a Santiago.
Raggiungo il mio ostello, deposito lo zaino e finalmente posso muovermi libera per la città. La giornata è una splendida sorpresa: la nebbia del mattino lasciava presagire un cielo grigio e malinconico, invece sopra di me si apre un azzurro intenso e luminoso, mentre le temperature sfiorano i 24 gradi. Ma dov'è finito l'autunno inoltrato?
Passeggio senza fretta per il centro e mi lascio trascinare dall'energia delle celebrazioni dedicate al Patrimonio culturale di Santiago. Le strade sono invase da una folla allegra e rumorosa. Dopo tanto tempo trascorso in Patagonia, tra spazi immensi e paesi sonnolenti, ritrovarmi immersa in un mare di persone è quasi uno shock.
Resisto qualche ora, poi raggiungo Andrea. Rivederla e riabbracciarla mi riempie di gioia. Passeggiamo senza meta per il Barrio Italia, chiacchierando come se il tempo non fosse mai passato, e finiamo davanti a un ottimo hamburger accompagnato da abbondante e deliziosa birra artigianale.
E così, tra risate, racconti e brindisi, si conclude con un sorriso anche questa mia prima giornata santiaghina.
E in un giorno qualunque di aprile incontro l’Amore. O forse è lui a inciampare su di me.
Fatico a trovare le parole per raccontarvi ciò che porto nel cuore, e non so nemmeno fino in fondo perché. Forse perché desidero custodire gelosamente ciò che è accaduto. O forse perché questo è uno di quei momenti in cui senti che tutto sta per cambiare, e il cambiamento fa paura.
Mi sono ritrovata improvvisamente travolta da un tumulto di emozioni, così intense da sfuggire alle parole. Per mesi ho cercato le emozioni più autentiche della vita, inseguendo un significato più profondo dell’esistenza. Per anni ho combattuto contro una vita piena di tutto eppure priva di slancio, di passione, di quel fuoco capace di far battere il cuore.
Poi è arrivato il viaggio. Un viaggio nato dal desiderio di liberarmi dei pesi accumulati lungo il cammino: delusioni, ferite, dolori. Un viaggio per cercare il senso più vero della mia esistenza, vissuta per gran parte del tempo in una profonda solitudine.
È stato un viaggio fatto di luoghi, persone, sapori, paesaggi ed esperienze. Un viaggio che mi ha condotta fino al Cile, dove ho affrontato l’ultima tappa del mio anno sabbatico, immersa nella natura e nel mio mondo interiore.
Ed è proprio lì che è iniziata la parte più difficile: lasciare andare il dolore, attraversare la sofferenza, ritrovare la mia fiamma vitale.
C’era però una certezza che custodivo nel cuore: non volevo continuare il mio cammino da sola. Volevo condividere la vita con una persona speciale.
E poi è arrivato lui.
Diego.
Con la sua dolcezza e la sua profondità mi ha preso per mano tra i boschi della Patagonia e mi ha mostrato ciò che credevo di aver smesso di cercare: l’Amore.
31 maggio - Santiago
30 maggio - Santiago
30 maggio - in viaggio verso Santiago
Sono seduta a gambe incrociate su una panchina, nel cuore della piazza. Accanto a me, la mia giacca viola e lo zainetto nero. Mi sto concedendo un momento di quiete, osservando le poche persone che attraversano lentamente quello spazio sospeso nel tempo.
Poi, all’improvviso, arriva lei.
Una donna dai capelli raccolti in una coda alta e con un sorriso timido, quasi fragile. Passa davanti a me, rallenta, si ferma. Mi saluta e comincia a parlare, come se dentro avesse un fiume trattenuto troppo a lungo. Io l’ascolto.
Poco dopo arriva Diego e si siede accanto a me. Anche lui resta in silenzio ad ascoltare quella voce spezzata che piano piano apre il suo mondo davanti a noi. E non è una vita semplice quella che racconta. È una vita dura, feroce, che le ha inciso cicatrici profonde nell’anima.
