E’ venerdì 17 luglio, inverno a Buenos Aires. Un inverno insolitamente mite in cui il sole, con i suoi raggi che tirano all’arancio verso la fine del giorno, sta facendo ancora da protagonista.
Mi ritrovo ancora sul tetto del mio palazzo poco prima del tramonto. Un richiamo questo momento, in una città che, se vista da dentro, può sembrare soffocantemente infinita. Ed invece, basta salire al settimo piano e tutto si fa chiaro, o meglio, arancione.
Mi chiedo se gli uccelli possono volare perché sono leggeri o se sono leggeri perché volano.
Dall’alto niente spaventa, i suoni si allontanano, mentre l’orizzonte prende forma e si tinge di sfumature che vanno dalle arance alle pesche, nel nocciolo, fuori, l’azzurro tenue al principio si fa sempre più oscuro, fino a trasformarsi nella notte.
I profili dei palazzi, condomini, grattacieli enormi e bianchi lasciano cadere le difese e, pronti al piacere, anche le loro goti si fanno colorate.
Come mi capita spesso, penso a tutto e a niente e intanto, mi lascio cullare dal brulicare del mio intorno.
Il mate con il miele e la camomilla è un regalo speciale di questa stagione e della mia casa animata da donne che, come me, vengono da diversi luoghi e portano con sé i pregiudizi e al tempo stesso la voglia di romperli, o forse no.
E’ inverno, il vento che che accompagna la couche du soleil (il sole che va a dormire) me lo ricorda. L’illusione del caldo si è spenta, insieme all’acqua nel termos.
Tres gorriones (rondini) hanno appena attraversato il mio campo visivo che, in questo caso, non è un campo, ma un cielo rosato.
Quanti ricordi in questa terrazza, mi ci cullo riscaldandomi.
Penso all’estate, quando arrivai, all’intensità delle prime delusioni e, allo stesso tempo, a quella vocina esile ma costante che mi sussurrava: Buenos Aires.
Non ricordo quando tutto è cominciato a cambiare ed io, por fin, a nuotare in favore della corrente. Talvolta uno si sente come se stesse nuotando completamente contro la corrente, invece sono anche presenti delle piccole vie di tensione che, nonostante tutto, ti aiutano a tenerti a galla, sostenendo il tuo nuotare. Da un momento all’altro, capisci che per nuotare, non c’è solo da muovere braccia e gambe veloci, ma che ci si deve fermare, sentire l’acqua, il vento sotto forma d’indizio e giocare tra il lasciarsi perdere tra le mille ed una notte ed il scegliere una direzione.
Sento che è il momento di sputare tutto e di osservarne il risultato. Quando esso sarà espulso, e lo intendo con amore, allora sì sarà il momento di cucire insieme questa tavolazza di vissuto e di interpretazioni sue. Ed il filo sarò io, in tutta la potenza e la nullità che un io può essere.