Ho provato a parlare.
Forse, ignoro la lingua.
Tutte frasi sbagliate.
Le risposte: sassate.
Giorgio Caproni
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Ho provato a parlare.
Forse, ignoro la lingua.
Tutte frasi sbagliate.
Le risposte: sassate.
Giorgio Caproni
Montaggio, mio dolce affanno
(…) Ho incontrato Borges a gennaio, per essere precisi tre settimane fa, al Collège de France, dove doveva tenere una conferenza. Abbiamo parlato di Schopenhauer, di Heine e di Sissi, l’imperatrice d’Austria.
E. M. Cioran
Chi ha incontrato la malinconia le resterà fedele sino alla fine dei suoi giorni.
E. M. Cioran
Foucault (altro “intruso” simoniaco, penetrato d’abuso nei misteri dell’Opéra-Comique, a indignazione del sacerdozio “esperto”) comprende – è un altro ch’è compreso – senza forzar meningi, l’accecante derisoria parodia servo-padrone da C.B. inscenata ai danni sacrosanti dell’“Hommelette”marxiana, salutata da un’ovazione assordante alla sua “prima” recitata in francese da Marsiglia. Ma siddetta da noi scomposta lingua fu scelta di linguaggio, non d’”intesa”. Si possono esibire in palcoscenico ben venticinque lingue e non per questo esprimere e minare un linguaggio. E mi smuove immediata diffidenza – sempre purtroppo comprovata poi – quell’attore che, invece di smarrire semmai la propria lingua scontata è tentato ingannare altrui e se stesso showmanizzando il niente da tacere (o da dire, che è lo stesso).
Grazie al cielo, l’undecima replica fu “movimentata” da femmine in loggione, a corto d’islam, che, massaie impazzite, strapazzarono uova e gesso in proscenio, insolentite dagli astanti al completo. Giù il sipario. Delirio. Ma, attenzione, diverte la “rivolta” donnaloggia, ahi, ahi, Simone (Beauvoir, s’intende, gran pasticciona da Camus a Sartre). Diverte, ché, comunque la si imposti, è rimozione dell’assiduo in cucina. Che si scaraventava dal loggione (il basso tuba ne ingoiò due tuorli)? Uova e farina, ingredienti, alimenti e via scuocendo. La cucina
le noia, queste femmine. Cucinare è divago d’artista. È ragione di dosi, è risaputo depensamento femminile, precluso a chi è donna e (non) basta.
Queste dame si specchiano alle pentole, meditando riscatti inconsapevoli; e, se la cena va a male, che volete?
Che non darei pur di starmene in casa, fuor del chiasso in calzoni insulso e bigio. E quante volte ho cucinato in scena. Tribunali, castelli, Americhe “stressanti e desolate, Kafka le ha rivissute nel domestico: osceno, e non vulgato tollerante la riscossa del servaggio in cucina, propinato alle orecchie delle donne da politica maschia intolleranza alla vigilia d’ogni plebiscito... Parodia e statura greca, e non le voci maschie gracidanti impostate con che le nostre attrici, disattente cuoche, straziano i timpani della bella estate.
La donna (femminile rifiuto al regredire) è l’infinita disattenzione culinaria dell’universo.
La donna cerca il maschio del se stessa, il cuoco ad hoc, via col vento che emancipa, che emancipa.
Donnesca è la cucina disattesa che, ahimè, così fan tutte, ti scodellano fuor di cottura e fredda dentro il letto scontato del proverbio.
Michel Foucault m’invita dunque a cena, chez lui, lui stesso cuoco. E cuoco fieramente. E che gran cuoco!
Dopo cena, distesi sui divani, che si fa, che si fa? Si pondera loquela pensierosa? Rivangare la straordinaria “storia universale della follia”? Nient’affatto. È discorso da donne ogni discorso. Noi si sorseggia spensierati e basta. Foucault che complimenta le mie splendide calze muliebri a rete a rose rosse in alto delle giarrettiere, intimità di scena sotto il verde marcito dell’austero costume poliziotto maculato d’orgasmo padronale in vasellina. Ci si muove un tantino, quanto basta a fugare la visione dei libri mica tanti; a versarci da bere, naturale riprova che, movimenti simulati a parte, “stabilità – si sa – il tuo nome è donna!”
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna
“Scrivo un libro, che importano i giornali!” ci non più sorprende Gilles. E lo scrive, senza vederne lo spettacolo. E mi scrive. E scrivo il testo che lui vedrà nell’ultima mia recita romana al Teatro Quirino: quattro mesi trascorsi dalla pubblicazione del suo saggio. E alla fine m’abbraccia in camerino, siede stanco in poltrona, negli occhi l’entusiasmo scontato:
“Oui, oui, c’est la rigueur.”
