Essere forti non significava rinunciare alla voglia di piangere e sorridere per tutto il tempo. Essere forti significava liberare dalla prigionia il dolore nel nostro cuore, dai nostri occhi.

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Essere forti non significava rinunciare alla voglia di piangere e sorridere per tutto il tempo. Essere forti significava liberare dalla prigionia il dolore nel nostro cuore, dai nostri occhi.
Alle elementari mi sentivo innamorata di una mia compagna di classe. Una bambina bellissima, con i capelli chiari e gli occhi marroni. Mi è piaciuta per cinque anni, fin dal primo giorno, quando indossava degli occhiali tondi e rosa davvero discutibili, ma che io trovavo perfetti. A lei è sempre piaciuto un nostro compagno ed io non le ho mai rivelato niente. Se la vedessi oggi, avrei molte cose da dirle.
Ti racconterei di quanto mi piacessero le addizioni quando la maestra mi metteva a farle in coppia con te. Di come pregassi con le mani sotto al banco chiedendo sottovoce di capitare seduta accanto a te durante il cambio mensile dei posti. Sognavo di essere un supereroe e salvarti. I bambini sognano sempre così in grande, me ne accorgo perché adesso, invece, desidero essere ricchissima e poter salvare la donna che amo portandola in una vacanza lunga una vita. A quel tempo, però, volevo solo un grande mantello rosso e poter destreggiarmi davanti a te, salvandoti da brutti orchi e maestre secche con il naso lunghissimo e brufoloso. Sognavo il modo incantato ed ammirato con cui mi avresti guardata ed alla fine del mio combattimento saresti venuta lì e mi avresti dato un fortissimo bacio sulla guancia. Il nostro pegno d'amore. Eri sempre la prima che salvavo ad acchiapparello e l'ultima che trovavo a nascondino, così non avresti mai dovuto contare, perché contare non ti piaceva per niente. Correvo velocissima e cercavo di farti vedere quanto fossi brava, i bambini lo fanno sempre, come quando vogliono in tutti i modi attirare l'attenzione della mamma dopo averla disegnata affiancata da un albero più piccolo di lei. Tu non mi hai mai guardata e ora so che sia normale così. A quel tempo, però, non riuscivo proprio a capire… Quel bambino non faceva niente per te. Era solo carino. Io ti avrei salvata da un drago! Ti avrei amata per sempre! Ti facevo disegni bellissimi! Pensavo fosse sufficiente togliermi il grembiule rosa. Con l'innocenza che solo una bambina può avere, vivevo tutto con tranquillità e normalità, pur non raccontandolo a nessuno. Crescendo ho cominciato a farmi molte domande e quella bellissima magia che è l'amore è stata in parte rubata della sua purezza. Tanti dubbi, tante paure che mi hanno tolto la forza di cogliere grandi occasioni. Sono diventata più grande e, di conseguenza, più vigliacca. L'amore mi spaventa, ma questa non è solo colpa mia. È colpa in gran parte di tutte le persone che hanno sempre remato contro l'omosessualità, contro la quale hanno puntato il dito decidendo di appoggiare il razzismo, l'odio verso “la diversità” e dimenticando quali siano i veri problemi da affrontare. Compleanno dopo compleanno ho imparato a sentire, poi ad ascoltare, poi ad assorbire ciò che ascoltavo fino a mettere in dubbio perfino qualcosa di perfetto quali sono i sentimenti. Dopo tante domande ho deciso di far basta, perché tanto non esistono risposte adatte nell'ambito dell'amore. Non c'è giusto o sbagliato, quindi è inutile perdere tempo. Sono tornata un po’ bambina ed ho ricominciato ad amare senza chiedere il parere degli altri, senza chiederlo a me stessa.
Se è amore, va già bene. È già bene.
