what is done cannot be undone
(questo è un post che volevo scrivere da diverso tempo. non so se mi verrà fuori proprio come avevo immaginato, ma io ci provo)
Nel corso degli anni, più volte, mi è stata appiccicata addosso l’etichetta di “persona ansiosa”. Nelle parole di chi così mi definiva, suonava tipo “assassina di bambini e incendiaria di cestini pubblici che al confronto tuo Priebke era il Piccolo Principe”, per farvi intendere la gravità della mia situazione ai loro occhi.
Col passare degli anni, ho avuto modo di interrogarmi su questo, più volte, senza venirne mai a capo. Mi ponevo domande che cadevano nel vuoto, forse ingenue, cose del tipo ma cosa faccio di male? perché mi viene posto come se fosse l’ottavo vizio capitale? perché hanno paura di noi?
Io, personalmente, ho paura solo di chi mi punta una pistola addosso e di chi cerca di convincermi che sia una buona idea acquistare un paio di pantaloni online basandosi sulla tabella di conversione taglie. Gli altri mi possono irritare, innervosire, posso non capirli, possono confondermi, farmi sentire strana o in un modo che non mi piace, ma non mi fanno paura.
Invece noi ansiosi sì, agli altri facciamo paura. Siamo come un’armata di zombie lasciata a piede libero per la città, pronti a mangiare il loro cervello e a dilaniare il loro cuore e a cancellare tutte le app organizzative dal loro smartphone. Un’ecatombe. Una piaga. Ci credo che facciamo spavento.
A onor di cronaca, io mi ritengo una persona moderatamente ansiosa. Quel che va detto, va detto. Non sarò mai quella che ti poggerà la mano sulla spalla dicendoti tranquillo, andrà tutto bene, mentre con l’altra mano digita su WhatsApp. Ma non sono neanche quella che urla moriremo tutti! ogni volta che la metropolitana si ferma dentro una galleria buia. La mia ansia, l’ho imparato col tempo e con l’analisi, è più il timore di qualcosa che potrebbe manifestarsi o succedere, piuttosto che l’incapacità di affrontare qualcosa quando me la trovo davanti. Diverse volte, in una situazione difficile, mi sono scoperta a non perdere lucidità e a cercare di gestire le cose al meglio, mentre chi fino a cinque minuti prima mi additava riguardo alla mia ansia era lì a mordersi le unghie fino alle falangi. Non voglio mentire, però: sono ansiosa, qualsiasi cosa questo significhi. Che sia un pregio o un difetto, ancora non mi è dato di capire.
Il mondo invece sembra saperlo bene. La positività e la leggerezza (unite a un gradevole pizzico di menefreghismo) sono un pregio, l’ansia è un difetto, esattamente come l’alitosi e il fatto di parlare ad alta voce al proprio cellulare sui mezzi pubblici. Ho perso il conto, giuro, di quelli che mi sono venuti a dire, con parole diverse, “io non mi preoccupo mai di nulla” con estremo orgoglio, quasi mi stessero dicendo che hanno il cazzo lungo ventotto centimetri. Ho una quarta non rifatta che però lo sembra, in versione femminile, ragionando per stereotipi.
Insomma, non ci vogliono. Potremmo ritirarci tutti in un gruppo di auto-aiuto, in uno di quei sottoscala che puzzano un po’ di piedi perché il martedì e il giovedì vengono utilizzati come palestre di judo per i bambini delle scuole elementari. Staremmo seduti lì in cerchio, a guardarci in faccia, con le mani poggiate sulle ginocchia, ognuno con la sua storia di ansia da auto-denunciare, così uguale e così diversa dalle altre, vergognandoci di quello che siamo, inadatti, incapaci di vedere il bicchiere mezzo pieno, incapaci di non pensare a qualcosa che ci fa paura. Siamo noi: quelli che quando hanno un disturbo di salute cercano su Google e si convincono che entro tre giorni moriranno, come con la bambina di The Ring; noi, che almeno una volta siamo tornati indietro a ricontrollare il gas anche se eravamo sicurissimi di averlo già spento; che ogni tanto il respiro ci si blocca in gola così, quasi senza motivo; che ci preoccupiamo anzitempo; che rompiamo le palle; che siamo fastidiosi; che non ci accontentiamo mai di un le cose stanno così e basta. Siamo noi, che già da bambini rimanevamo svegli fino alle due di notte perché erano sicuramente i passi di un mostro, quelli che sentivamo salire su per le scale e NO, quell’ombra nel corridoio non aveva assolutamente niente di umano e allora rimanevamo lì nel letto, con gli occhi sbarrati, combattuti tra il desiderio di rintanarci sotto le coperte, andare a fare la la pipì o uscire nel corridoio e guardare in faccia quello che ci faceva paura.
Già, la paura. L’ansioso la conosce bene: sa esattamente quali muscoli mette in movimento, quali sensazioni suscita all’interno delle sue vene, qual è il suo colore, il gusto che ha tra i denti e le gengive. La conosce, dicevo, gli ha dato un nome, non ha il timore di guardarla in faccia, la svolta e la rivolta da ogni angolo, sa cos’è, sa da dove arriva, sa dove vuole andare. L’ansioso ha un coraggio da leone perché, a differenza del mondo, non nega l’esistenza della paura, di ciò che va storto, di quello che non ci piace, del disastro, dell’imprevisto. Lo guarda in faccia e sente i suoi battiti del cuore che aumentano, vorticosamente: ma non scappa - resta lì. Perché lui sa che cosa vuole dire, avere paura - e non gli fa paura, questo.
L’ansioso fa paura agli altri, li disturba, li costringe a misurarsi con parti di sé di cui negano l’esistenza, perché svela il loro inganno, perché li pone di fronte al fatto che non importa quale sia il tuo stato d’animo, non serve a niente non pensarci, se le cose devono andare storte ci andranno comunque, positivi o negativi che si sia. Lo allontanano come un lebbroso, non vogliono stare ad ascoltarlo, non vogliono sondare quel buio dentro di loro dove ci sono nascoste tutte le cose che non vogliono vedere, con cui non vogliono fare i conti.
Ansiosi: il nostro coraggio è grande tanto quanto le nostre paure, forse di più. Io lo so. Un giorno ci uniremo tutti e il mondo diventerà un posto bellissimo, dove saremmo liberi di preoccuparci quanto ci pare senza doverlo minimizzare o nascondere dietro una risata di circostanza, tra una puntata e l’altra di The Walking Dead.