Qualche notte fa ti ho sognato. Ancora non te l’ho detto però. Tengo buono quel sogno per quando avrò il disperato bisogno di scriverti e allora lui sarà lì e mi porterà da te.
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Qualche notte fa ti ho sognato. Ancora non te l’ho detto però. Tengo buono quel sogno per quando avrò il disperato bisogno di scriverti e allora lui sarà lì e mi porterà da te.
La Meglio Gioventù/The Best of Youth (2003)
La meglio gioventù, Marco Tullio Giordana (2003)
“ Adesso sei felice? Allora è arrivato il momento di essere generosi! ”
Eri dappertutto, riempivi ogni angolo di ogni stanza. Le camere si cucivano attorno a te e tu ballavi attorno al mondo. Ti trovavo nei bicchieri, nel rosso grumoso del mio vino, riflessa nei lampadari del grande salone, appoggiata ad ogni scaffale, dentro la serratura di tutte le porte. La tua risata era un quartetto d’archi impazzito e arrivava da ogni parte - la tua voce diventava grande grandissima non lasciava spazio ad altro. Non sono riuscito a conoscere nessuno, non ho ballato, non ho mangiato, non conversato. Se ci sei tu mi mancano le energie per muovermi, non faccio altro che vederti crescere, sono piccolo e tu sei una quercia, sono piccolo e tu sei immortale. Solo a notte fonda ho baciato una donna, aveva capelli ricci e neri, gambe forti e seni duri. Diceva di essere attratta dal neo che ho sul collo, diceva di volerlo mangiare perché sembrava cioccolato. Le sue labbra si sono aperte e hanno preso a leccarlo. Le sue labbra erano calde, avevano i contorni scuri, sembravano due divani di velluto antichi dove se cadi non fai rumore ma poi respiri polvere. E infatti è stata una caduta morbida ma asfissiante, lei ha cominciato a baciarmi dappertutto - labbra orecchi palpebre guance capelli. Nel frattempo mi sono visto cadere, mi sono sentito correre. Correvo e correvo su quei divani impolverati pensando a te, pensando sempre a te dio mio basta non insinuarti anche qui non prenderti queste labbra questi divani di velluto lasciami la donna nera che mi crede di cioccolato ed ha fianchi larghi per accogliermi non voglio perdermeli voglio masticarli. Vattene. Dall’altra parte del salone hai acceso una sigaretta e a me è arrivato un fulmine, un secondo di fuoco tra le tue dita e la donna nera è scomparsa, scivolata via tra corpi che ballano mentre tu sola aspiri e canticchi, ti mordi un’unghia e dondoli. A dividerci c’è una folla che balla disordinatamente, sono tutti naufraghi, più che danzare sembra stiano evitando di affogare in un liquido di petrolio scintillante. Li guardo e per un istante mi sembra di assistere ad un rito d’iniziazione, c’è della disperazione cruda nel loro movimento, della smania antica, come se volessero scrollarsi di dosso le persone che erano prima di entrare in questa casa, si contorcono forsennatamente nella speranza di sbarazzarsi dei loro corpi di gomma, di diventare altro, qualcosa che in questa stanza sia a casa, che sappia riempire anche la polvere. Ogni passo è un esorcismo, ogni brano un sacerdote - la folla dei fedeli non chiede redenzione, chiede distrazione. Vi prego dimenticatevi di me - s’implorano l’un l’altro - non voglio essere niente, voglio vivere di soffi, voglio finire in ceneri stanotte, non c’è più pelle non c’è più sangue siamo tutti insieme in una Pangea di fango che svanirà con il primo sole quindi v’imploro clemenza: non dite a questa stanza chi sono, non lasciatemi solo su questa pista in fiamme i nostri figli a casa sono tutti morti e i nostri mariti li abbiamo ingoiati. Non ci resta che cadere e quindi cadiamo. Tu dall’alto con le tue sorelle Erinni, tu amore mio, tu sola ti salvi.
– Maria Luisa Spaziani
Io mi occupo (e – purtroppo o per fortuna – si occupano di me) solo dei significanti, i significati li lascio ai significati. […] Noi siamo nel linguaggio e il linguaggio crea dei guasti; anzi è fatto solo di buchi neri, di guasti. “Codesto solo – dice l'Eusebio nazionale, cioè Eugenio Montale, però traducendo pari pari Nietzsche – oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. E questo si può dire. Chi dice d'esserci è coglione due volte: primo perché si ritiene Io, secondo perché è convinto di dire; è coglione una terza volta perché è convinto di dire quel che pensa, perché crede che quel che pensa non sian significanti, ma sian significati, e che dipendano da lui, ma Lacan ha insegnato: “il significato è un sasso in bocca al significante”. Qualcuno ha da obiettare questa definizione? La obietti con i lacaniani, la obietti con Lacan, la obietti con intelligenza, certamente! Ma per me l'intelligenza è miseria.
Carmelo Bene
(“Uno Contro Tutti” - dal ‘Maurizio Costanzo Show’ del 28/06/1994)
La la land
Rimpiango il non essere arrivati ad odiarci, come si conviene, dopo 10 anni di matrimonio. Rimpiango tutte le volte che non mi sono incazzato per le cose che hai lasciato in auto, per la terza macchinetta del caffè bruciata. Mi manca non essermi annoiato con te, aver smesso di scopare tanto, aver smesso di scopare del tutto, e poi aver ripreso a farlo in un pomeriggio che non era ancora estate, solo perchè sei tornata a casa con le buste della spesa e ho pensato che sei proprio bella, e che siamo stati proprio scemi a non leccarci per così tanti giorni. Oggi mi mancano i nostri figli, e mi manca la tua risata, che avrei riconosciuto tra mille a quella sagra di paese, quando mi avresti imitato ubriaca piuttosto bene. Le tue labbra stanno alla felicità ancora, amore mio, come le ciliegie sul balcone stavano all'estate di quand'ero piccolo e lo eri pure tu, e quelle labbra ancora non esistevano, per me, oppure adesso come allora, non esisteranno più.
tratto da “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov.