Le lacrime iniziano a scenderle sul viso, senza che lei provi nemmeno a fermarle. Eppure, in mezzo a quel dolore immenso, ci dice che non vuole arrendersi. Dice che Dio le cammina accanto, che le dà la forza di continuare a rialzarsi ogni giorno, a testa alta.
Questa donna coraggiosa, questa guerriera stanca ma ancora in piedi, ha dato alla luce quattro figli. Ora si trova a Chaitén in cerca di un lavoro, per poter mantenere il più piccolo, che ha soltanto dodici anni. Gli altri vivono a Puerto Varas e sono ormai abbastanza grandi.
È partita disperata, con il cuore distrutto, dopo una tragedia impossibile persino da immaginare: una sua amica ha ucciso il proprio figlio a colpi d’ascia, per poi togliersi la vita.
Quelle parole ci attraversano come lame. Ci tolgono il respiro. Restiamo lì, immobili, impotenti, incapaci di trovare qualcosa da dire. Perché certe ferite sono voragini che nessuna frase può colmare. Possiamo solo ascoltare. Restare presenti. Accogliere il peso del suo dolore.
E forse, in quel momento, il fatto di essere degli sconosciuti la fa sentire libera. Libera di crollare senza paura.
Si scusa per quello sfogo improvviso, ma noi non ci scomponiamo. Perché non c’è nulla di sbagliato nelle sue lacrime. In quel momento tutto appare incredibilmente umano, spontaneo, vero.
Quell’anima combattiva cammina per le strade cercando lavoro senza saper leggere né scrivere. Non riesce a decifrare i cartelli, le insegne, le parole di un mondo che sembra volerle chiudere ogni porta in faccia.
E io vorrei prenderla per mano. Vorrei accompagnarla ovunque, leggere per lei ogni parola che non può comprendere, alleggerirle almeno un frammento di quella fatica infinita.
La mia parte più sensibile ed empatica sta urlando dal dolore.
Vorrei stringerla in un abbraccio capace di farle dimenticare, anche solo per un istante, tutta quella sofferenza. Vorrei darle tutto ciò che ho, tutti i soldi del mondo, pur di aiutarla a rialzarsi. Ma sento che forse nemmeno quello basterebbe davvero.
Vorrei solo che si sentisse meno sola.
Vorrei tornare qui tra un mese e scoprire che ha trovato un lavoro, che non dorme più davanti al municipio su un materasso appoggiato in giardino, lottando disperatamente per i propri diritti. Vorrei vederla finalmente serena, libera, felice.
Perché in fondo ciò che cerca non è troppo: un po’ di pace, un piccolo angolo sicuro nel mondo dove poter crescere suo figlio con dignità e amore.
Non facciamo nemmeno in tempo a chiederle il nome.
Se ne va con le spalle un po’ meno pesanti, salutandoci con quel sorriso luminoso che, nonostante tutto, continua a portare sul volto.
È una donna senza nome.
Ma con un cuore immenso e un coraggio raro.
E so già che non riuscirò a dimenticarla tanto facilmente.
La porterò con me, nei pensieri e nel cuore. Continuerò a mandarle silenziosamente tutta la forza possibile, sperando che la vita un giorno le restituisca almeno una parte della luce che lei, nonostante tutto, continua ancora a custodire dentro di sé.
Vai, anima bella.
Rialzati.
E torna a brillare.
Non mi importa parlare. Mi importa lavorare. È questa la mia terapia. Ogni colpo di machete è un atto di liberazione, un pezzo di dolore che si stacca da me e cade a terra. Meno sofferenza. Meno peso addosso. Un continuo lasciare andare.
Colpisco con forza per tutto il dolore che ho attraversato nella vita. Colpisco forte per ogni giorno vissuto stringendo i denti. Colpisco forte, poi ancora più forte, e ancora. Sempre di più. Il corpo si accende. Sento il calore risalire lungo la colonna vertebrale e impossessarsi di ogni muscolo. Il sudore mi scivola sulla fronte, i muscoli delle braccia e della schiena guizzano tesi, vivi, pronti a ogni nuova scudisciata.