Ed è tutto. E par poco? E dopo questo svelto raccontino, vi sentireste di rivisitare la “metodologia” dei nostri addetti ai lavori critici, letterari, teatrali, musicistici e via col nulla? No, ché sarebbe ingrato. Duole, se mai, che questi scombinati scribi, queste fin troppe distrazioni dell’“ artigianato di Dio” stiano al mondo e, quel ch’è peggio, convinti d’esserci, disgraziati per sempre abbandonati dall’abbandono; simili in questo ai frangenti squallidi dei poeti “felici”.
(…) E due anni dopo, occasione la mia “prima” del Manfred-Byron-Schumann alla Scala, dove, osannante il pubblico, la critica teatrale e musicistica balbettava interdetta tra le schede del “recitar cantando” e via scemate, eccoti ancora Gilles Deleuze che spiega, appassionato, essere quella proposta di C.B. nient’affatto fenomeno d’“altezze”, bensì sfida e vittoria del “modale” dove appunto (e, guarda caso, “affetti” si dicevano i “modi” musicali nel tempo andato) “gli affetti diventano modi”.
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna
E qui il mio sguardo stanco si sdoppiava in due sante Terese dell’orgasmo. Una dotata di fallo e latte ai seni, vaneggiata al castello dei templari. E l’altra inconsapevole del suo Dio-Jouissance-lacaniana. Sapienza androgina del latte e dello sperma, e abbandono dell’estasi berniniana, infelice sua mancanza ignorante.
E una terza Teresa ancora vigilava il silenzio C.B. e J.L., quell’altra forse che leggeva in cielo la “T” iniziale del suo nome tra gli astri.
Pure, in quel camerino tra gli specchi, nulla restò interdetto.
Romeo gridava ancora la sua morte naufraga tra le note di Gustav Mahler. E l’incanto del dire se ne stava sospeso ancora di tra i “soffi”, confortato da quel nostro educato nulla aggiungervi.
La sovrintelligenza di Lacan meritò alla mia lucida stanchezza questo indimenticato incontro a vuoto, concedendo un bel niente all’occasione frastica convenevole di che gli umani si derubano quotidie in malintesi truccati da “rapporti”.
Jacques Lacan o la sospensione del dialogo. Questa è stima “reciproca”, signori; al riparo dalla falsa e vera modestia.
Questo sì ch’è mancare. E in tal senso mi suonano evangelici certi versi di Aleksandr Blok, altrimenti oscuri:
Poiché cosa è di meglio a
questo mondo
se non perdere i migliori
amici
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna
Il primo amico e il primo nemico
Come mi scrive un amico scienziato che ama riflettere, l’evento fondamentale nella storia del vivente è stato la comparsa di un microrganismo capace di provare dolore. Questa tesi va ovviamente precisata, premettendo – o aggiungendo – a «dolore» «piacere». Se mettiamo in relazione questa fondamentale capacità del vivente con quanto Aristotele scrive sulla percezione della sensazione di esistere («sentire che viviamo è di per sé dolce, perché la vita è un bene ed è dolce sentire che un tale bene ci appartiene»), possiamo allora dire che a forma primordiale della capacità di provare piacere o dolore si riferisce al fatto stesso di esistere, al sentirsi vivere. Alla sensazione della dolcezza del vivere corrisponde, infatti, quella, simmetricamente opposta, in cui per qualche ragione ¬– o persino senz’alcuna ragione apparente – sentirsi vivere è doloroso.
La frase di Aristotele che abbiamo citato fa parte del trattato sull’amicizia che occupa i libri ottavo e nono dell’Etica nicomachea. Dopo aver definito la dolcezza della sensazione di vivere, Aristotele aggiunge che la stessa dolcezza la proviamo per l’esistenza dell’amico e l’amicizia è questo con-sentire (synasthanesthai) (al)l’esistenza di un altro uomo, che diventa per questo un “altro me stesso” (heteros autos). Non solo vi è una sensazione dell’esistenza, un sentirsi vivere, ma questa sensazione è già sempre condivisa, è già sempre consentimento dell’esistenza dell’altro; e l’amicizia è l’istanza di questo con-sentire (al)l’esistenza dell’amico nel sentimento stesso dell’esistenza propria.