Ti sei fatta crescere i capelli. -Così pare. -Ce li avevi corti quando stavi con me. -Lo so. -Stai bene, comunque. -Grazie. -Sei proprio bella. -Non dovresti dirmelo. Sono la tua ex. -Posso dirtelo. Ti ho amato. Sul suo viso comparve una smorfia:-Mi hai amato solo perché sono bella? -No, affatto. Ti ho amato perché… in realtà non lo so perché. -Come sarebbe a dire che non sai perché? -Che tu eri… non lo so. Ci fu un attimo di silenzio, poi lei finalmente sorrise:-Io ti amavo. Tu non l’hai mai capito ma io ti amavo. -Tu non me l’hai mai detto. -Hai ragione. Ti ho detto molte altre cose ma non quella. -Mi hai detto che ero un coglione, che ti trattavo male, che ero immaturo… Sbuffò:-Dio mio, lo sai che non lo pensavo davvero. -E che pensavi davvero? -Che eri fantastico. Avevi quel modo tutto tuo di vedere le cose e io amavo quel tuo modo di vedere le cose. Eri adorabile quando mi sorridevi dall’altra parte della strada e quando mi accarezzavi la guancia appena mi vedevi giù di morale. Eri dolcissimo quando mi permettevi di stare tra le tue braccia e sai io odiavo sentirmi piccola ma quando mi stringevi mi sentivo minuscola e stavo comunque benissimo nei tuoi abbracci ed eri straordinario quando stavi ad ascoltare le mie paturnie sconnesse come stai facendo ora… Si fermò per un istante con le lacrime agli occhi, poi lo guardò e la voce le tremava mentre pronunciava quelle parole:-E come ora mi sorridevi. Solo che poi mi baciavi e mi dicevi che andava tutto bene. Fu un attimo. Un attimo in cui lui si sporse dall’altra parte del tavolo e la baciò. E le disse:-Va tutto bene. Lei fece un respiro profondo. -Non avresti dovuto farlo. Sono la tua ex. -Sai perché ti ho amato? -No. -Perché era impossibile non farlo. Eri qualcosa che non riuscivo a capire e quando ci provavo mi perdevo. E quando mi perdevo trovavo i tuoi occhi e loro mi guardavano sempre con un amore sconfinato, non importava quanto io fossi stronzo o quanto ti facessi incazzare o piangere, i tuoi occhi continuavano sempre ad amarmi. Io ti amavo perché eri forte, piccola. Tu pensavi sempre che fossi io a proteggere te e invece eri tu a proteggere me. Io non ti ho mai protetto. E tu non hai idea… non hai idea di quante volte mi sono odiato. Mi sono odiato tutte le volte in cui non ti difendevo e non ti dicevo di amarti. Tu non mi dicevi di amarmi ma io sapevo che mi amavi. Io non ti dicevo di amarti ma ti amavo. Tu lo sapevi? Il sorriso della ragazza era triste:-No. -Ma ti amavo. Davvero. -Se l’avessi saputo non mi sarei arresa con te. -Quindi adesso saremmo ancora insieme? -Io sono ancora con te. -Ma stai con lui. -E tu stai con lei. -Ma sono con te. Lei sospirò:-Non fa niente. Siamo andati oltre il nostro amore. -Non lo so. Siamo ancora qui. -Non siamo più quelli che eravamo. -Hai ragione. Hai i capelli più lunghi. Finalmente lei rise. E lui non riuscì a non dirglielo:-Il tuo sorriso è sempre lo stesso, però. Il suo sguardo si fece serio in quello di lui:-Anche la tua capacità di farmi sorridere è sempre la stessa. -Vuoi sapere la verità? -Sì. -Anche il mio amore per te è rimasto lo stesso. -Vuoi sapere la verità? -Sì. -Li vedi i miei occhi? Si guardarono. -Li vedo. -Non lo capisci? -Che cosa? -Hai detto che ti guardavano con un amore sconfinato. -Sì. -Neanche loro sono cambiati. Ti stanno guardando ancora così.