E il ritmo arriva. Il ritmo mi trascina via da tutto. Mi fa avanzare, mi svuota la mente, mi spinge dentro una meditazione profonda che cerca di placare l’anima inquieta. Mi sfogo. Ci metto tutta la rabbia, tutta la potenza, tutta me stessa. Urlo.
L’albero lentamente cede. Si piega. Resiste ancora un istante, come fanno le cose che non vogliono morire, poi arriva il suono dell’aria spezzata mentre precipita verso terra. E infine il tonfo.
Il mondo si ferma.
Per un solo istante non esiste più niente. I muscoli si sciolgono, il cuore rallenta i battiti, le braccia pendono pesanti lungo il corpo. Alzo gli occhi verso il cielo azzurro e tutto sembra perfetto.
È lì, in quell’attimo sospeso, che si nasconde la certezza: la sofferenza non mi accompagnerà per sempre. Posso liberarmene. Dipende da me. Solo da me.
E di questo sono assolutamente certa.
Grazie, natura. Grazie per esistere. Grazie per regalarmi questi frammenti di pace, di silenzio, di perfezione.
Ruta 7 - Area Pumalin
Vivere immersi nella natura significa tornare all’essenziale. Significa camminare a piedi nudi, infilarsi un paio di pantaloni da battaglia, prendere in mano un machete e andare nel bosco a tagliare legna. Tutto ruota attorno ai gesti necessari per vivere: recuperare la legna per accendere la stufa, preparare il pane fatto in casa, prendere l’acqua dal fiume per far bollire il tè o per lavarsi. E poi costruire una casa nel bosco, pezzo dopo pezzo.
Ma come si fanno tutte queste cose? Chi lo sa. Io, di certo, non lo sapevo. Si inizia provando, sbagliando, imparando. E piano piano arrivano la sicurezza, l’esperienza, la fiducia nelle proprie mani. Io non so quasi nulla della vita di campagna o del bosco, ma imparo in fretta e amo profondamente la semplicità.
Qui non ci si alza troppo presto: si seguono i ritmi della natura. Il sole sorge verso le 8:30 e noi ci ritroviamo nella sala comune per fare colazione. A volte pane, burro e marmellata; altre volte uova o frittata con il pane caldo. La giornata inizia così, nel modo più semplice e autentico possibile.
Poi ci copriamo bene per il freddo, usciamo di casa, attraversiamo il ponte traballante e ci inoltriamo nel bosco in cerca di legna. I colpi ritmici del machete mi rilassano e mi fanno sentire viva. Accanto a noi il fiume scorre incessante, accompagnandoci con il suo gorgoglio dolce per tutta la giornata.
Abbattiamo alberi per scaldare la casa, altri per costruire piccole casette di legno. Le giornate si assomigliano, eppure non sono mai uguali: sono piene di natura, di fatica, di amore.
La casa in cui viviamo insieme è stata costruita alcuni anni fa e io ho persino la mia piccola cameretta. Il terreno intorno si estende per ettari ed ettari di bosco. Quando sento il bisogno di stare sola, cammino fino alla carretera e la percorro senza fretta. È sempre la stessa, da giorni e settimane, eppure ogni volta cambia. Forse perché è la Patagonia: una terra che mi è entrata dentro.
Quasi tre mesi. Vi rendete conto? Sono in Cile da quasi tre mesi.
Mi sono innamorata di questa semplicità, della gentilezza delle persone, della forza selvaggia della natura. Questa parte di mondo sembra un incantesimo. A volte mi sento divisa in due: da una parte il desiderio di tornare a casa, ritrovare il mio mondo; dall’altra la voglia di restare qui ancora un po’, a riposarmi, a vivere senza stress e senza inutili pensieri.