Sarà allora possibile svolgere questa tesi in relazione all’altra polarità della sensazione di esistere, in cui questa appare non più gioiosa, ma dolorosa. Al con-sentire (al)l’esistenza dell’amico corrisponderà ora il con-sentire (al)l’esistenza del nemico. E se la coppia amico-nemico definisce secondo Schmitt la politica, allora a fondamento della politica stanno il piacere e il dolore che definiscono la sensazione umana di esistere e il con-sentimento dell’esistenza dell’altro ad essa inerente. Amicizia e inimicizia, amore e odio, il philein del philos e l’echthairo dell’echthros non rimandano a una dottrina degli affetti, ma sono innanzitutto due fondamentali categorie ontologico-politiche. Se percepiamo la sensazione di vivere come dolce, allora siamo nell’amicizia e nella pace, se la percepiamo invece come odiosa, cadiamo nella guerra e nell’inimicizia. Ancora una volta, alla base della nostra relazione con gli altri sta il rapporto con noi stessi, il modo in cui con-sentiamo (al)la nostra esistenza determina il modo in cui ci situiamo nel mondo. Il primo amico e il primo nemico siamo noi stessi.
Giorgio Agamben, 17 luglio 2026
Su gli abusi e miserie di questi altri, fuor del pettegolare un’ora tarda, “la vita qui è meglio non parlare”.
Poesia è distacco, lontananza, assenza, separatezza, malattia, delirio, suono, e, soprattutto, urgenza, vita, sofferenza (non necessariamente cristiana). È flusso dell’insofferenza d’esserci. È scontento, anche nei casi più “felici”. È risuonar del dire oltre il concetto. È intervallo musicale “d’altezza, lirico, in che si dice detta la delusione di quell’altro intervallo (distanza) tra il “pensato” e il suo riporto sulla pagina. È l’abisso che scinde orale e scritto.
Quanto alle pose in fondo alla tazzina del caffè, eh be’, c’è Pasternak per questo; lui, sì, cantore della cosmica inezia.
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna
Ciò che costituisce la sostanza della vita ordinaria, ciò che fa sì che gli uomini si comprendano e si odino, persistano nell'essere e prendano gusto alle apparenze, individualizzandosi nel mondo, è la meschinità - fondo eterno del loro respiro. La «virtù» è insipida e inverosimile; è a-storica e irreale. Gli esseri si trascinano in bassezze che compongono il loro dramma. Una volta soppresse, nel verme umano non resta più nulla di appassionante. L'invidia, l'avarizia, l'operosità, la superbia - semplici variazioni della stessa caduta essenziale! La meschinità è il sale della vita. È unicamente la sua soppressione, tramite la sofferenza provocata dal suo rifiuto, a rendere interessanti gli individui virtuosi. Chi oserebbe, conoscendo i propri simili, parlare di una grande anima? Una cosa del genere è inverosimile. Nelle opere di fiction, nel romanzo e nel dramma, tutto quel che non è sozzura morale è soporifero. L'irrealtà del bene e della benevolenza non produce alcuna fascinazione. Gli elementi costitutivi del male sono identici a ciò che è reale e veridico negli atti dell'uomo. Tutto ciò che richiama l'istinto di conservazione rende l'uomo qualcosa di essenzialmente diverso dalla possibile somiglianza all'immagine e all'icona di Dio. La vita si può manifestare solo attraverso le meschinità dell’anima.
Emil Cioran
Quel che disgusta nelle religioni è il loro sforzo di legalizzare a ogni costo l'aspirazione illegittima a vivere.
Emil Cioran
Anche qui, tutta una parodia assai gustosa ma anche vistosa, plateale dell’immagine. Un film volutamente malgirato. Molti imbecilli, tanta critica, alla “Quinzaine des réalisateurs” di Cannes, dove il film fu presentato, pur dedicando pagine intere, e complimentando il film come la mia cosa migliore (avevano già naturalmente dimenticato Nostra Signora dei Turchi), s’ingegnarono a imbrogliare il mio candido film e a deturparlo con le loro “chiavi di lettura”. Preso atto che il protagonista si suicidava tramite automobile (arma del suicidio), riferirono le automobili alla Civiltà dei consumi e quindi al Week-end godardiano ecc.
Niente affatto. Era quello un modo di suicidarsi come un altro. Scelsi le automobili piuttosto dei coltelli solo perché più vistose, la lamiera piuttosto della lametta, come ingrandimento, esagerazione del temperino, del rasoio.
Furono capaci i critici di questa sciocchezza e non vollero notare la cosa più importante, l’unica veramente destinata a restare nel bricolage del film: questo insieme di Susanne discinte e vecchioni che nelle pause del set in casa di Tonino Caputo, dormivano sulle pellicce acquistate in via Sannio, piene di pulci, ammucchiati e seminudi, gli uni e le altre. Fanciulle in gran salute e vecchi decrepiti infartuati al vedere tanta carne e rosea tentazione. Quasi tutti infatti estinti di lì a poco.
Si voleva con quella parata di cadente vecchiume rappreso in attori e crocifissi abbrutire ogni tentazione dell’Arte. Non fu capito, Capricci. Deviata la cosiddetta attenzione critica da questo sfacelo di automobili.