Facebook (via lamiavita-unoschifo)
Voglio essere la più magra della classe. Voglio essere guardata da tutte le ragazze con invidia, e voglio che anche le Professoresse vogliano essere state come me. Voglio essere la più magra tra mie amiche. Voglio potermi sedere in braccio a chiunque senza che dopo cinque minuti mi si dica “ok, alzati” o che si trovi una scusa per farmi spostare. Voglio essere la più magra della palestra. Voglio che quando qualcuno è stanco e non ce la fa più mi guardi e pensi che deve tenere duro per diventare come me. Voglio essere la più magra della scuola. Voglio che a ricreazione tutti si chiedano come faccio a mangiare sempre e a non ingrassare, anche se non sanno che poi a casa non mando giù niente. Voglio essere la più magra della spiaggia. Voglio che i ragazzi alzino la testa e che si proteggano gli occhi dal Sole per vedere meglio le mie splendide gambe, così lontane una dall’altra anche in alto, dove ora non fanno altro che limonare come due innamorati che non si vedono da secoli. Voglio essere la più magra della festa. Voglio poter ballare senza avere paura di essere al centro dell’attenzione, e mangiare qualsiasi cosa perché tanto un piccolo sgarro me lo posso permettere. Voglio essere magra. Voglio guardarmi allo specchio, sorridere, guardarmi di profilo e non vedere la pancia. Voglio concentrarmi su come sistemare i capelli e non la maglia per non sembrare una balena al nono mese di gravidanza. Voglio essere magra. Voglio essere la più magra.
. (via simpleniggagirl)
Quando pensi e ascolti musica,e hai così tanti pensieri per la testa,che non ti accorgi neanche quale canzone stai ascoltando.
Laragazzacolcuorefragile. (via laragazzacolcuorefragile)
E poi hai una cosa nel petto,è un miscuglio di lacrime,devi piangere ma non puoi.
Laragazzacolcuorefragile. (via laragazzacolcuorefragile)
Mentre le ragazze della mia età facevano coi maschi prove di volo, io facevo prove di abbandono. Dopo venti giorni di cinema, pizza, normalità, avvertivo l’urgenza di non vederli più. Ricorrevo all’addio tramite sms: “Non funziona”, come si trattasse di un elettrodomestico. Un introverso mi rispose con uno squillo e sparì nel nulla. Un logorroico mi scrisse una lettera di cinque pagine in cui mi avvertiva che un dipendente era stato risarcito dall’azienda perché licenziato tramite sms, concludeva con: “Quanti danni morali dovrei chiedere io a te?”. Ora fa l’ avvocato. Un ricco mi comprò un cellulare molto costoso per convincermi a richiamarlo. Non accettai: mi piacciono i regali, non gli investimenti. Ora lavora in Borsa. Un mammone, che mi aveva invitato a casa sua per presentarmi, mi rispose “Mia madre ha preparato il pranzo, che le dico?”, gli consigliai di dirle che non avevo appetito. Ora le presentazioni le fa al ristorante. Con loro ero stata prevedibile, inaffidabile, seriale: mai una foto insieme, una promessa, un ripensamento. Eppure, se li incontravo per caso, ci tenevano a fermarmi, volevano a tutti i costi offrirmi un caffè, azzardavano un contatto, mi chiedevano perché fosse finita, io mi chiedevo perché fosse iniziata, perché non m’insultassero, perché non sentissero l’oltraggio, l’orgoglio, l’abbaglio. Avevo detto addio prima della fine: io per loro non avevo fatto in tempo a diventare stanchezza, ero rimpianto, voglia intatta, e loro per me non avevano fatto in tempo a diventare mancanza. Ti ho conosciuto in pizzeria, a un cena universitaria. Stavi seduto accanto a una ragazza, lei era di Latina, ma sosteneva che sua nonna era regina d’Etiopia, tu la guardavi perplesso. Ho preso posto accanto a te, ho pensato: sei tu. Un giorno quando racconterai ad altri il nostro inizio dirai che stavi parlando con una principessa ed è venuta a infastidirti una “zanzarina”, io ti dirò zanzarina a chi?, ma nei tuoi diminutivi sentirò il sollievo di non dover essere grande. Ci siamo rivisti un diciotto maggio alle diciotto, alla fine delle lezioni mi aspettavi. Hai chiesto il mio numero di telefono a un’amica comune e io l’ho rimproverata per avertelo dato. Paura di te, delle nostre notti passate a passeggiare a vanvera per Roma, sai?, mi sembra che certe piazze e certe strade le abbiamo viste solo noi, non le ho più trovate. Mi hai portato in ristoranti sofisticati, ma dal Cinese ti sei fatto coraggio e m’hai baciato. Due giorni dopo ho provato a lasciarti: “Non funziona”, ti sei piantato sotto casa mia, hai pianto, hai detto “Aggiustiamola” e ci abbiamo provato. A insegnarmi come si tiene e si lascia tenere una mano ce n’è voluto, io bravissima a scansare, mi prendevi la mano, indicavi un’insegna e dicevi “tienimela fino a lì, manca poco”. Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia. Abbiamo noleggiato cento film, non ne abbiamo seguito uno, abbiamo smesso di camuffare i nostri difetti, la discesa del mio naso, la tua altezza, i tuoi capelli arrabbiati, i miei più arrabbiati dei tuoi, il tuo ginocchio, la cicatrice che ho vicino all’orecchio, “bella questa malformazione” hai detto passandoci il dito sopra ed era come se la disegnassi tu in quel momento, ti ho detto “allora è una benformazione”. Abbiamo costruito un vocabolario nostro, di parole minuscole ed esagerate, di progetti fatti, un figlio coi capelli inevitabilmente arrabbiati e i denti a perle, tu gli insegni a guidare la macchina ma io gli dico di andare piano, io gli scrivo le favole ma tu gli spieghi come si sogna. I venti giorni erano scaduti da mesi, anni, non tenevo più una contabilità precisa. La voglia restava intatta e cresceva invece di diminuire. E mi mancavi anche quando c’eri. M’hai dato un anello, ti ho detto “è largo” senza nemmeno provarlo. In chiesa ci tenevi ad andare insieme, io non ero praticante, non lo sono, però una volta ti ho accontentato. Il prete recitava il primo comandamento: “Non nominare il nome di Dio invano.” Il nome di Dio invano non l’avevo mai fatto, ma di addio invano ne avevo detti tanti e dentro di me ho giurato di non aggiungerne un altro. La nostra prima foto ce l’ha scattata un marocchino. Io ho provato a dire no, niente foto, ma tu ci tenevi, hai fatto quella faccia, quando facevi quella faccia io pensavo sempre “perché no?”. È il mio compleanno, mi hai regalato il bracciale col cuore, quello che guardando una vetrina ti ho detto che mi piaceva e tu sei stato attento. Siamo nella stessa immagine: io pallida, quasi trasparente, tu scuro; io col broncio costante, tu che sorridi e non serve chiedertelo. A guardare bene, ci separa un’interruzione, un precipizio, uno strappo netto: l’ho fatto io una sera in cui volevo cancellare le nostre prove e un attimo dopo già l’aggiustavo con lo scotch. La foto l’ho messa in una scatola insieme al bracciale col cuore, all’anello, a tutte le lettere e le parole che non c’assomigliano più. Ma forse un gesto è solo un gesto e una frase è come tante, è chi la sente a caricarla di significato, cerco di convincermi ogni volta che un ragazzo mi fa una carezza, le mani sono mani, le tue, le sue, quelle di un altro, che differenza fa?, lui segue i miei lineamenti, scende sul collo, poi risale, si sofferma sulla cicatrice che ho vicino all’orecchio, penso: la benformazione, e scanso la sua mano infastidita. Vorrei che le parole per me non avessero tutta questa importanza, vorrei che non m’incatenassero a chi le dice, a chi le ho dette. E maledico i ricordi felici perché fanno più male di quelli feriti. Mi tornano in mente le vacanze estive, l’immagine di me bambina, il bagno al largo. Gli altri nuotavano dandosi slancio in lunghezza, con movimenti fluidi si mischiavano alle onde, seguivano la corrente, io m’immergevo quasi perpendicolare all’acqua, spingevo coi piedi, tenevo il respiro, volevo misurare il fondo, toccarlo, prendere una manciata di sabbia e portarla in superficie. Risalivo in modo scomposto, gli occhi rossi, il fiato grosso, stringevo la sabbia bagnata in pugno e mi sentivo più forte, sapevo cos’era il fondo, ero capace di toccarlo e risalire, la corrente fino a quel punto era un pericolo che sapevo gestire. Ho la gastrite, ma la Coca non rinuncio a berla: me la facevi trovare già sgasata, prendevi un cucchiaino e le davi una girata. Ti ho amato per queste accortezze, per le