Ho riscoperto anche il piacere della cucina condivisa. Prepariamo pane, pizza, risotti, gnocchi, carne alla griglia, frutti di mare appena pescati, patatine fritte, alfajores e torte. Cucinare insieme, e poi sedersi a tavola a mangiare qualcosa preparato con cura e passione, regala una felicità semplice ma profondissima.
Un paio di volte alla settimana andiamo in centro in autostop per fare la spesa. Si chiacchiera, si incontrano persone nuove, si socializza un po’. E poi si torna a casa contenti di lasciarsi alle spalle la città per ritrovare il silenzio e la pace del bosco.
E poi ci sono loro: i cagnoni. Sono tre, e sono la parte più magica di questa esperienza. Vivono ogni giorno con un amore puro e incondizionato. Mi seguono, mi coccolano, mi riempiono di affetto. Mi fanno sentire a casa anche qui, dall’altra parte del mondo. Grazie Arru, Pirata e Chiupi.
La sera il calore del fuoco scalda la casa, insieme al suono morbido della chitarra. Non c’è elettricità come la intendiamo noi: quando serve bisogna accendere un generatore a benzina in giardino. Così spesso ci ritroviamo tutti attorno alla stufa, illuminati soltanto dal fuoco e dalle candele, a parlare, cantare e condividere storie. Sono momenti intensi, pieni di umanità.
Attimi di vita bucolica.
Attimi di significato.
Attimi di condivisione.
Attimi che sanno di vita vera.
5 maggio – La Junta
La pizza di ieri sera non era né troppo salata né pesante: una pasta morbidissima, digerita con facilità. Il mio stomaco ringrazia.
La mattina scivola lenta nella mia capannetta, tra musica e quiete. Mi lascio cullare dal tempo che passa piano.
Nel primo pomeriggio mi attivo ed esco a scoprire il paese. Oggi però zoppico: l’alluce è infiammato. Ogni tanto succede, e di solito una cremina risolve tutto in fretta. Non sarà una camminata facile, ma decido comunque di provarci, con pazienza. Appoggio il piede con cautela sul percorso urbano che parte dalla Carretera Austral, poco oltre il centro. Ogni passo è misurato, quasi pensato. Il dolore mi costringe a rallentare, ma è proprio in questa lentezza che qualcosa cambia: il paesaggio smette di essere sfondo e diventa presenza.
Gli uccellini accompagnano il mio cammino. Volano, si posano poco più avanti, sembrano aspettarmi. Poi ripartono, leggeri. È una danza silenziosa, un dialogo senza parole che mi invita ad andare avanti, un passo dopo l’altro.
Arrivo al punto panoramico. Il rumore del traffico non esiste, che gioia. Rimangono il suono vivo del fiume e il cinguettio sottile degli uccelli. Respiro. Davanti a me si aprono campi verdi, punteggiati da mucche tranquille. Il fiume scorre lento, fedele al suo letto, mentre gli alberi salgono a occupare la montagna. Le nubi si abbassano e nascondono a tratti quel verde intenso, come a proteggerlo. E poi, all’improvviso, una montagna innevata emerge e svetta all’orizzonte, fiera, luminosa. Questa è la mia cartolina di oggi dal Mirador Dos Ríos, dove il Río Claro e il Río Palena si incontrano.
Quando il sole riesce a farsi spazio tra le nuvole, scalda la mia camminata solitaria nel bosco. I cagnoni mi si affiancano, compagni improvvisati del mio curioso girovagare, e per un attimo non sono più sola.
Il bosco autunnale l’ho salutato a Coyhaique; qui mi immergo di nuovo nella foresta sempreverde, tra ghiacciai dalla presenza antica e silenziosa.
Nel pomeriggio mi fermo a bere una bibita e a mangiare una torta, e ne approfitto anche per fare la spesa. La serata trascorre di nuovo in allegria con Macarena.
Domani raggiungerò la famiglia che mi accoglierà per un po’. Sono felice, profondamente grata, di potermi immergere ancora, anche solo per un altro istante, nella magia più selvaggia della Patagonia.
5 maggio - La Junta
5 maggio - La Junta