Incompresa fu la parodia della “creazione” per immagini, nella distruzione di tutto quanto il pittore andava creando. Il pittore di Arden of Feversham è colui che avvelena con i dipinti, che intossica con le immagini. Il ribrezzo per l’immagine si andava sempre più definendo in linguaggio, parodiato vignettisticamente e dissipato sulla via della phoné.
Tutto nella vita avviene tra vecchi. L’antichità è invecchiata. Tutte le passioni passioni invecchiate. Quanta vecchiaia in quel film!
Convocati al doppiaggio dal direttore di produzione (doppiaggio sommamente arbitrario perché fatto senza visivo e solo in seguito restituito al “sincrono” dall’“ergastolano” Contini, che in sede di montaggio metteva loro in bocca quanto non avevano mai detto o comunque detto in altri “tempi”), chiedevano per telefono i vegliardi in che abiti dovessero presentarsi. Altri che non s’erano curati neppure di chiederlo, si presentavano vestiti come da set, con palandrane, cappelli, ombrellacci.
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna
Mal’amor
La verità e l’opinione
L’antico problema del rapporto fra verità e opinione, già enunciato alle origini della filosofia occidentale nel poema di Parmenide, assume oggi una nuova attualità. È infatti evidente che la chiara distinzione fra le due forme di conoscenza, per gli antichi scontata, è oggi completamente cancellata. Ci sono soltanto opinioni, che pretendono di essere vere. Tanto più urgente è ricordare che la verità e le opinioni si pongono su due piani diversi. La verità – che i greci chiamavano aletheia, che significa non-nascondimento, apertura – concerne l’essere, cioè l’esperienza che qualcosa sia, che ci si qualcosa piuttosto che nulla. L’opinione (che i greci chiamavano – e ancora noi oggi chiamiamo – doxa) concerne gli enti, la conoscenza che le cose stiano in un certo modo piuttosto che in un altro. La prima, dice Parmenide, è immobile (atremes, che non trema, in-trepida), circolare e fuori dal tempo, la seconda può essere corretta o erronea ed è, pertanto, mutevole e incerta.
Decisivo è però comprendere il rapporto fra queste due forme della conoscenza umana. La prima non garantisce in alcun modo la correttezza delle opinioni, ma ci fornisce un luogo da cui considerarle, nel quale possiamo chiederci se esse sono giuste o sbagliate. Chi si tiene solo nell’opinione tenderà invece fatalmente a ritenerla corretta. Mentre la verità dischiude la possibilità tanto dell’opinione vera che di quella errata, l’opinione può solo affermare la propria verità. Di qui l’apparente paradosso, secondo cui la verità si definisce attraverso la possibilità dell’errore, che l’opinione deve a ogni costo escludere.
Non sorprende che una cultura che ha smarrito la differenza fra verità e opinione abbia prodotto l’intelligenza artificiale, cioè una doxa che afferma la propria verità senza poterne fare esperienza. Dove questa doxa, che si è chiusa alla possibilità dell’errore, condurrà gli uomini che credono di farne uso, è una domanda che non dovremmo cessare di porci.
Giorgio Agamben, 13 luglio 2026
Per quell’essere carnale, quel personaggio ripugnante che è l’uomo medio, il dramma comincia quando entra in gioco il Verbo, quando si incarna… È quando il Verbo s’incarna che le cose cominciano ad andare terribilmente male. Egli non è più felice, non assomiglia più a un cagnolino che scodinzola e nemmeno a uno scimmione che si masturba. Non assomiglia più a niente. È devastato dal Verbo.
Jacques Lacan
E sai che faccio, quando, a mattina, al cesso, mi concedo pensare? Penso che “artista” e “donna” sarebbe “bello” (ché l’arte è femminile o neutra in tutt’altre lingue che la nostra) – “Vergine madre figlia del tuo figlio” –, se in questo santo cesso quotidiano depensassimo tutto, ma proprio tutto. Penso ad un lassativo universale. Penso il pensiero che se ne va. Penso a sbrigarmi, a liberare il “bagno” dal lezzo del “creato”. Il segreto – per conservarsi in forma di tramonto – è far presto, ché, ahimè, non so, credo che basti un attimo di troppo a far di quel bisogno un godimento al rovescio e addio per sempre, ché ti senti mamma. Maleodorante creatura creativa. Senti l’arte, in tal senso, che urge, si configura – stitichezza o diarrea –, s’accerta.
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna
Ho detto altrove – chissà dove ho detto – che l’abbraccio – viso a viso in due altrove degli occhi – è il più sentito misconoscimento delle rispettive immagini; che l’amore svilito dal rapporto, come in chi muore, inorridito guarda lontanare da sé quanto più stringe al petto (e perciò stringe) in alto mare, pago non mai fin che sente affogare questa urgenza in quel nulla.
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna