Ho iniziato la terapia pensando di dover curare l’ansia, il pessimismo, il rimuginio, il mio modo catastrofico di affrontare le cose, ma, seduta dopo seduta, è venuto fuori qualcosa di molto più grande: mi sono accorta di saper parlare di me quasi esclusivamente attraverso gli occhi degli altri. Mi sento su palcoscenico, con un riflettore sempre puntato addosso, continuamente osservata, valutata e allora mi sono fatta una domanda che mi ha fatto paura: “chi sono quando nessuno mi guarda?” Non lo so. So dire chi sono per mia madre, mio padre, per chiunque mi circondi, ma se qualcuno mi chiede semplicemente “tu chi sei?”, non so rispondere, non mi so descrivere.
La terapia mi ha fatto capire in che misura Lui abbia occupato la mia vita per tredici anni. Per tutti questi anni ho cercato di adattarmi ai suoi gusti, di essere abbastanza, di prepararmi all’eventualità di rincontrarlo, di essere più bella, più interessante, più desiderabile e ho finito per condizionare la musica che ascoltavo, i film che guardavo, il modo in cui mi vestivo e mi truccavo, quello che mangiavo, tutto per fare bella figura davanti a qualcuno che, forse, oggi non pensa nemmeno più a me e che adesso, finalmente, posso lasciare andare.
Nel vuoto che lascia c’erano amore, speranza, idealizzazione, compagnia, possibilità, un obiettivo, qualcosa a cui avevo affidato una parte enorme della mia vita, ma c’è una cosa che non mi aspettavo: sono contenta. Lasciarlo andare significa recuperare una parte di me, quella che può ascoltare una canzone semplicemente perché le piace, guardare un film perché le va, mangiare senza pensare continuamente a non ingrassare, curarsi perché vuole sentirsi bene oppure non truccarsi perché quel giorno non ne ha voglia o fare qualcosa senza chiedersi se, nell’eventualità di incontrarlo, sarà abbastanza carina. Non devo più prepararmi e performare, almeno non più per Lui, un fantasma.
Non devo più essere degna e forse è proprio questo uno dei nodi più profondi da dover sciogliere: la convinzione di dover meritare il diritto di essere amata.
La ragazza che ero mi fa tenerezza. Aveva bisogno di qualcosa, ci ha creduto, ha sperato e amato a modo suo. Non posso cambiare quei tredici anni, ma posso smettere di vederli come una condanna inflitta a me stessa.
Adesso in me c’è uno vuoto. All’inizio mi faceva paura, pensavo: “cosa ci metterò?” ma forse non devo riempirlo subito, posso semplicemente esplorarlo e scoprire cosa piace davvero a ME, conoscere chi sono io, riappropriarmi della mia identità.
A 31 anni ho iniziato la terapia, ho iniziato a guidare, ho fatto colloqui e lavorato per e con gente sconosciuta, ho cominciato a fare cose che fino a pochi mesi fa mi sembravano impensabili. Per tanto tempo ho pensato di aver sprecato gli anni. Oggi penso che non posso recuperarli, ma posso smettere di perderne altri.
Non so ancora chi sono quando si spegne il riflettore ma sono curiosa di scoprirlo.
Finalmente mi si è aperto un mondo davanti.