Musica: Caetano Veloso - You don’t know me.
La letteratura permette di vendicarsi della realtà asservendola a finzione; ma se mio padre era un lettore appassionato, sapeva che la scrittura esige virtù scoraggianti, sforzi, pazienza; è un'attività solitaria in cui il pubblico esiste solo come speranza.
Sei una discoteca vuota nell'anima sei senza paura cammini di notte sul bordo di una strada bella come una grande città quando la gente è addormentata, agitata come la bandiera scolorita e che in qualche modo ce la farà immenso smarrimento, immensa libertà. immensa libertà.
La casa dei gatti brutti. A story written by M.
Esiste una casa, alla fine del mondo, vicino alle colonne di Ercole, dove vivono solo gatti brutti. Questi gatti hanno tutti l’asma, ed è un rantolo continuo. Ogni tanto tra di loro si graffiano, si uccidono, si mangiano. E non ce n’è uno che sia almeno un po’ più carino dell’altro. Sono tutti, davvero tutti, davvero brutti. Un bel giorno, una ragazza tutta vestita di rosso, si imbattè, durante il suo abituale giretto tra le colonne di Ercole, in questo infinito e continuo lamento assordante. Allora cosa fece? Forse prima di dirvelo dovrei raccontarvi di lei. O forse no. Forse non è necessario. Vi basterà sapere che è una ragazza innamorata alla follia del neo che il suo ragazzo porta sul collo; non tanto di lui, ma quel neo, quel neo, miei cari... Le fa completamente perdere il controllo. Spesso si chiede come sarebbe il suo mondo senza quel neo. Si risponde che sarebbe solo un grande ammasso di polvere. Ma torniamo ai nostri asmatici e brutti amici: rantolavano, si mangiavano, scopavano, quando ad un tratto ecco spalancarsi la porta di casa. La ragazza vestita di rosso innamorata di un neo era lì. I gatti cominciano a muoversi compulsivamente, non sanno se avere paura di quello strano pezzo di carne, o farlo diventare cibo all’istante. Fatto sta che la ragazza, davanti a quel tappeto di grugniti, denti storti e code arruffate, non trova niente di meglio da fare se non piangere. Scoppia in un mare di lacrime, che, come un vomito di emozioni, le scivola dal viso, del tutto incontrollato. Davanti a tutta quella bruttezza, la ragazza vestita di rosso ed innamorata di un neo, si rende finalmente conto di quanto sia bello non scandalizzarsene. Realizza ad un tratto che si trova nel profondo abisso del suo cuore, e che tutti quei gatti sono i cancri d’odio che porta dentro. E vanno bene così. Sono bellissimi, tutti quanti, tanto da accarezzarli, tanto da portarseli al petto e stringerli forte, fino ad addormentarvisi insieme. Ed è proprio questo che fa, la ragazza vestita di rosso innamorata di un neo. Si addormenta, al centro del suo cuore, al centro di quella casa diroccata, in mezzo a tutto il dolore che non aveva mai espiato. Improvvisamente quei rantoli diventano un dolce canto materno, e lei ne segue la melodia docilmente, mentre i suoi demoni le fanno le fusa, sussurrandole di riconciliarsi con questa casa e con tutti loro, che da troppo tempo ne sono ospiti. Le sussurrano di riconciliarsi con la sua anoressia.
Tu sei sempre più lontano e io non voglio avvicinarti.
me: feels sad for literally 5 minutes
me: doesn’t go to school, calls into work, impulsively buys shit i don’t need, ruins all my relationships
Non accorrerò quando chiamerà anche se mi dirà ti amo, specialmente se lo dirà, anche se giura e non promette altro che amore amore.
La luce in questa stanza copre ogni cosa allo stesso modo; neanche il mio braccio fa ombra, anch’esso consumato dalla luce.
Ma questa parola amore… questa parola s’oscura, s’appesantisce e si scuote, comincia a mangiare, a rabbrividire e a farsi largo convulsa su questo foglio finchè anche noi scompariamo quasi nella sua gola trasparente e siamo ancora separati, lucidi, fianchi contro coscia, i tuoi capelli sciolti che non conoscono esitazioni.
Il dono.
Mi dici che non hai dormito bene. Ti confesso che nemmeno io. Hai passato una nottataccia. “Anch’io”. Siamo straordinariamente calmi e teneri l’un con l’altro come se avvertissimo il nostro traballante stato mentale. Come se ognuno sapesse cosa prova l’altro. Anche se, naturalmente, non lo sappiamo. Non lo si sa mai. Non importa. È la tenerezza che mi preme. È questo il dono che mi commuove e mi prende tutto questa mattina. Come tutte le mattine.
Lui stava per accendersi una sigaretta con l'ultimo fiammifero, quando le mani cominciarono a tremargli. Il fiammifero si spense e lui rimase lì impalato con la scatola ormai vuota e la sigaretta spenta, a fissare l'ampia distesa di alberi che si apriva alla fine del prato luminoso. “Harry, dobbiamo volerci bene tra noi”, disse lei. “Non dobbiamo fare altro che volerci bene tra noi”, disse lei.