mai e poi mai sempre e poi sempre
Il cuore di lei freddo gli si mostrava
Vorrei che amassi me soltanto
Lui le diceva che era pazzo di lei
e che lei era un po’ troppo ragionevole di lui
Mai e poi mai sempre e poi sempre
a giorno fondo a notte fatta
è un po’ anche per viverne
E non voglio dire che non amo che te
che non mi piace andarmene
andarmene per tornare che non mi piace ridere
e che alle tue tenere lacrime non preferisco il tuo sorriso
si tratta di vivere di essere di esistere
ma voglio che altre ti amino
È colpa mia se son fatta così
Vabbe’ dice lui e se ne va
in piena notte sempre e poi sempre
Non vale la pena di tornare
Lei gli ha buttato le valigie dalla finestra
Eccomi qui solo come un cane sotto la pioggia
poi s’accorge che non piove
in fin dei conti non si può avere tutte le sere una tempesta di neve
e lo scenario non è sempre drammatico come lo si vorrebbe
L’uomo lascia cadere le valigie
le camicie il rasoio elettrico
il bavero del soprabito sollevato
Lascio i bagagli e m’infilo nella nebbia
e pensa al suo grande amore
e fa vibrare i violini del ricordo
e affretta il passo perché fa freddo
e passa un ponte e torna sui suoi passi e passa un altro ponte
Uomini e donne escono da un cinema dove dietro un cartellone c’è un sacerdote
E la folla se ne va la luce si spegne il prete resta
Che cosa starà combinando quel prete dietro il cartellone
Appena l’uomo lo guarda il prete sparisce
ma di quando in quando fa capolino
come il frate della casetta dei più rudimentali barometri
una testa piatta e livida come una luna malata
come un vecchissimo bianco d’uovo su un piatto bisunto
potrebbe essere il locale notturno
Ma il prete lancia uno strillo
come una donnicciola che venga sgozzata
come un barboncino che tiri le cuoia
Mai e poi mai sempre e poi sempre
inseguito dal suo grande amore
(da Poesie d’amore, di Jacques Prévert, Ugo Guanda Ed. Traduzione di Nico Orengo)