sciocchezze che mi venivano concesse, perché non volevo essere saggia, volevo essere stronza e ragazzina. Ti ho amato perché certe volte non riuscivo a essere forte, volevo solo scivolarti tra le braccia e sentirti dire tutto passa, tutto passa, pure se non era vero, tutto passa, tranne noi, certo, tranne noi. Ti ho amato perché se non mangiavo avevo qualcuno che mi sgridava, perché mi mettevi a tradimento lo zucchero nel tè, perché se mi estraevano i denti del giudizio e avevo la faccia gonfia, mi volevi baciare uguale, perché insistevi per vedere i film horror e poi eri il primo a spaventarti, perché dopo un anno ancora ti spiegavo come arrivare a casa mia e tu alzavi gli occhi e ripetevi “la strada la so”, perché se camminavamo per strada curvavi le spalle per sembrare più basso e io salivo su ogni gradino possibile, perché se mi abbracci scompaio, perché una volta in macchina mentre ci stringevamo ti sei scordato d’inserire il freno a mano e abbiamo tamponato, perché quello che era normale diventava speciale, perché eravamo uno pure se eravamo due, ma soprattutto ti ho amato perché tu mi hai amata. Paura di te, della corrente. Eravamo al largo, così al largo, dov’era il fondo?, dove la fine? Sempre meno mia e sempre più tua. Dov’era il controllo? Dove l’autonomia? Da quando ti ho lasciato, con un sms, mi comporto come se potessi incontrarti ovunque: a una mostra, una presentazione, in qualunque luogo pubblico mi trovi, tengo fisso lo sguardo sulla porta, aspettando di vederti entrare, cerco di farmi trovare sorridente, in buona compagnia, tra persone di successo e se qualcuno mi parla sottovoce e si fa audace, penso: se solo entrassi adesso, adesso, in questo momento, sarebbe un quadro perfetto. Da quando ti ho lasciato, ogni mio momento è recitato come se tu dovessi assistere. Lavoro vicino casa tua, ma allungo la strada per non passare lì sotto, ho il terrore d’incontrarti insieme a qualcuna, le tue mani sui suoi fianchi, vedervi attraversare la strada in fretta, con la certezza di finire sul letto e addormentarvi stanchi. Ma ci s’incontra anche in una città enorme e senza farlo apposta: ci vediamo all’ospedale, io sono radioattiva, ho appena fatto una lastra, tu esci da un esame. Non ci tieni a fermarmi, non mi offri il caffè, a stento un cenno, mi dici parole indegne di te e di me, di noi, vorrei spiegarti, ma spiegarti cosa?, che la paura dell’abbandono fa fare cose assurde, che per paura di sentirsi dire addio un giorno, si pronuncia per primi e subito, mi chiedi “come stai?” e finalmente lo ammetto “male”, mi guardi tutta e dici “non sembra”, “tanto tu sei forte, sei saggia”, sì, io sono forte, sono saggia, “tu non ce l’hai il cuore come tutti gli altri”, già, io non ce l’ho il cuore come tutti gli altri, perché io ne ho uno solo di cuore, gli altri ne hanno almeno uno per ogni occasione. Mi accompagni alla macchina, salgo, provo a mettere in moto. Niente. Provo di nuovo, provi anche tu ma il risultato è lo stesso. Non ho vinto io, non hai vinto tu. Spingiamo la stessa macchina che non è partita, non ha funzionato e non si sa perché, dev’essere la batteria, la benzina c’è, i presupposti per andare lontano c’erano. Spingiamo e parliamo, le tue parole affilate, le mie così vaghe. Penso: ti sto dicendo mille frasi adesso, ma vorrei dirtene solo una e non riesco.
Giulia Carcasi (via unmetrofuoridaisogni)
Y E L L O W
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Ho cancellato le tue foto Tranne una che ridi e guardi il cielo Perché voglio ricordarti senza veleno. - Luché, Il mio ricordo.
“E le tue braccia uno spazio perfetto in cui ci tornerei per sempre In cui ci resterei per sempre”
— Ragazza Paradiso, Ermal Meta
Mi gioco anche l’ultimo frammento di cuore.
Tutta quell’oscurità mi aveva reso qualcos altro, mi aveva reso qualcun altro.
-Ragazzo Fenice
Ma infondo anche una foto al tramonto non è poi niente di che se il cielo sullo sfondo non fa contrasto con te.
cit. Michele Giorgi. (pioggia-di-parole on tumblr)
Continuo a volerti.
“Così freddo che muori assiderata se mi abbracci stretto.”
— Mostro feat Jamil; Freddi